JAMES LASDUN.
...
.
...
DAMMI TUTTO QUELLO CHE HAI.
...
.
...
Titolo originale: Give me everything you have. 2013.
Traduzione di: Lorenzo Matteoli.
2014. Edizioni Bompiani, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Lo scrittore James Lasdun insegna scrittura creativa in un college di New York City. La studentessa migliore del corso  una donna sui trent'anni, che sta lavorando a un romanzo basato sull'esperienza della sua famiglia nell'Iran prerivoluzionario. Ha senza dubbio un grande talento, la sua scrittura  naturale, tersa, e l'insegnante Lasdun non lo nasconde all'interessata.
Trascorrono due anni dopo la fine del corso e la studentessa - terminato il romanzo - inizia a scrivere al suo mentore Lasdun. Dapprima mail rare e cortesi, poi via via pi frequenti,
ambigue, morbose. Lasdun - felicemente sposato - tenta di sottrarsi a uno scambio che diventa ogni giorno meno chiaro e inquietante. Ma pi lui prova a scivolare via, pi l'ossessione di lei si rafforza e diventa odio. Un odio verbale, un terrorismo psicologico affidato alla violenza delle parole.
Dammi tutto quello che hai  la cronaca di una vicenda reale, inattesa, dilagante occorsa all'autore, ma anche una riflessione sull'ambiguit della comunicazione on line, sulla possibilit di rimanere prigionieri di un rapporto, forse, innocente.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
James Lasdun, nato a Londra, vive nella parte settentrionale dello Stato di New York. Ha pubblicato diverse raccolte di storie brevi, poesie e due romanzi. Il racconto L'assedio,  stato portato sul grande schermo da Bernardo  Bertolucci. E stato selezionato per il premio  Man Booker ed  entrato nella rosa finale per  i premi del Los Angeles Times, T.S. Eliot e Forward di poesia, oltre ad aver vinto il premio inaugurale della BBC National Short Story Award. I suoi scritti sono stati pubblicati in Harper's Magazine,Granta, e nella London Beview of Books.
...
.
...
DAMMI TUTTO QUELLO CHE HAI.
...
.
...
PARTE PRIMA.
...
.
...
NASREEN.
...
.
...
Un giovane viaggiatore trova un cadavere all'ingresso di un villaggio. Quando chiede come mai il cadavere non sia stato seppellito gli viene detto che il morto aveva lasciato dei debiti e che i creditori non lo avevano lasciato sotterrare fino a quando i debiti non fossero stati pagati. Il giovane  viaggiatore, pur non essendo ricco, paga immediatamente i debiti e il funerale pu aver luogo.
Quella stessa notte il morto gli appare per ringraziarlo. Come segno della sua gratitudine si offre di accompagnare il giovane
nei suoi viaggi e di assisterlo con i poteri soprannaturali che la morte gli aveva conferito. L'unica condizione che pone  che
tutto quello che avessero guadagnato nelle loro avventure
avrebbe dovuto essere equamente suddiviso fra di loro. Il giovane
accetta e i due partono insieme. Tutto funziona benissimo per un anno e i due si arricchiscono con molti tesori che si dividono in parti uguali.
Poi, un giorno, incontrano una donna giovane e affascinante.
E di colpo i due si trovano a dover affrontare un problema apparentemente insolubile: come fare a dividersi la donna fra loro.
Avevo letto questa fiaba all'universit e mi aveva molto
impressionato. Per molti anni l'avevo ricordata come possibile
traccia per un racconto, ma non ero mai riuscito a trovare lo
spunto per poterla utilizzare e, con il passare del tempo, non ci
avevo pi pensato. Mi ero anche dimenticato il libro nel quale
l'avevo letta e non ricordavo i dettagli delle avventure dei due
soci prima dell'incontro con la donna, e quindi non sapevo nemmeno come avessero risolto il problema della suddivisione della donna fra loro.
Fu solo dopo l'attacco alle Torri gemelle che mi venne di
nuovo in mente quella storia. Stavo cercando una nota sull'Islam
nella mia vecchia edizione del libro di Claude Lvi-Strauss
Tristi tropici quando vidi un passaggio che probabilmente avevo
sottolineato durante la prima lettura di quel libro trent'anni
prima. Era proprio la storia che avevo dimenticato: una fiaba
molto conosciuta intitolata Il cadavere grato.
Non c'era alcun dettaglio sulle avventure dei due prima del
loro incontro con la donna, quindi sotto quell'aspetto la memoria
non mi aveva tradito. Mentre invece veniva risolto il problema
della suddivisione della donna fra i due: la bella signora era
in realt mezza donna e mezzo demonio. Il morto  interessato
solo alla sua parte diabolica, e la prende come sua quota lasciando che il nostro eroe si sposi la parte umana e affascinante della signora.
Nell'autunno del 2003 tenni un seminario di narrativa al
corso per scrittori in un luogo che chiamer Morgan College, a
New York City. Abitavo allora nella parte settentrionale dello
stato, ma con mia moglie avevo a suo tempo abitato al Greenwich
Village, dove avevamo ancora un monolocale in affitto che
subaffittavamo a una signora di Baltimora che lo usava solo nei
fine settimana. Questa situazione ci consentiva di prendere
incarichi saltuari in citt, come appunto il seminario per scrittori.
Fra gli studenti del corso c'era una donna che chiamer
Nasreen, aveva una trentina d'anni ed era tranquilla e riservata.
Non ci fu occasione di discutere il suo lavoro fino a qualche
settimana dopo l'inizio del semestre, e io non le avevo fatto
molto caso prima di allora se si eccettua il fatto che sedeva in
fondo alla stanza invece che al grande tavolo al quale stavo seduto con la maggior parte degli studenti. Forse per timidezza o
forse per naturale reticenza, o per le due cose insieme. Quando
venne il suo turno mi diede il capitolo di apertura di un romanzo.
La storia si svolgeva a Teheran negli anni settanta durante gli
ultimi giorni dello Sci, e seguiva le vite di diversi membri di una famiglia piuttosto ricca vicina all'ambiente dello Sci. L'ambizione di scrivere una storia sullo sfondo di avvenimenti storici e politici e, nello stesso tempo, seguire il dramma di una grande famiglia era notevole e molto evidente. Notai anche la buona qualit del suo scritto. Succede raramente che in un seminario ci siano pi di due studenti che dimostrano di essere naturalmente portati per scrivere, e si individuano immediatamente.
Mi fu subito chiaro, dopo aver letto pochi paragrafi, che Nasreen
apparteneva a questa categoria. Il linguaggio era chiaro e forte,
con espressioni nette e taglienti nei passaggi pi drammatici che
rendevano il tutto molto piacevole da leggere. Rimasi molto impressionato.
Anche se avevo insegnato per circa vent'anni, non mi era mai
capitato di frequentare un corso di scrittura e di vedere discusso il mio prodotto letterario in un workshop. Quando cerco di immaginare quale possa essere la sensazione penso che sia un'esperienza intensa e inquietante, una versione in sintesi dell'intero processo di produrre un libro con l'editing, la pubblicazione, le critiche e le vendite tutto concentrato e compresso nel vortice  di una massacrante mezz'ora. Stai l seduto ad ascoltare un'aula piena di gente che giudica qualcosa che  nato nella parte pi profonda della tua psiche e che hai prodotto con una fatica che ti ha impegnato al limite delle tue capacit. Quelle dieci o quindici pagine dicono che scrittore sei, e adesso sei totalmente esposto, la discussione sar per te un'esperienza intensa. Qualunque sia il verdetto,  molto probabile che tu ne esca eccitato dalla gioia o sconvolto dalla disperazione.
La risposta della classe allo scritto di Nasreen fu positiva,
anche se forse non proprio cos entusiasta come mi sarei aspettato.
Parlai per ultimo come in genere faccio, ed  possibile che
la relativa mancanza di calore della classe mi abbia reso pi
entusiasta del solito. Non ricordo cosa dissi, ma ricordo di aver
percepito un cambiamento nell'aria mentre parlavo: un'attenzione
vagamente ironica degli studenti mentre ascoltavano le
mie parole di apprezzamento. Non lo interpretai come invidia,
ma piuttosto come la faticosa gestazione del pensiero che la
classe, fino a quel momento dal livello piuttosto uniforme,
avrebbe avuto finalmente una stella, e che questa sarebbe stata
Nasreen. Certo non si trattava di un pensiero sconvolgente, ma
qualcosa da tenere in qualche modo presente.
Nasreen sembr contenta del modo in cui si svolsero le cose,
anche se, contrariamente a quanto mi sarei aspettato, non
sembr molto eccitata e non diede segni di grande gioia come
fanno talvolta gli studenti dopo un giudizio positivo. Credo che
questo fosse dovuto al fatto che era molto cosciente della sua
abilit, indubbiamente contenta che venisse riconosciuta, ma
troppo prudente critica di se stessa per reagire pi di tanto all'opinione degli altri. E anche questa composta reazione mi sembr essere il tratto di un vero scrittore.
In quel semestre present altri due capitoli. Tutti e due mi
confermarono l'opinione che mi ero fatto delle sue capacit, ma
resero anche chiaro che si era data un compito difficile, sia con
il grande numero di personaggi, sia con la decisione di inquadrare la vicenda in una impegnativa analisi politica. I cambiamenti della prospettiva nella narrazione erano troppo veloci e netti per poter essere facilmente assorbiti, e non aveva ancora trovato il modo giusto di inquadrare il contesto storico nel suo racconto, per cui brani di storia vagavano qua e l come pezzi non elaborati di un'enciclopedia.
Come responsabile della sua tesi la incontrai diverse volte
nell'orario di ufficio, verso la fine del semestre, per parlare di questi e di altri argomenti. Sebbene desse l'impressione di tenere sempre qualcosa per se stessa, in privato era relativamente pi espansiva di quanto non fosse in classe. Aveva un umorismo autoriduttivo, rideva della sua pazzia - come lei la vedeva - per essersi imbarcata in questa enorme impresa. In modo molto delicato era anche curiosa di me e chiedeva come fossi diventato uno scrittore, su cosa stessi lavorando e chi erano i miei autori preferiti.
Come avevo sospettato, la famiglia del suo romanzo era la
sua famiglia, che aveva lasciato l'Iran per venire negli Stati Uniti al tempo della rivoluzione del 1979, quando lei era una bambina.
Mi ricordavo di avere seguito quelle vicende a suo tempo: i
discorsi roboanti dell'Ayatollah dall'esilio, la caduta dello Sci e della savak, la sua polizia segreta, le manifestazioni oceaniche nelle strade, i primi segnali di cosa sarebbe stato il regime islamico man mano che uscivano le ordinanze sui libri, sull'alcol e sull'abbigliamento. Avevo vent'anni e questa era la prima rivoluzione che avevo modo di seguire con la maturit per comprendere.
Londra, dove vivevo, era allora piena di esuli e rifugiati
iraniani, e fra questi anche alcuni amici di famiglia che avevano
qualche anno prima accompagnato i miei genitori a visitare i
monumenti di Esfahan e Persepoli. Il viaggio aveva molto
impressionato mio padre, un architetto, e, come sempre succedeva
quando qualcosa colpiva la sua immaginazione, era nato
un legame forte fra quel tema e l'intero ambiente della famiglia.
C'erano foto sugli scaffali: leoni di pietra, cupole azzurre, arcate in griglie di legno contro il cielo del deserto. Libri dell'architettura Mughal se ne stavano aperti sui tavolini. Il frammento di una colonna che mio padre aveva saccheggiato e portato a casa era stato collocato in una nicchia illuminata del soggiorno. Da allora, anche se non avevo fatto quel viaggio, avevo coltivato un interesse - o, per essere pi precisi, una specie di implicita  qualifica ereditaria a essere interessato - alla cultura persiana.
Tutto questo per dire che, mentre Nasreen parlava della sua
famiglia, in me si risvegliavano ricordi e in qualche modo sentivo un interesse per la sua persona.
Con il tempo, il suo aspetto trasmetteva la stessa pacata fiducia
che aveva il suo comportamento in classe. Portava jeans che
sembravano costosamente soffici e sbiaditi e una giacca marrone
alla vita, che era allo stesso tempo di taglio femminile e militare, molto coerente con la sua postura seria. I capelli scuri fermati alti sulla testa - con qualche ciocca che scendeva sciolta.
Il viso, dai lineamenti fini, ben disegnato, aveva la stessa mia
carnagione bruna e olivastra. Il taglio degli occhi curvato agli
angoli verso l'alto ricordava - o almeno, ricordava a me - il tratto della scrittura araba simile alla curva delle scimitarre.
Nel corso di una delle nostre conversazioni parl di un fidanzato
o, come disse lei, fianc. La cosa mi colp: non il fatto in s,
ma la parola. Anche se non proprio antiquata faceva pensare a
una relazione di carattere diverso dall'incontro informale che
(basandomi sui loro scritti) ritenevo fosse la regola fra gli studenti.
Era anche coerente con la sensazione che mi ero fatto di lei
come scrittrice. C'era qualcosa di romanzesco nell'atteggiamento
esistenziale che evocava: un'idea di solidit, di coerenza,
emozioni forti confermate da un progetto forte. Tutto questo
per dire che approvavo.
Si sarebbe diplomata quell'estate e, siccome in quel periodo
non avrei insegnato, non pensavo che l'avrei pi rivista n che
avrei avuto pi sue notizie. Cos, dopo il nostro ultimo incontro, pensavo a lei come a qualcuno passato a un luminoso futuro di soddisfazione artistica e personale.
Passarono due anni durante i quali non ebbi notizie da
Nasreen. Poi, nel dicembre del 2005, mi mand un'e-mail per
dirmi che aveva finito la bozza del suo romanzo, chiedendomi
se avrei voluto leggerlo.
Avevo finito di insegnare al Morgan College per quell'anno,
e avevo organizzato le cose in modo da non dover insegnare pi
fino all'autunno successivo. Per quanto ammirassi il suo lavoro,
non avevo voglia in quel momento di leggere o pensare a lavori
di studenti o ex studenti, quindi con la massima delicatezza
declinai la richiesta. Tuttavia, con molta fiducia, mi offrii di
raccomandarla alla mia agente - che chiamer Janice Schwartz
- che stava cercando clienti e che pensavo avrebbe potuto essere
interessata al lavoro di Nasreen.
Nasreen mi ringrazi educatamente per l'offerta, dicendo,
peraltro, che aveva gi avuto espressioni di interesse da altri
agenti, come anche da due o tre editori, e mi chiese un consiglio
su come procedere per far conoscere il suo libro.
Nelle settimane successive si svolse una cordiale corrispondenza.
A quel tempo non tenevo copia di ogni messaggio di
Nasreen, ma ne ho conservati alcuni. Per un bel po' di tempo
sono messaggi normali. Mi chiede come deve regolarsi per l'interesse di questo o quell'agente o editore. Mi racconta di un
noioso lavoro amministrativo che ha intrapreso in un college
della citt. Mi segnala un CD di un musicista americano-iraniano
suo amico. Discute se debba o meno prendere in considerazione
la mia offerta di metterla in contatto con la mia agente. I
messaggi sono colloquiali e, rispetto alla riservatezza tipica di
Nasreen in classe, mi sorprendono per la vivacit. Le mie risposte sono pi asciutte, anche se cordiali, la incoraggio per il suo libro con qualche moderato tentativo di ironia: Le mie condoglianze per aver dovuto accettare un lavoro d'ufficio. Per fortuna fra poco sarai in grado di comprarti l'ufficio.
Il 13 gennaio 2006, si lamenta che un agente ha respinto il
suo libro e mi inoltra la lettera con la quale la decisione le  stata comunicata, dicendo che adesso ha deciso che le piacerebbe
mandare il libro alla mia agente, Janice, e concludendo: Mi
dispiace disturbarti con le mie nevrosi e guai letterari. Spero che tu stia bene e che si possa prendere un caff dopo che tutto
questo si sia (o non si sia) risolto, o qualcosa del genere.
Esprimo di nuovo la mia partecipazione alla sua sfortuna, le
suggerisco una o due cose da mettere nella lettera a Janice e le
dico che sono d'accordo sull'idea di incontrarci per un caff. Il
20 gennaio mi chiede come mai non insegno pi e mi offre
enormi somme di denaro perch io diventi di nuovo il suo
consulente. Scherzando, o forse non solo scherzando, dal
momento che aggiunge: Saresti interessato? La ringrazio, ma
le spiego che non ho proprio il tempo.
Con l'avanzare dell'inverno, i suoi messaggi diventano
sempre pi caldi, pi ciarlieri e inquisitivi, molte domande
personali, il mio passato, le mie abitudini di scrittore e la mia
famiglia, insieme a pacate battute divertite sull'arroganza degli
agenti letterari, la noia del suo lavoro e cos via. Mi chiede cosa
sto scrivendo e le dico che mi sto occupando dell'adattamento
per lo schermo di un romanzo non finito di mia moglie. Mi
chiede di nuovo di lavorare con lei al suo libro, e io di nuovo
declino l'invito. Qualche volta inserisce note pi personali, alludendo
ad esempio al fatto che ha rotto con il suo fidanzato.
Tutto quello che fornisce come spiegazione  Non posso sposare
A. e l'effetto di questo commento  di aggiungere un tocco
di sacrificio stoico al complesso delle sensazioni che mi aveva
provocato con l'uso del termine fianc.
Le mie risposte, sempre brevi, diventano pi cordiali e meno
riservate con il passare delle settimane. Siccome non ero il suo
professore o nient'altro a quel tempo, avevo volentieri eliminato
l'atteggiamento del personaggio distaccato e formale con
il quale tendo a proteggermi durante le mie scorribande nel
mondo accademico. Come conseguenza cominciai a provare un
cambiamento dei miei sentimenti per Nasreen: da un senso del
dovere un po' stanco passai a un affetto diretto e pi umano.
Nella vita molto regolata che faccio - vicino a Woodstock,
New York, ma in campagna - non mi capita spesso di incontrare
gente nuova, e ancor meno gente con la quale ho qualcosa in
comune che potrebbe svilupparsi in una vera amicizia. Nelle
rare occasioni in cui una persona del genere compare nella mia
vita, tendo a comportarmi in modo eccessivamente confidenziale.
Il verso della canzone di Jim Morrison Ho bisogno di un
amico veramente nuovo mi torna spesso in mente, e nel proseguimento
della mia corrispondenza con Nasreen cominciai a
pensare a lei come a un amico veramente nuovo. Il fatto che
fosse pi giovane di me e iraniana dava un certo fascino di novit
a questa amicizia (la maggior parte dei miei amici sono uomini
occidentali di mezza et come me), ma la cosa pi importante
(in considerazione del fatto che una qualunque relazione fra
di noi sarebbe stata molto probabilmente di natura puramente
epistolare) era che lei fosse una collega scrittrice il cui lavoro
ammiravo sinceramente e che sembrava a sua volta apprezzare
il fatto di comunicare con me. Pensai che i suoi sentimenti per
me fossero qualcosa di simile.
Ma a un certo punto mi resi conto che mi stava corteggiando.
Senza un'intenzione seria, mi sembr: pi che altro seguendo
un'implicita convenzione alla quale sembrava adeguarsi e che
riguardava lo stile corretto per la corrispondenza fra una donna
relativamente giovane e un uomo pi anziano il cui aiuto riteneva
potenzialmente utile. (Uomo pi anziano...  la prima volta
che uso questa qualifica parlando di me. Fra gli altri effetti del
mio incontro con Nasreen c' il fatto che ho smesso di pensare
di essere giovane.) Che questa convenzione, come la sentivo,
fosse in qualche modo antiquata sembrava essere in linea con il
resto del suo carattere. C'era qualcosa di un'altra era nel modo
con il quale si era presentata nella prima serie dei suoi messaggi;
e anche di un'altra cultura. In effetti quando, molto pi tardi,
incrociai un elenco di tutte le gradazioni di corteggiamento e
civetteria riconoscibili nella societ persiana, ognuna con la sua
specifica parola - eshveh, kereshmeh, naz - mi chiesi se non ero
stato oggetto di qualche ultimo, anacronistico rifiorire di quella
antica tradizione.
Ad esempio in una delle sue e-mail mi racconta che un suo
compagno nel workshop che avevo tenuto - lo chiamer Glen
- le aveva detto che lui e altri studenti della classe avevano
pensato che io e lei avessimo una relazione. Non sembrava una
storia plausibile, e pensai che o lei se l'era inventata, oppure
stava molto esagerando qualche commento fatto da Glen come
semplice battuta. Comunque, lo scopo sembrava quello di
presentare sotto forma di pettegolezzo moderatamente piccante
un'idea che io avrei potuto trovare divertente (immaginai che
questo fosse il suo disegno), magari solleticante e forse anche
seducente.
Non mi disturba essere corteggiato - in effetti mi pu anche
piacere - e, sebbene non facessi alcun esplicito sforzo per incoraggiare
la cosa, nemmeno sentii la minima impellente necessit
di scoraggiarla. Al commento di Glen risposi:  buffo Glen.
Ovviamente  nato per scrivere. Che mi sembr un modo per
mantenere il tono leggero della nostra corrispondenza e allo
stesso tempo stabilire con garbo una certa distanza.
Un paio di settimane dopo ricorda, o fa finta di ricordare, che
io una volta la ripresi bruscamente durante il workshop -
anche questo rimprovero mi sembra una vaga forma di corteggiamento,
in quanto  un evidente invito ad ammorbidire il
presunto sgarbo. Di nuovo nella mia risposta cerco di mantenere
il tono giocoso, senza per abboccare all'esca: Ripresa bruscamente,
eh?  dico. Un po' difficile da credere. Sei sicura che non
abbia semplicemente cercato di sollecitarti un'opinione o qualcosa
del genere? (Ti ricordo piuttosto reticente.) Aggiungo poi
in tono semiserio, con una strana preveggenza vista la successiva
catastrofe: Come George Eliot ebbe a dire, l'ultima cosa che
impariamo nella vita  l'effetto che facciamo sugli altri.
In marzo, dopo molti tentativi non riusciti con altri agenti o
editori, mand finalmente il suo manoscritto alla mia agente,
Janice. Ritenni che ci fossero buone possibilit che Janice la
prendesse come cliente. A parte la qualit del suo materiale
letterario, tutto nel profilo di Nasreen - et, genere, nazionalit
- mi sembrava qualificarla come una buona prospettiva
commerciale. Comunque non volevo incoraggiarne troppo le
speranze, e feci attenzione a non sembrare troppo fiducioso.
Janice in quel periodo era in viaggio, e non si occup subito
del libro. Il ritardo, insieme al fatto che ero responsabile della
presentazione, mi fece sentire pi obbligato di quanto non mi
fossi sentito prima. Ritornando sulla mia precedente decisione,
mi offrii di leggere la prima parte del romanzo, in modo da
poter essere pi circostanziato nella mia raccomandazione a
Janice. Avevo in programma di andare a New York per un paio
di giorni alla fine di aprile, e con Nasreen concordammo che in
quella occasione mi avrebbe consegnato il fascicolo. Fissammo
una data e un'ora per l'incontro in un bar nel Village scelto per
l'occasione. Con l'approssimarsi del giorno dell'incontro, la
cosa cominci a colorarsi di un'intensit fatale, almeno nella
mia mente, in parte per il problema nodale di come Janice
avrebbe reagito al libro in sospeso, per non parlare dell'effetto
cumulativo dei messaggi di Nasreen che si erano fatti via via pi
frequenti, tanto che cominciavo ad averne abbastanza di lei e
del pensiero di lei.
Fra questi messaggi ce n'era uno con una strana fotografia di
lei, presa quando doveva avere vent'anni circa. Era solo il viso,
illuminato in modo da lasciar intravedere soltanto la curva degli
occhi e della bocca e qualche ciocca di capelli, facendola
sembrare un fantasma. Non ero sicuro se questo invio rientrasse
nella categoria del corteggiamento o se non fosse una cosa
normale fra le persone di una decina d'anni pi giovani di me,
gente che aveva immediatamente assorbito la comodit della
comunicazione Internet come aveva fatto lei (mandava continuamente allegati e link) e non ne era invece ossessionata come capitava a me. In ogni caso, il viso incandescente di questa fotografia
aveva sostituito quanto vagamente rimaneva nella mia
memoria del suo effettivo aspetto, tanto che, quando arrivai al
bar per il nostro incontro, mi ci volle qualche secondo per
rendermi conto che la donna vicino al banco, dai capelli scuri,
sobriamente vestita con abiti da ufficio, che parlava in fretta al
telefonino, era proprio Nasreen. Chiuse il telefono e dopo un
saluto un po' imbarazzato andammo a sederci a un tavolo in
fondo al locale vicino a una finestra che dava su un cortile con
il pavimento in pietra.
L'incontro, che dur circa mezz'ora, si svolse su toni attenuati
e quasi in sordina - stranamente, in considerazione di quanto
lo aveva preceduto. Nonostante la sua fantasiosa loquacit nella
posta elettronica, Nasreen di persona era ancora pi tranquilla
di come la ricordavo. Non che non fosse pi che piacevole, ma
c'era qualcosa di nascosto o di non espresso, nel suo comportamento:
in qualche modo una strana irrealt nella sua presenza
di fronte a me dall'altra parte del tavolo in legno di abete laccato,
quasi come se fosse assente in tutto se non dal punto di vista
letterale, meccanico.
La nostra conversazione fu amichevole, ma in qualche modo
evasiva. Lei parl con amaro sarcasmo della sua famiglia, alcuni
a New York, alcuni in California, e mi diede l'impressione che
le sue ambizioni artistiche e la sua vita sballata l'avessero collocata
nel ruolo della pecora nera della famiglia - non proprio
tagliata fuori, ma chiaramente nemmeno accolta. C'era denaro,
mi fece capire, ma a lei non ne arrivava molto. Cogliendo questo
spunto, le accennai a un mio recentissimo problema relativo al
nostro appartamento. La nostra subaffittuaria, la signora di
Baltimora, aveva telefonato il giorno prima per dirci che stava
comprando un monolocale e che non avrebbe pi avuto bisogno
di condividere il nostro appartamento. Questo era un brutto
colpo, perch era stato difficilissimo trovare un subaffittuario
le cui necessit si incastrassero cos bene con le nostre, e io dubitavo
molto che saremmo riusciti a trovarne un altro. E anche se
fosse successo, c'era sempre il pericolo che l'amministrazione
della societ che aveva recentemente comperato l'edificio, e che
ci aveva messo dentro un ufficio, notasse la faccia nuova e,
facendo due pi due, si accorgesse che stavamo subaffittando,
in deroga a quanto fissato dal nostro contratto. Non potevamo
permetterci di tenere l'appartamento senza condividerlo, e
dovevamo quindi considerare l'ipotesi di perdere il nostro
pied--terre a New York.
Tutta questa storia mi aveva impegnato il cervello fin dalla
telefonata della nostra subaffittuaria, ed  per questo che mi era
sembrata la cosa naturale da raccontare dopo il cenno di
Nasreen ai suoi problemi economici. Nasreen aveva ascoltato
educatamente, ma la mia sensazione fu che non avesse prestato
veramente attenzione alla cosa.
Finiti i nostri caff uscimmo dal locale. Fuori ci avviammo
nella stessa direzione per due isolati. Nasreen si accese una sigaretta
e la fum camminando al mio fianco, in silenzio, l'unico
rumore i colpi leggeri dei suoi tacchi sul marciapiede. Sembrava
fragile, pensai, forse anche un po' stressata. Arrivati all'angolo
dove le nostre strade si separavano mi diede il manoscritto, e
con un rapido bacio sulla guancia ci salutammo.
La lettura del manoscritto mi creava qualche preoccupazione.
Se, nonostante la grande promessa delle bozze che avevo
letto due anni prima, lei in seguito avesse sballato le cose? So
per esperienza quanto sia facile perdere il filo di un racconto.
Una curva sbagliata e puoi finire per mesi in un ginepraio di
fatiche futili e inutili. Oppure poteva succedere che non mi
piacesse pi come mi era piaciuto allora. Cosa avrei potuto dire?
Questi manoscritti sono la rappresentazione fisica delle ambizioni
e delle tensioni pi intime dei loro creatori. Sono immersi
in potenti campi di energia. Arrivano nelle tue mani di lettore
carichi di ineffabili potenzialit di fiducia e di sospetto, speranza,
paura ed eterna avversione. Anche questo lo sapevo per
esperienza, e quando aprii la busta provai un oscuro familiare
presentimento.
Non mi sarei dovuto preoccupare. Il testo era eccellente
come me lo ricordavo: fraseggiare solido fortemente evocativo
della situazione di Teheran all'inizio della rivoluzione, una serie
di personaggi ben definiti con una fragile eroina al centro, una
narrativa di trame d'amore, di lotte di potere politico che scorreva
rapidamente ed era ben sostenuta da una forte intima
convinzione. Avevo cose da criticare, pi che altro sui passaggi
di carattere eminentemente saggistico, ma erano problemi che
un buon redattore avrebbe potuto facilmente risolvere, e tutto
sommato trovai giustificato il mio entusiasmo iniziale.
Mandai un'e-mail a Nasreen con le mie osservazioni dettagliate
e le allegai una copia del messaggio che avevo scritto a
Janice confermando il mio giudizio positivo.
Mi sembr di aver capito che il resto del romanzo esisteva
solo in una bozza molto grezza, e ricordo la mia preoccupazione
circa il fatto che, anche se questa prima parte aveva bisogno di
una revisione, Janice avrebbe potuto pensare che fosse troppo
presto per impegnarsi come agente. La mia opinione era che la
forza dello scritto, evidente fin dalla prima pagina, potesse essere
garanzia sufficiente che prima o poi ne sarebbe uscito un
buon libro. Per me allora la definizione di scrittore era molto
semplice, come la pone qualche critico, qualcuno che ha un
modo interessante di usare le parole. Le frasi ti coinvolgono?
Ti incantano? Ti fanno venire voglia di leggere ancora? Se 
cos, per me questo  sufficiente, indipendentemente dalla
storia. Se non  cos, potrai avere tutto il materiale politicamente,
socialmente o in qualche altro modo importante, ma non
sar sufficiente a fare la differenza. Di questo non sono pi tanto
sicuro (in realt non sono pi tanto sicuro di nulla), ma anche
allora mi rendevo conto che non tutti condividevano questo
modo semplicistico di giudicare uno scritto. Immaginavo anche
che, dal punto di vista di un agente, per la decisione di prendere
in carico un'opera prima - la cosa pi difficile dal punto di
vista delle vendite - un modo interessante di usare le parole
non fosse precisamente un criterio incoraggiante.
Janice rimase comunque bene impressionata, al punto da
chiedere a Nasreen di incontrarla. Secondo quanto riferito da
tutte le fonti, l'incontro fu positivo e piacevole, ma alla fine,
come temevo, Janice decise che il libro era troppo lontano
dall'essere finito perch potesse assumersene la responsabilit
commerciale. Comunque le raccomand una sua amica - che
chiamer Paula Kurwen - che operava professionalmente come
redattore. Non avevo mai conosciuto personalmente Paula, ma
sapevo che aveva una buona reputazione. Le piacque il manoscritto
tanto da pensare di poterlo lavorare, e poco dopo
Nasreen mi mand un'e-mail entusiastica dicendomi che stavano
lavorando insieme in modo molto produttivo. Non era precisamente
come venire preso in carico da un agente, ma era
probabilmente il risultato migliore in considerazione dello
specifico stato di avanzamento del libro. In ogni modo era sicuramente
un passo nella direzione giusta, e io ero contento di
avere avuto un ruolo nello svolgimento della cosa.
In giugno avrei dovuto viaggiare, andata e ritorno da Londra
e quindi Los Angeles. Siccome avevo qualche giorno fra i due
viaggi, decisi di andare a Los Angeles in treno, con uno dei
Superliner a due piani della Amtrak che attraversano il paese
partendo da Chicago con tempi comodi, interni arredati in
vecchio stile, vagoni panoramici con ampie vetrate, vagone
ristorante e stanzette private. Sarebbe stato un viaggio di tre
giorni da Chicago, e avevo programmato di interromperlo con
una sosta di una notte extra nel New Mexico. Nella vita banale
che faccio questa spedizione era un fatto importante, e ne feci
menzione in un'e-mail a Nasreen, insieme ad altre notizie
correnti di quella primavera, come la fuga del nostro pappagalletto
australiano e il mio progetto di pavimentare con pietre il sentiero nel mio orto.
Nasreen sembrava divertita da questi bollettini sulla mia vita,
e spesso rispondeva con caustiche intuizioni che mi piacevano.
Sul mio lavoro di pavimentazione in pietra, ad esempio, un'idea
che era diventata per me quasi ossessiva, scherz dicendo che
stavo costruendo una fortezza - un'immagine che mi colp perch in effetti stranamente accurata. (Ammiravo anche l'immediata e abile trasformazione dei miei piatti sentieri in solido edificio come esempio di caratteristica vivacit e schiettezza del suo modo di scrivere.)
Ma la sua risposta alla notizia del mio imminente viaggio in
treno fu un po' diversa. Che facesse parte della categoria corteggiamento
non era in s nulla di nuovo, e non c'era dubbio che
fosse intesa come nulla di pi serio degli esempi precedenti, ma
il contenuto specifico mi parve una decisa sottolineatura dei
termini fino ad allora correnti: il tentativo di inserirsi nei miei
pensieri sotto una luce chiaramente erotica. Proponeva di introdursi
furtivamente nel mio scompartimento durante il viaggio e
mi chiedeva a che ora partisse il treno. Non risposi, ma a questo
punto mi resi conto che forse avrei dovuto ricorrere a qualche
cenno pi esplicitamente scoraggiante del solo garbato silenzio.
In quel periodo mia moglie e io (ma non mi piace questa
frase in stile Buckingham Palace: la chiamer K., che  l'iniziale
del suo vero nome anche se non  il nome che usa), K. e io
avevamo fatto una proposta per un libro che intendevamo scrivere
insieme. Anni prima, quando non avevamo ancora figli,
avevamo scritto un libro dal titolo Camminando e mangiando
in Toscana e Umbria. Aveva avuto un modesto successo, e ora
che i nostri figli avevano sette e undici anni avevamo deciso che
sarebbe stato interessante scrivere un altro libro, in famiglia,
questa volta ambientato in Provenza. Iniziai il mio viaggio
attraverso il paese l'8 giugno, e tornai in aereo da Los Angeles
dieci giorni dopo. Subito dopo il mio ritorno, un editore ci fece
un'offerta per il nostro libro. L'anticipo ci avrebbe consentito
di vivere in Provenza per quattro mesi, un tempo sufficiente
per scoprire tutti i luoghi pi interessanti della regione, e quindi
accettammo. Il nostro progetto era di partire all'inizio
dell'anno seguente.
Lo scrissi a Nasreen nella mia e-mail successiva, sottolineando
in particolare la dimensione familiare dell'impresa. Non
rispose subito, ma una settimana dopo mi scrisse un'e-mail in
cui faceva riferimento a un racconto breve che una partecipante
al workshop - che chiamer Elaine - le aveva appena mandato,
su una donna americana che seduce un uomo arabo. Il messaggio
aveva qualche incoerenza, come se fosse stato scritto da
qualcuno in preda a forte emozione, e si concludeva con il
commento che la storia di Elaine era il racconto appena velato
di una storia vera; che l'americana era la stessa Elaine e l'arabo
ero, fra tutta la gente possibile, proprio io. In effetti sembrava
che Nasreen mi stesse rinfacciando di averla respinta come
amante, accusandomi di favoritismo per avere riservato la mia
attenzione a un'altra studentessa.
La bizzarria di questo scenario - bizzarro per me, almeno:
non sono abituato a essere considerato come una specie di
pasci circondato da donne vogliose - mi disturb quasi quanto
l'accusa. Avevo detto molto chiaramente che ero felicemente
sposato e non ero interessato ad avere avventure, ma evidentemente
il concetto doveva essere ulteriormente ribadito. Mi
seccava molto doverlo fare: sembrava la rinuncia alla viva amicizia
di una vera relazione con un altro essere umano per rifugiarsi
nella sicurezza e nella mortale geometria della convenzione.
Il 30 giugno risposi:
Non riesco veramente a capire a cosa si riferisca tutta questa roba
- non ho letto la storia [di Elaine] e per la verit non ho mai avuto
una relazione con una studentessa o con un'ex studentessa, e non
intendo cominciare ora. Mi piace come scrivi e voglio esserti
d'aiuto, ma non voglio essere una figura fittizia nelle fantasie
private di nessuno e comunque se lo fossi non vorrei nemmeno
saperlo. Pu darsi che io abbia letto i tuoi messaggi con spirito
meno serio rispetto alle loro intenzioni - in questo caso mi scuso.
Comunque, penso proprio che tu abbia un notevole talento, e
questa  la ragione per la quale ho cercato di convincere Janice
a prenderti come sua cliente. Mi dispiace che questo non si sia
verificato, ma continuo ad avere forti speranze per il tuo libro e
penso che dovresti concentrarti per finirlo il pi presto possibile.
La sua reazione iniziale fu di rimanere curiosamente insistente,
e un paio di giorni dopo mi sentii costretto a ribadire:
Non so cosa dirti, Nasreen. Credo che nelle rare occasioni in cui
apprezzo come uno scrive tendo a sentire nei suoi confronti un'affinit
e l'inizio di una possibile amicizia. Perdonami se di questo
hai dato una diversa lettura: non era certamente nelle mie intenzioni.
Mi dispiace che le cose siano arrivate a questo punto e non
voglio irritarti, ma sono proprio felicemente sposato e se le cose
stanno cos non desidero continuare questa corrispondenza.
Mi ero rassegnato a chiudere questa amicizia, ma una settimana
dopo Nasreen mi mand un messaggio lucido e garbato,
dal quale vale la pena estrarre queste dichiarazioni, se non altro
per la loro rilevanza rispetto a quanto avvenne in seguito:
[...] Non sono abituata a uomini che mi diano sostegno, aiuto o
amicizia senza nessuna implicazione di scambio amoroso o
sessuale. Non ho pensato sinceramente che questo fosse lo scopo
per il quale volevi coltivare la nostra positiva relazione. In un certo
senso ti amo e sono innamorata di te - ma specialmente perch
mi hai fatto sperare che ci sono uomini normali da qualche
parte [...].
Mi dispiace se mi sono comportata da stronza con te. Per favore,
ridi. Devo ridere anch'io per non sentirmi imbarazzata (sto cercando
di razionalizzare, dal momento che tutti gli scrittori sono un
po' pazzi...) [...].
Sono contenta di saperti cos rispettoso di tua moglie e della tua
famiglia tanto che mi hai detto di smetterla.  stata una buona
terapia [...].
Per un paio di mesi dopo questo messaggio la nostra corrispondenza
riprende il suo tono leggero e amichevole. Nasreen
mi scrive del suo lavoro con Paula, che sembra procedere bene.
Adotta un cucciolo e manda fotografie. Scherza sul suo nuovo
terribile capoufficio. Si chiede se deve fuggire dall'incubo
dell'America di Bush per vivere all'estero. Comincia anche a
scrivere di altri uomini che la interessano - Penso di aver trovato
la mia prossima preda [...].  uno scrittore molto carino [...].
Forse ha una ragazza, ma questo non  un problema -
riqualificandomi, sembra, dal ruolo di preda a qualcosa come
confidente.
In agosto mi racconta di essere stata a un party dove si 
parlato di mio padre. Mio padre ha progettato diversi edifici
pubblici molto conosciuti in Inghilterra, e per il suo lavoro 
stato nominato Lord. Questo mio collegamento con un Sir la
diverte molto. Comincia a chiamarmi Sir James in alcune sue
e-mail, con variazioni in St. James o semplicemente Sir. Gli
stereotipi di essere inglese, di essere un marito fedele (come un
santo) e un insegnante (il ridicolo oggetto delle passioni di
scolarette) erano tutti compresi in quegli appellativi e mi facevano
capire, di nuovo, come mi trovassi di fronte a un pensiero
simile al mio, qualcuno per il quale le parole erano fonte di
vitale godimento. Molto pi di me, infatti, lei era una alla quale
le parole restavano attaccate in uno strano modo, diventando
una parte essenziale della realt nella quale viveva. Qualche
volta nelle sue e-mail scriveva cose che sembravano senza senso,
fino a quando, dopo qualche giorno, di colpo afferravo il significato
dell'allusione di quella parola o della frase enigmatica. Ad
esempio: mesi dopo il nostro incontro a New York chiuse un messaggio con I'm s'nice, aren't I? Che suovana circa come: Sono carina, vero?
L'abbreviazione mi sembr una cosa buttata l a caso, ma poi mi capit di passare
davanti al bar dove ci eravamo incontrati (non ne conoscevo il
nome, ma solo il posto) e vidi che si chiamava s'Nice - e capii
che contrariamente a quanto avevo pensato la sua battuta aveva
un preciso riferimento. Pi significativo, forse, il fatto che la
parola fortezza, che mi aveva cos irritato, risult essere (e
questo d la misura della mia disinvoltura con le parole, anche
con le mie) un riutilizzo di qualcosa che io stesso avevo scritto
in uno dei miei romanzi, L'unicorno (in e-mail successive conferm
di averlo letto con attenzione), dove il protagonista parla
della sua infelice vita d'amore, e precisamente questa frase: Mi
ero reso conto che non volevo pi una "amante" o una "ragazza",
volevo una moglie. Volevo qualcosa di solido vicino a me - una fortezza e un santuario.
Ci che qui voglio sottolineare  la mia continua percezione di
affinit con Nasreen, la sensazione di essere sulla stessa lunghezza
d'onda, qualche volta in modo ineffabile; ma voglio anche accennare
a una certa fragilit dell'idea che aveva di se stessa. Qui
espressa ancora senza ombre, ma che anticipava comunque
un'incerta e pi preoccupante definizione della sua identit, che
non molto tempo dopo sarebbe diventata minacciosa.
Rimanendo per un momento su questa sua particolare
tendenza, la fase successiva percepibile del suo percorso mentale
arriv il 20 settembre, con un'e-mail alla quale Nasreen alleg
il testo completo di un messaggio privato indirizzato a lei da un
altro ex compagno di corso dove attaccava vari altri studenti del
seminario. Sappiamo tutti, naturalmente, che i messaggi di
posta elettronica non sono una forma di comunicazione strettamente
privata, ma nonostante ci, e sebbene Nasreen stessa si
fosse resa conto che c'era qualche cosa di ambiguo nel copiare
un'e-mail (Potrebbe non essere corretto da parte mia farti
vedere questo), sentii una mancanza di scrupoli che prima non
avevo sospettato. Ovviamente lo stesso uso delle e-mail di
Nasreen che faccio in questo racconto mi espone all'accusa di
ipocrisia. Non credo di essere colpevole, ma, piuttosto che spiegare
e giustificarmi adesso, chiedo al lettore di avere pazienza.
Questa  una storia complicata, e siamo solo all'inizio.
Pi tardi, lo stesso giorno, come intuendo le mie perplessit,
Nasreen mi mand un altro messaggio: Spero che tu sappia
che non condivido con nessuno le tue mail/considerazioni. In
qualche modo questa rassicurazione ebbe per me l'effetto opposto
a quello inteso. Non pensavo di avere mandato nulla di cui
essere imbarazzato se fosse stato letto da altri, ma mi dava noia
il fatto che potesse esistere nella sua mente anche solo il concetto
di condividere o non condividere con altri i miei messaggi,
e questo ebbe come effetto un netto raffreddamento del mio
desiderio di comunicare con lei.
Fu a quel tempo che Nasreen cominci a inserire nelle sue
e-mail allusioni a Rilke, in particolare alla figura dell'Angelo
nelle Elegie duinesi, con il quale sembrava identificarsi.
Ricordavo l'Angelo dalle mie letture di Rilke come un'immagine
di violento potere di trasformazione, invocato dai mortali a
loro rischio e pericolo. Incuriosito dal fatto che Nasreen si identificasse
in questa figura andai a rileggere il saggio di Heidegger
su Rilke, Perch i poeti?, perch in qualche modo ricordavo che
in quel saggio Heidegger discute dell'Angelo, e infatti cos :
L'Angelo delle Elegie, scrive,  quell'essere che garantisce il
riconoscimento di una realt di ordine superiore nell'invisibile.
In considerazione del tono dei suoi messaggi pi recenti,
immagino che fosse questo aspetto, il dono divino della rivelazione,
che Nasreen aveva in mente adottando l'Angelo come
una delle sue molte identit private. Ma quello che mi aveva
colpito di pi leggendo il saggio era un altro aspetto, appena
accennato da Heidegger, ma curiosamente rilevante: Questo
essere, prosegue l'altra descrizione (che avrei ricordato pi
volte nei mesi e anni che seguirono), per il quale limiti e differenze
[...] non esistono praticamente pi.
Anche prima che si manifestassero queste tendenze di
Nasreen confuse e contorte, i miei messaggi a lei erano diventati
pi brevi e pi prudenti. Il motivo era in parte l'esorbitante
numero di e-mail che aveva cominciato a mandare Nasreen -
spesso molte al giorno - e in parte il riapparire di quello che una
volta era un garbato corteggiamento, ma che adesso era diventato
un vezzo decisamente inquietante.
Il corteggiamento, trattato giocosamente all'inizio, marcandone
la stessa futilit, con le settimane era diventato pi insistente,
come se il mio rifiuto gli avesse dato il permesso di svolgersi
in una specie di spazio negativo, alimentandosi della sua
stessa stravaganza, come in un certo genere di poesia d'amore
dove l'emozione cresce in modo abnorme proprio a causa della
resistenza che incontra. 7 settembre: Non mi ami pi per nulla,
vero James? 19 settembre: Solo un sorso d'acqua dal pozzo
dello Zamzam che trabocca nonostante la scomparsa del Figlio
del Tuono. (Oltre a Sir adesso ero anche il Figlio del Tuono
e qualche volta Mister Tuono.) 20 settembre: James, tu
dovresti sposarmi e io manterrei tutti i Lasdun.
Cominciai a capire che per Nasreen stavo diventando pi che
altro un motivo di frustrazione e, dal momento che non potevo
essere quello che lei voleva che io fossi, avrei dovuto sparire del
tutto. D'altronde, ero ancora in parte attaccato all'idea che lei
fosse un'affascinante nuova amica, non molto pi folle di tanti
altri miei amici scrittori, e anche una che sembrava trovarmi
utile come controparte dialettica per esibire il suo vocabolario
di simboli e metafore. Dopo aver eliminato (per lo meno da
parte mia) ogni traccia di erotismo fra noi, ero pronto ad assumere
il ruolo di vecchio zio, un po' eunuco, quei tipi che appaiono
di tanto in tanto nella letteratura: la figura di critico-mentore
assoldato da qualche brillante giovane scrittore che ha avuto
la fortuna o la sfortuna di incrociare. (Per me era sempre stato
impossibile, prima di allora, immaginarmi altro dal brillante
giovane scrittore in una relazione di quel genere: ancora un
esempio della sindrome di invecchiamento che Nasreen mi
aveva provocato.) Mi venne in mente Thomas Wentworth
Higginson, sia come consulente letterario, sia come possibile
oggetto di infatuazione mistica/erotica: il saggio letterato minore
la cui guida venne cercata da Emily Dickinson (Vorreste
essere il mio precettore, signor Higginson? come notoriamente
scrisse la poetessa) nelle sue Lettere mai mandate: Voglio
vedervi di pi, signore,  la cosa che pi desidero al mondo.
Probabilmente sto esagerando i miei sentimenti da vecchio
zio. La verit  che vedevo me e lei pi su un piede di parit: due
scrittori in diverse fasi della loro carriera, impegnati nelle stesse
difficolt. Come Nasreen si permetteva di interrogarmi sulla
mia vita e sui miei scritti, cos io le facevo le stesse domande che
avrei fatto a qualunque altro amico scrittore (o non scrittore, se
 per quello), o a uno che avesse avuto esperienze dirette in cose
che mi interessavano.
Per questo le avevo fatto due domande su problemi che allora
mi stavano particolarmente a cuore. La prima era una domanda
molto generale su come si sentiva qualcuno del mondo
musulmano a New York subito dopo gli attacchi dell'11 settembre.
Nasreen rispose a questa domanda nello stile un po' maniacale
che adottava di tanto in tanto, pieno di rapidissimi elenchi
di riferimenti esoterici assolutamente oscuri - Razorfish, Dr.
Dave, sacerdotesse Dharma. La seconda domanda era sui veli.
I veli, burka, yashmak, niqab e chador, erano stati per me fonte
di immaginazione fin dal mio primo libro di poesie nel 1987.
Come donna di cultura islamica, Nasreen era molto interessata
al problema, e mi era sembrato naturale chiederle se avesse mai
avuto esperienza diretta con i veli. Ma fu un errore.
Rispose: Ti piacerebbe vedermi velata, Sir? Segu un diluvio
senza respiro di pesanti messaggi sui veli, chiaramente indicativi
del desiderio di credere (o per lo meno della decisione di
credere) che la mia domanda fosse un'allusione sessuale (evidentemente
molto bene accetta), che culmin l'11 ottobre con
questo: Oggi ho passato quasi un'ora in un negozio di biancheria
intima a guardare veli, James.
Allora, piuttosto esasperato, le dissi di smetterla con i veli, e
con questa ultima e-mail mi resi conto che la nostra corrispondenza
stava diventando problematica. Non sapevo cosa fare. Mi
vennero tristemente in mente i vari avvocati delle universit e i
responsabili dei rapporti con gli studenti le cui tormentose
istruzioni ai nuovi docenti su come comportarsi con gli studenti
per evitare cause per molestie sessuali erano state un'incredibile
sorpresa dei miei primi anni di insegnamento negli Stati
Uniti. (Gli estremi da paranoia di autocontrollo che mi avevano
provocato, insieme alle odiose falsificazioni di consapevolezza
che sembravano comportare, avevano a suo tempo fornito
materiale per il mio romanzo L'unicorno). Non che Nasreen -
trentacinquenne e da due anni fuori dalla scuola - potesse essere
proprio considerata una mia studentessa, ma anche cos,
mentre leggo quest'ultima e-mail, mi sembra di rivedere quegli
sciagurati figuri agitare il dito e mormorare Te lo avevamo
detto...
Ero agitato e preoccupato durante quelle settimane. Non a
causa di Nasreen, ma per un nuovo problema relativo al nostro
appartamento. La proprietaria della societ di gestione che
aveva recentemente comprato tutto l'edificio ci aveva chiamato
senza alcun preavviso per informarci che aveva trovato una nota
del precedente proprietario dalla quale risultava che abitavamo
nella regione settentrionale dello stato e che l'appartamento
non era pi la nostra prima casa. Avevo fatto un grossolano
tentativo di negare e lei aveva reagito proponendo di pagarci
una buona uscita per cessare il contratto di locazione. Non era
una proposta molto generosa, ed era chiaro che si trattava di
un'implicita minaccia di iniziare una procedura di sfratto qualora
non avessimo accettato. Allo stesso tempo ci aveva sorpreso
l'idea del denaro sventolato davanti al naso in quel modo: un
evento inaspettato che complicava l'amarezza di perdere l'appartamento
con il sudicio luccichio dell'avidit. Un avvocato ci
aveva detto che avremmo potuto ottenere molto di pi di quanto
offriva la proprietaria se avessimo giocato bene le nostre
carte, ma ci aveva anche avvertito che se avessimo chiesto troppo
lei avrebbe potuto decidere di rivolgersi al tribunale per
risolvere la controversia, e in quel caso avremmo probabilmente
perso e saremmo rimasti senza niente in mano. Avevo cominciato
a trattare e mi ero subito trovato in preda a dubbi tormentosi:
avida fantasia di grandi somme per la buonuscita, timore di
venire preso di mezzo, ansia di perdere il mio collegamento
vitale con la citt.
In mezzo a tutto questo i continui messaggi amorosi di
Nasreen, ora anche una dozzina al giorno, erano diventati un
incubo opprimente. Rispondevo sempre pi raramente, e quando
lo facevo erano giusto poche righe di riscontro. Lei lo aveva
notato, e sebbene se ne fosse risentita (come ovviamente era
successo) aveva avuto il buon gusto di assumersi la colpa per
avermi ossessionato e limitava i rimproveri a battute occasionali
e un po' ironiche (Perch ti neghi???), ma non mollava il
fuoco di sbarramento. Il 21 ottobre, rispondendo alla domanda
se fossi malato e se fosse questa la ragione per la quale non scrivevo
da molto tempo, avevo detto: No, ma non riesco a tener
dietro a tutti i messaggi che mandi.  Era il mio modo di chiederle
di lasciarmi in pace per un po', ma non ebbe alcun effetto sul
torrente di e-mail che continu senza sosta fino alla fine dell'autunno
del 2006: un monologo a puntate sulla sua vita sentimentale,
il suo appartamento a Brooklyn, varie vicende sul lavoro e
la fatica di finire il suo romanzo.
Spesso facendo la spiritosa si qualificava come pazza, non
sana di mente o paranoica. Non la prendevo molto sul serio,
ma a volte, quando mi era sembrata veramente preoccupata, le
avevo suggerito di cercare aiuto o assistenza professionale. Mi
aveva risposto scrivendo: James, sono stupidissime le cose che
dico. Scherzo quando do fuori di testa. Ma sono contenta se
sembro convincente. Questo contribuiva ad aumentare la mia
generale irritazione - a nessuno piace essere preso in giro - e quando
a novembre arrivarono un paio di e-mail di quel genere non
risposi. E non scrissi pi fino a quando non mi chiese di nuovo se
non fossi malato. Risposi, seccamente, che non ero malato. Il 18
novembre ci fu un momento incoraggiante quando scrisse:
La situazione in ufficio mi ha fatto impazzire e tu sei diventato la
mia ancora di salvezza durante il giorno. La smetto e riprender
contatto con te quando avr finito il romanzo. Devo mollare quel
lavoro e lasciarti in pace per un po' di tempo.
Il tono molto ragionevole di questo messaggio sembrava
suggerire che la mia esasperazione fosse finalmente stata percepita
e che avesse capito. Mi sentii rassicurato, con la relativa
certezza che avrebbe mantenuto la promessa e che dopo qualche
settimana di silenzio saremmo tornati alla nostra vecchia,
piacevole e serena corrispondenza.
Ma il giorno dopo il torrente ricominci.
Quell'inverno, mentre K. e io progettavamo il nostro viaggio
in Provenza, le e-mail di Nasreen entrarono in una nuova distinta
fase.
In pratica, il nuovo problema centrale era la situazione che si
era verificata sul suo lavoro. Come mi era sembrato di capire,
diceva di avere avuto una relazione con un collega che era finita
con un reciproco scambio di accuse di molestie sessuali, e l'universit
aveva licenziato entrambi liquidandoli con tre mesi di
stipendio. Come risposta, Nasreen aveva deciso di fare causa
all'universit accusando l'istituto di discriminazione di genere e
razziale. Si era rivolta a un avvocato e aveva cominciato (non
richiesta) ad allegarmi in copia i messaggi che mandava a costui,
qualche volta con commenti esplicativi e qualche volta senza. In
questa letteratura, gli argomenti di sesso, genere, razza, denaro
e politica mediorientale formavano uno strano miscuglio. Nei
messaggi appare anche un nuovo stile, una specie di orgoglio
esibizionista che mi sembrava in contrasto con la natura pesantemente
melodrammatica della materia. Ci divertiremo, dice
fiduciosa al suo avvocato. Chiamiamola arte di prestazione
giuridica. E poi: Voglio combattere. Voglio che questo sia un
circo. Definisce il processo un caso di alto profilo, essendo io
iraniana... Coinvolge il sesso, la violenza, la violazione dei diritti
costituzionali e del contratto di lavoro... Mi hanno trattata
come un detenuto di Guantanamo.
Non mi piaceva ricevere questa roba, come non mi era piaciuto
quando mi aveva mandato l'e-mail del suo vecchio compagno
di corso. Non mi piaceva la violazione impudica delle regole
fondamentali della privacy. Non mi piaceva l'ebbrezza dell'autoesaltazione.
Ma soprattutto non mi piaceva l'irritante differenza
tra l'immagine che mi ero fatto di Nasreen quando era una mia
allieva - una persona dal fascino intrigante, riservata e intelligente
- e il carattere che adesso stava venendo fuori. Mi ero sbagliato
nel giudizio? Avevo proiettato l'ipotetica immagine di lei che
mi ero fatto sull'enigmatica figura che aveva inizialmente presentato,
un'immagine tratta, credo, dal pi stucchevole archetipo di
affettata discrezione della femminilit mediorientale fabbricato
dalla psiche del maschio occidentale? In questo caso sarebbe
stata straordinaria la mia incapacit di osservazione della natura
umana, un pensiero che a sua volta rinnovava la mia insicurezza
sulla mia professionalit di scrittore.
D'altra parte, potevo anche non averla giudicata nel modo
sbagliato. Forse era lei che stava semplicemente cambiando,
stava subendo una qualche forma di metamorfosi. Se cos fosse
stato, ero coinvolto? Responsabile? K., che non era molto interessata
a Nasreen e ai suoi messaggi, mi aveva comunque consigliato
di non rompere con lei o, per lo meno, di non rompere in
modo troppo drastico. Mi rendevo conto che aveva ragione, e
per tutto l'inverno continuai a pensare al mio silenzio come a una
sospensione temporanea della comunicazione e non come a un
taglio definitivo - la corrispondenza sarebbe ricominciata appena
Nasreen mi avesse lasciato un po' di respiro. Ma a ogni nuova
e-mail che arrivava mi sentivo sempre pi aggredito e meno
disposto a rispondere. Cos il silenzio divenne pi pesante.
Credo che il mio silenzio fosse in qualche modo un tentativo
di eludere l'impulso di rispondere e il senso crescente di essere
vittima di un sopruso. Per Nasreen, invece, immagino (a posteriori)
che il mio silenzio fosse qualcosa di pi voluto e pesante:
il silenzio di un uomo arrogante che non ritiene pi degna della
sua attenzione una donna e che ha alzato il ponte levatoio, come
in effetti avevo fatto.
Questa sua percezione di me (se l'avevo capita bene) non ebbe
alcuna conseguenza sul numero delle sue e-mail, ma era forse un
motivo del loro tenore sempre pi nero. Comincia a scrivere che
le succedono cose brutte. Il collega che la accusa di molestie si 
inserito nel suo computer. Il capoufficio in qualche modo  connivente
con lui. Parti del suo romanzo sono state cancellate. Non
credevo a nulla di tutto ci, e non credevo nemmeno che ci
credesse lei. Sospettavo che simulasse l'angoscia per provocare
una mia reazione, e la netta sensazione che cercasse di manipolarmi
mi rendeva ancora meno propenso a rispondere.
Preghiere, rimbrotti, piccoli brani di lucida autoanalisi, scintille
di rabbia si alternano in rapida successione mentre il 2006
si avvicina alla fine. La sgradevole sensazione di essere oggetto
di un'attenzione indesiderata sempre pi ossessiva era anche
associata al vago senso di dover in qualche modo rispondere, e
allora pensavo ancora che lo avrei fatto non appena ci fosse
stato, tra un'e-mail e quella successiva, il tempo sufficiente per
superare l'irritazione e la sensazione generale di essere travolto,
ma questo non succedeva mai, e inoltre il contenuto dei messaggi
era sempre pi preoccupante. Tu mi ami, James. So che sei
impegnato, ma questo  pi divertente. Dimmi di smettere e di
scrivere il mio romanzo.  Il tuo silenzio fa paura, ma probabilmente
 necessario. Divertiti in Provenza. Mio fratello ha
visto un tuo articolo sul "Chronicle" e ho cercato tutto il possibile
su di te su Google... di nuovo.
Con l'inizio del nuovo anno i nostri preparativi per il viaggio
in Provenza divennero pi impegnativi. Le procedure per
portare via dalla scuola i nostri due figli per quattro mesi, trovare
qualcuno che guardasse la casa, organizzare il soggiorno in
tutti i posti e in tutte le regioni che avevamo proposto di coprire
con il nostro libro erano tutte operazioni complicate che richiedevano
tempo. Le trattative per l'appartamento procedevano
faticosamente, anche se era oramai chiaro che non avremmo
intascato la favolosa fortuna della quale avevo fantasticato, fatto
che, a parte tutto, indirizz il mio atteggiamento sulla cosa in
termini di banale depressione.
Durante tutto questo tempo ci fu il flusso costante dei
messaggi di Nasreen nella mia posta elettronica, presenza quotidiana
come il mormorio di un fiume sotterraneo. Non risposi.
Non riuscivo a pensare a nulla che non incoraggiasse ulteriori
diluvi o che non fosse troppo brutale e ostile. Eppure questo
mio silenzio mi seccava. Mi ricordo bene tutte le ragioni che lo
giustificavano. Posso facilmente ricordare la sensazione di
oppressione, di frustrazione per l'abuso di cui ero vittima. Posso
rievocare con precisione l'idea che avevo di non avere interrotto
un contatto, ma di averlo sospeso fino a quando le cose non
fossero ridiventate normali, come confusamente mi dicevo.
Posso definire con certezza assoluta, sapendo quello che oggi so
di Nasreen, che anche se allora non avessi smesso di rispondere,
prima o poi sarei stato costretto a farlo e le cose si sarebbero
svolte comunque nello stesso catastrofico modo. Ma non riesco
lo stesso a evitare la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato
nella situazione: il pensiero che, se fosse accaduto al personaggio
di un romanzo, sarebbe stata una sua evidente grave
lacuna, un vuoto di empatia.
Alla fine di febbraio del 2007 partii in aereo per Marsiglia
con la mia famiglia.
C' la fantasia della fortezza, alla quale sono certamente
soggetto, ma c' anche la fantasia del movimento, di essere il
cavaliere errante (Sir James) che si imbarca in un'avventura,
una ricerca, un viaggio, una missione, e questa, in qualche
modo, era la ragione per la quale eravamo in Francia.
Non so se valga come vera impresa cavalleresca se ti metti in
viaggio con l'intera popolazione della tua fortezza, cio la tua
famiglia. Pu darsi che mi fossi limitato a piazzare la mia fortezza
su quattro ruote e mi fossi messo sulle strade della campagna
francese. Ma ero sicuramente impegnato al massimo delle mie
capacit, fisiche e mentali, e questo, per il momento, era quanto
bastava per corrispondere a quella particolare fantasia.
Eravamo costantemente in movimento, girando in macchina
per avere l'idea del paese, poi camminavamo - quindici, diciotto,
venti chilometri al giorno - alla ricerca di itinerari che corrispondessero
alle esigenze del nostro libro: paesaggi naturali,
sentieri percorribili, buoni posti dove mangiare lungo la strada.
Contemporaneamente studiavamo le carte e le vecchie guide di
escursionisti francesi, cercando sempre di far fare i compiti di
scuola ai nostri figli. Ogni due settimane circa ci spostavamo in
un'altra zona di quell'enorme regione, facendo i bagagli e avventurandoci
nell'ignoto.
Un vantaggio inaspettato di questa vita nomade erano le rare
opportunit di sederci di fronte a un computer. Nessuna delle
locande che affittavamo aveva una connessione Internet, e per
controllare la nostra posta dovevamo aspettare di trovarci vicino
a una biblioteca o a un Internet caf. Questo avveniva raramente
e, quando succedeva, avevamo sempre molta fretta.
Inevitabilmente nella mia casella postale c'erano sempre dai
venti ai trenta messaggi di Nasreen. Non risposi a nessuno. Ne
cancellai la maggior parte senza leggerla. Le e-mail che lessi
continuavano sulle solite linee: aggiornamenti sull'assurdo
processo, descrizione del suo nuovo lavoro in un negozio di
vini, lamentele sul suo padrone di casa a Brooklyn. Roba innocua,
eccettuata di nuovo la massa enorme dei messaggi e l'abitudine
di inoltrarmi la sua corrispondenza con altre persone.
Sotto quest'ultimo aspetto c'era forse un cambiamento significativo.
Aveva messo un annuncio personale sulla London
Review of Books (le avevo una volta raccontato la storia di un
mio amico che lo aveva fatto - una storia buffa, ma credo che sia
stata quella a darle l'idea), e fra i messaggi che adesso mi inoltrava
c'era la corrispondenza privata che era seguita a quell'annuncio.
Aveva incontrato, fra i diversi cuori solitari, un professore
universitario inglese che, dopo avere avuto una relazione,
aveva abbandonato moglie e figlia; con costui si scambiava
lunghi messaggi che in genere trattavano della situazione politica
corrente: la guerra in Iraq, la alleanza fra Blair e Bush. Ne
lessi alcuni, ma non mi sembrarono di grande interesse (allora
tutti erano ossessionati da questi argomenti, me compreso), o
per lo meno non cos interessanti - o strani o preoccupanti -
come il fatto che venissero prima di tutto inoltrati a me.
Cercai di ignorare questo comportamento stravagante
mentre viaggiavamo attraverso la Provenza, ma non era facile.
Stava diventando sempre pi evidente che Nasreen non sarebbe
sparita dalla mia vita solo perch questo era il mio desiderio (un
fatto che adesso era chiaro, dovevo ammettere); per qualche
alchimia che non capivo e nella quale non volevo credere di
avere avuto parte, ero diventato l'oggetto di un'ossessione.
Nel giugno del 2007 tornammo negli Stati Uniti. Il fiume di
messaggi continu, e io continuai a non rispondere. L'interessante
corrispondenza letteraria che credevo di avere iniziato era stata
ovviamente solo un frutto della mia immaginazione, e io mi
sentivo beffato dalla mia stessa leggerezza. Avevo la vaga sensazione
di essere obbligato a leggere il romanzo una volta che
Nasreen l'avesse finito, ma cominciavo a pensare che non sarebbe
mai successo. Intanto si avvicinava settembre, il termine per
la consegna del nostro libro, e avevamo meno di tre mesi per
trasformare la massa di appunti che avevamo accumulato in
prosa utilizzabile per una guida turistica e per tramutare la pila
di mappe strappate, spiegazzate, macchiate dal sudore e dalla
pioggia che avevamo annotato durante il viaggio in schizzi topografici
presentabili. C'era inoltre da affrontare una serie di
piccoli problemi connessi con il ritorno a casa - alberi crollati
nel giardino, danni provocati da un orso che si era introdotto in
casa, istrici che avevano invaso l'orto.
Tutto ci per dire che ero molto occupato.
Il 19 luglio Nasreen mi mand un'e-mail con una foto doppia
della sua faccia, guancia a guancia con se stessa, accompagnata
da queste parole: Dovrei impegnarmi... Una settimana dopo
mand un'altra foto, le spalle nude, la bocca aperta, la testa
piegata in avanti con i capelli che scendevano sui due lati del
viso a coprire un occhio, l'altro che fissava allucinato: Ho
molta paura e non so che cosa fare! 
Non sapevo come interpretare questi messaggi, ma capivo in
modo oscuro che erano un avvertimento e che se non avessi
risposto sarebbe successa qualche follia.
Il giorno dopo arriv una lunga e-mail dal titolo Il romanzo,
a che punto .
James, se te ne importa qualcosa, ho scritto un breve stato di
avanzamento... Non ho ancora capito perch ce l'hai con me in
questo modo. Mi piaceva essere il tuo piccolo cucciolotto.
A parte il tono imbronciato, si trattava di un resoconto sereno
e abbastanza coerente di quello che aveva cercato di fare con
il suo romanzo. Se le foto con le strane didascalie erano state
ambigue minacce di follia, questo messaggio era al contrario un
segnale di quel ritorno alla normalit che mi sarei potuto aspettare
se avessi deciso di rispondere. Non mi piaceva la carota
come non mi piaceva il bastone, ma nonostante il mio forte
impulso - pi forte che mai - a non riprendere contatto con lei,
non vedevo come avrei potuto rifiutarmi di leggere le revisioni
che aveva fatto al suo romanzo, dal momento che, a questo
punto, ero decisamente responsabile dell'esistenza stessa del
libro. In effetti per il momento non mi chiedeva di leggere nulla
(non era nemmeno chiaro se avesse qualcosa da farmi leggere),
ma la mia sensazione era che volesse una mia disponibilit, o
una qualche espressione di interesse, e io mi adeguai.
Quella sera, mentre stavo pensando a cosa dirle, arriv un
messaggio che iniziava con la frase: Un vigliacco non leggerebbe
questo messaggio. Il testo continuava:
... e tu probabilmente non lo stai leggendo, oppure lo stai leggendo
perch speri di rubare qualcosa. Bene. Vai a farti fottere... Sei
disonesto, un "hippy irresponsabile. E piantala con tutti i tuoi
discorsi di mantenere la famiglia e tutte quelle stronzate.
Non sei stato onesto con me e stai usando tutto il tuo maledetto
talento per non dire nulla. E io non ho voglia di sapere nulla della
tua famiglia perch i tuoi figli saranno comunque considerati dei
nazisti tedeschi.
Questo era il primo messaggio direttamente e inequivocabilmente
ostile da parte sua. Pi tardi la stessa sera ne arriv un
altro:
Quando avevo bisogno di aiuto sei sparito. E hai scritto una fottuta
storia nella quale io ero ovviamente dipinta come il pedone
psicopatico che attraversa col rosso.
Ritorner pi tardi su questo pedone che attraversa col
rosso, insieme alla battuta sul mio presunto desiderio di rubare
materiale dalle sue e-mail, un tema che nelle settimane
successive si sarebbe sviluppato in modo significativo. Ma nel
frattempo, solo per rimanere nell'ambito degli avvenimenti di
quella che divent una serata memorabile, venti minuti dopo
arriv un messaggio che introduceva quello che sarebbe stato il
tema pi sconcertante dell'inizio di questa nuova fase. Nasreen
chiedeva se non fossi dispiaciuto del fatto che lei avesse
gridato e urlato su come fossero fottutamente pazzi gli ebrei oggi?
Una fottuta VERIT. Stupidi e pazzi, io non lo posso dire, ma
centinaia di migliaia di arabi invece possono morire in silenzio.
Non credo proprio, caro sir... SIR.
A parte tutto, questo per me era un vero enigma. Mai prima
di allora, per quanto potessi ricordare, aveva fatto cenno agli
ebrei, tantomeno gridato e urlato, e io per parte mia non
avevo mai sollevato l'argomento. Avevo pubblicato, molto
prima di incontrarla, un libro di poesie con le quali esploravo
alcune delle complicazioni del mio retroterra anglo-ebraico, e
un articolo su mio padre che trattava ulteriormente l'argomento,
e Nasreen - come si cap in seguito - li aveva letti tutti e due,
ma in tutti e due era pi che evidente, o almeno cos credevo, il
fatto che io non sono un sostenitore della politica militare israeliana
e ancor meno di idee sioniste, per cui mi stupii di trovarmi
di colpo inquadrato come una specie di censore degli arabi.
Comunque si trattava, per il momento, di un approccio ancora
leggero, quasi un tentativo di prefigurare il nuovo tema: una
prova, forse, per vedere se lei fosse in grado di portare la sua
protesta contro di me a un livello superiore e pi globale.
A giudicare dal primo messaggio in arrivo il mattino dopo, la
cosa le piaceva:
Penso che l'olocausto sia stata una fottuta e ridicola buffonata,
quasi come l'industria dell'olocausto...
Che te ne pare... SIR?
Nello stesso messaggio viene introdotto un nuovo tema, che
pure sarebbe diventato un elemento portante della tirata che
aveva appena iniziato. Si trattava del mio presunto comportamento
scorretto come docente; mi accusava di averla deliberatamente
umiliata quando avevo quella responsabilit:
Sei egocentrico, hai provato a ridicolizzarmi davanti a tutta la
classe di imbecilli merdosi americani dopo le vacanze del
Ringraziamento.
"Oh, e come hai passato il Ringraziamento, Nasreen?"
Non sapevo minimamente a cosa si riferisse, ma non ebbi
tempo per pensarci, visto che dopo pochi minuti mi arriv una
nuova e-mail che introduceva un altro tema importante: il mio
appartamento, anche se non era ancora chiaro quale fosse l'obiettivo
specifico. Iniziava con Morgan College, il tuo bordello:
Ecco cos'. Ecco la ragione per volere quell'appartamento e non
volerlo lasciare per AIUTARE DAVVERO QUALCUNO.
Poco pi tardi riprende l'accusa di sfruttare la sua vita nel
mio lavoro, accentuando l'aggressione con questa osservazione
(presumibilmente) sarcastica e introducendo un ulteriore tema
nella grande frana di odio e malvagit con la quale avrebbe invaso
la mia vita per gli anni a venire, cio la natura, generalmente
riprovevole, del mio scrivere:
Perch non scrivi qualche storia pi interessante sulle scopate
che ti fai con le tue serve?
Si riferisce, come poi conferma nella successiva e pi pubblica
fase della sua aggressione, a un mio racconto breve, L'assedio,
sulla relazione di un inglese con una donna sposata di un non
specificato paese del Terzo Mondo che vive nella cantina della
sua casa e in luogo dell'affitto gliela tiene pulita. Mezz'ora dopo
il mio romanzo L'unicorno subisce lo stesso trattamento:
Qual  la conclusione dell'Unicorno? Che gli uomini dovrebbero
scoparsi tutto quello che sta loro intorno per non diventare assassini
psicopatici?
Il mattino dopo ricominciarono le aggressioni. A un certo
punto mi inoltr un altro scambio di corrispondenza con il suo
amico professore inglese, con il quale adesso discuteva le mie
diverse nefandezze:
Ha prelevato di peso brani che gli avevo scritto nelle mie e-mail
e li ha ficcati nelle sue storie... Sono sicura che i suoi scritti
adesso sono pieni di mie idee e di miei pensieri... Ma  un imbroglione,
e verr tutto fuori...
Lo scopo qui, fra l'altro, sembrava quello di farmi sapere che
intendeva denunciarmi pubblicamente, cosa che infatti avvenne,
ma solo dopo che le accuse vennero sostanzialmente ingigantite.
A questo punto ero in uno stato di totale confusione, il
cervello si spappolava ogni volta che arrivava un nuovo messaggio.
K. fece del suo meglio per tranquillizzarmi, diceva che non
era il caso di agitarsi tanto per qualcosa che era ovviamente un
caso di patologia mentale. Il suo atteggiamento esistenziale sereno
 stato sempre di grande conforto nel nostro matrimonio in
generale e durante questa saga in particolare. Ma non sono mai
riuscito a farlo mio e, appena uscivo dal suo buon senso, ricadevo
nella mia solita tormentosa angoscia. A questo punto l'angoscia
era pi vicina allo sconcerto che alla paura. Fra l'altro non
riuscivo a collegare la ferocia delle parole di Nasreen con la
tranquilla studentessa sicura di s alla quale avevo insegnato al
Morgan College, e nemmeno con la maniacale autrice di messaggi
importuni quale era poi diventata. Mi sembrava che ci fosse
un abisso incolmabile tra questa esplosione di violenza verbale
e tutto quello che era successo prima. Il mio silenzio, per quanto
mal compreso da Nasreen (ma io penso che lo comprendesse
benissimo - come dimostravano tutte le promesse di lasciarmi
in pace), non sembrava un motivo sufficiente per spiegare cosa
fosse successo, ma poi cos'era successo effettivamente? Era
veramente impazzita oppure tutto questo era soltanto un
tentativo disperato di provocare una mia reazione, una maschera
di follia indossata per ottenere una risposta?  possibile. Alle
9,36 quella sera arriva il grido:
Vigliacco tracio fottuto, di' qualcosa!
Naturalmente lei non poteva saperlo, ma fin dall'inizio di
questo massacro avrei voluto dire qualcosa, e in effetti avevo
scritto diverse e-mail, alcune rabbiose, altre con le quali tentavo
un approccio conciliatorio, altre ancora con le quali cercavo di
spiegare in modo articolato tutti i motivi del mio silenzio degli
ultimi mesi. Ma qualcosa mi aveva sempre trattenuto dal premere
il tasto di invio. Alla mia incertezza sulle cose da dire seguiva
sempre la preoccupazione di cosa avrebbe potuto fare dei miei
messaggi questa maniaca della diffusione e dell'inoltro.
Allora non sapevo nulla dei metodi per falsificare o modificare
i messaggi di posta elettronica ricevuti per mandarli a indirizzi
terzi di tua scelta, oppure dei sistemi per identificare i veri
mittenti (da allora sono diventato un esperto), ma istintivamente
capivo che poteva essere un errore mettere a disposizione di
Nasreen una qualunque cosa che contenesse il mio DNA elettronico.
Senza ancora saperlo, ero entrato in un incantesimo infetto
nel quale la tecnologia si interseca con la psicologia, dove il
pensiero magico della mente primitiva sensibile alle maledizioni,
al malocchio e alle stregonerie di ogni genere si associa alla paranoia tipica della nostra era.
21,45:
Devi proprio essere lo stereotipo dell'ebreo, James?
Pochi secondi dopo: NON ti amo, voglio il tuo appartamento.
21,48:
Dammi le tue fottute chiavi.
Il giorno dopo, il 2 agosto, vengo totalmente identificato con l'America di Bush: inizia con le tue truppe tornano a casa...
Spero che muoiano, tutti i tuoi gangster subumani assatanati di denaro...
Poco dopo, nuovamente in tono autoriflessivo, arriva il commento:
Credo che questo si chiami terrorismo verbale.
Non avevo mai sentito quell'espressione prima di allora. Ma, apprezzando l'abilit di Nasreen nella gestione del conflitto asimmetrico,
dove lei non ha nulla da perdere e io tutto, comprendo
che la frase  specificamente pertinente. Io, ebreo anglo-americano,
uomo di famiglia, autore pubblicato, maschio di mezza et in
posizione di potere (secondo lei, almeno), ero, diciamo, l'asse
della virt, mentre lei, sempre nella sua mente, era la guerrigliera
solitaria. Le ci volle del tempo per mettere a fuoco la natura esatta
della sua missione, ma, quando finalmente ebbe tutto chiaro in
mente, lo espresse nel suo stile succinto ed efficace:
Lo roviner."
Una calda mattina, mentre K. e io stavamo disegnando
mappe nel portico della nostra cascina, squill il telefono. Era
la mia agente, Janice Schwartz, molto agitata. Da molti giorni
riceveva strani e spiacevoli messaggi su di me da Nasreen.
All'inizio non me lo aveva voluto dire, ma adesso era diventata
lei l'oggetto dell'aggressione, ed era preoccupata per la sua
incolumit. Quella mattina l'aveva chiamata una donna la cui
voce sembrava quella di Nasreen, che aveva chiesto: Posso
parlare con Meir Kahane? e poi aveva interrotto la comunicazione.
Meir Kahane era il rabbino ultrasionista il cui seguace
Baruch Goldstein aveva massacrato i musulmani in preghiera
nella Grotta dei Patriarchi di Hebron. Lo stesso Kahane era
stato poi assassinato nel 1990 con un colpo alla nuca.
Janice mi inoltr i messaggi. Il primo, in data 1 agosto, ha un
tono pragmatico:
Janice,
sono sicura che James non legge pi i miei messaggi, quindi ti
sarei grata se gli volessi comunicare che non ho apprezzato l'uso
letterale che ha fatto, per il suo racconto breve sul pedone psicotico,
delle mie parole e delle mie idee come prese dalle mie
e-mail.
Il messaggio successivo  pi scomposto:
... dopo aver letto quel racconto, nel quale mi sono saltate agli
occhi le parole che ho detto privatamente a lui (e non parlo del
linguaggio di merda della protagonista quando racconta del suo
problema di droga, ma piuttosto dei suoi sentimenti di resa e
vulnerabilit), non mi resta che pensare che sia un parassita, un
seducente parassita.
Mi fa incazzare. E te lo voglio dire. Perch no? A te non te ne
importa nulla del mio lavoro, e proteggi il tuo bambino e tutto
quello che fa per far guadagnare soldi a te e a lui.
Quindi come puoi capire la lettura della storia del pedone psicopatico
mi ha fatto molto arrabbiare.
L'e-mail seguente inizia con le parole le sue prossime storie:
Meglio che non sia roba che ha rubato da me. Ascolta, cara signora,
sono una persona vera che ha passato la vita cercando di
sopravvivere in un fottuto sadico paese...
... se il tuo ragazzino, che ti piace tanto perch scimmiotta un
inglese bianco, mi ruba ancora qualcosa e lo vedo stampato,
quando sono io che avrei meritato un trattamento obiettivo per
scrivere il mio romanzo, e non sfruttata per il suo divertimento,
ve la far pagare cara.
Sono livida di rabbia, e a ragione.
Non sono stata mandata sulla terra per sfamare i figli di James
Lasdun. Spero che tu lo capisca.
Pi tardi quel giorno Nasreen prende di mira Paula Kurwen,
la redattrice che le aveva presentato Janice. All'inizio l'insulto 
semplicemente che Paula  un'elegante ebrea postnazista
borghese che vive in America. In altre parole una privilegiata.
Comunque anche lei  complice: Tutti avete un ruolo nello
scatenare la furia.
Un minuto dopo, con questa furia che ora cerca termini
sufficientemente forti per esprimere la sua crescente intensit,
Nasreen usa una di quelle parole che bruciano tutto ci che
toccano. La parola  stupro. Non  la prima volta che la usa,
ma  la prima volta che la usa riferita a me e, anche se la usa
figurativamente e non letteralmente, sento subito la violenza
deturpante del suo tocco, come se fossi stato spruzzato con
l'acido:
Dico che se non posso scrivere il mio libro e vengo emotivamente
e verbalmente stuprata da James Lasdun, un ebreo che si fa
passare per anglo-americano, allora i libri e i film dell'industria
dell'Olocausto dovrebbero essere messi tutti all'indice.
Una cosa  essere vittima di un abuso in privato: si tratta
quasi di un affare interno, non molto diverso dall'ascolto delle
intime voci punitive nella tua testa. Ma vedere coinvolta nel
dramma altra gente, gente alla quale sei legato, come testimoni
o come vittime collaterali o entrambe le cose,  tutta un'altra
storia. Porta l'abuso a un altro livello di concretezza: pi pesante
e pi oggettivo. Ti sta succedendo questa strana, orrenda
cosa, e la gente se ne accorge.
Insieme all'accusa di furto, Janice ricevette anche dettagli
sulla mia presunta (ma totalmente fittizia) relazione con Elaine,
l'ex compagna di corso di Nasreen, completa della descrizione
di varie pratiche sessuali devianti che Nasreen sosteneva aver
saputo essere mie manie. (Aveva un particolare talento per quella
forma trasparente ma anonima di insinuazione, la fonte indefinita:
Mi hanno detto che..., Ho sentito che lui..., Tutti
sanno che...)
Indipendentemente dal fatto che Janice credesse o meno
anche a una sola parola di questi messaggi (e mi assicur che
non ci credeva per nulla), la mia reazione impulsiva fu di negare
con indignazione. Ma, nel momento stesso in cui formulavo le
parole, mi rendevo conto della futilit di farlo. Un elemento
intrinseco delle denunce e delle insinuazioni di Nasreen era,
come cominciai a capire, che pi negavo e pi cresceva la loro
sostanza, pi sembravano plausibili. Proprio la loro estrema
assurdit era una componente del loro strano potere. In base al
criterio che non c' fumo senza arrosto (immaginavo che fosse
questo il pensiero di Janice e Paula e poi, quando le cose peggiorarono,
di molta altra gente), certo qualcosa di nero e melmoso
come queste e-mail doveva implicare che io fossi, comunque,
colpevole di qualcosa, e che, anche se non ero scriteriato, strampalato
e deviato nel preciso modo indicato da Nasreen, in qualche
altro modo dovevo pur esserlo. Per la prima volta nella vita
cominciai a considerare la parola onore come qualcosa di pi
importante di un'antica formula, e la parola reputazione
come qualcosa di diverso da un indice di valutazione nel mercato
letterario.
Ma torniamo al pedone psicopatico.
Quando arrivai a New York, nel 1986, mi successe una cosa
strana. Camminavo lungo una tranquilla strada nel West Village
quando sentii la voce di una donna che chiamava da una finestra
al primo piano di una stretta casa a schiera: Signore, signore,
mi scusi, signore. La porta del suo appartamento era bloccata,
disse, e lei era rimasta chiusa in casa. Potevo aiutarla ad aprire
la porta? Sembrava simpatica, e la sua strana situazione di impotenza
la faceva anche ridere, ma avevo sentito troppe storie orribili
su New York per non essere sospettoso, e il mio primo
impulso fu di continuare per la mia strada. Ebbi un attimo di
esitazione, ma subito dopo mi ritrovai a salire la stretta scala per
arrivare al suo piano, sicuro che fosse un trucco per rapinarmi.
Davanti al suo appartamento cercai di aprire la porta con la
maniglia, che per non riusciva ad agganciare la serratura.
Spinsi la porta, senza risultato. Cerchi di sfondarla, disse la
donna da dentro. La rapina che avevo immaginato si stava
trasformando in qualcosa di peggio: ero sul punto di essere
incastrato in una violazione di domicilio con scasso, o comunque
lo chiamassero qui, ricattato e rimandato a casa con vergogna...
Rassegnato, andai in fondo allo stretto corridoio e presi la
rincorsa per dare una spallata alla porta con tutto il mio peso.
La porta si spalanc su un piccolo appartamento dai muri di
mattoni con un letto nell'angolo; la donna - capelli scuri, ben
vestita, attraente - mi guardava sorpresa. Mi ringrazi con effusione.
Niente rapinatore, nessuna macchina fotografica per il
ricatto, niente di tutto questo.
Ma, mentre me ne stavo fermo sulla porta, la situazione
sembr prendere tutta un'altra piega, assolutamente inaspettata,
nella quale io stesso ero il motivo del pericolo. Ero un uomo che
aveva appena sfondato la porta dell'appartamento di una strana
signora, fatto banalmente evidente che in qualche modo travolgeva
e annullava la pi che innocente spiegazione del tutto. La
donna divenne improvvisamente nervosa. Mi chiese se poteva
offrirmi una tazza di caff, ma ebbi l'impressione che lo facesse
solo per educazione, e che se avessi accettato, anche solo per
fermarmi l a parlare con lei (cosa che mi sarebbe anche piaciuto
fare), sarebbe stato come approfittare della situazione in modo
scorretto. Rifiutai cortesemente e me ne andai, pensando a come
il desiderio di sembrare scrupolosamente corretto (basato sul
fatto che la trovavo attraente e che volevo che anche lei mi trovasse
attraente) mi avesse costretto a fare proprio la cosa che avrebbe
impedito qualunque ulteriore contatto fra di noi.
C'era anche qualcos'altro che mi era rimasto addosso: la vaga
ineffabile sensazione, come in certi sogni ambigui, che mi attirava,
ma che, appena riuscivo a intuirne il significato, sembrava
svanire.
Per molti mesi cercai di scrivere una storia su questo episodio,
ma non riuscivo a immaginare come risolverlo in narrativa.
Vent'anni dopo, proprio prima di partire per la Provenza con la
mia famiglia, mi ritrovai a pensarci ancora, riuscendo a trovare
un nuovo approccio.
L'idea era di raccontare la storia in due parti: una dal punto
di vista dell'uomo e l'altra da quello della donna. La prima parte
sarebbe stata una narrazione dei fatti per come li ricordavo. La
seconda, invece, sarebbe stata puramente speculativa, e avrebbe
rappresentato il cambiamento del mio pensiero su di lei, cambiamento
basato sull'ineffabile sensazione che avevo avuto di una
misteriosa, ulteriore tensione dell'incontro che non ero mai
riuscito a spiegare con chiarezza. Invece della semplice giovinetta
impaurita che avevo immaginato all'inizio (una proiezione,
credo, della mia ingenuit giovanile: avevo allora ventotto
anni), si era adesso trasformata in una figura pi complessa: una
donna sola, un po' disinvolta, dominata da forti desideri. Si
scopre che la porta si era gi bloccata una volta in passato. Aveva
chiesto aiuto a un uomo e, dopo che la porta era stata sfondata,
i due, messa da parte la propria normale inibizione, erano finiti
a letto. Da quella volta aveva preso l'abitudine di bloccare la
porta ogni volta che aveva voglia di compagnia, e aspettava alla
finestra che passasse qualche uomo da adescare. (Il termine
adescare suggerisce qualcosa di sinistro, ma lei cercava solo il
calore e la partecipazione di un libero desiderio reciproco.)
L'inglese che chiama il giorno in cui si svolge la storia  pi
giovane e sembra pi innocente di quanto non avesse potuto
valutare vedendolo dall'alto, e questo la mette a disagio.
L'educata discrezione del ragazzo la rende ancora pi nervosa,
ma lei insiste offrendo come al solito una tazza di caff. Il rifiuto
di lui, seguito dall'immediato congedo, la irrita molto - una cosa
che non era mai successa prima. Con l'aiuto di un buon sorso di
vodka si riprende, e dopo aver bloccato di nuovo la porta torna
alla finestra ricordando piacevolmente i precedenti incontri,
mentre guarda la strada preparandosi per il prossimo.
Nel racconto non ci sono droghe (solo un bicchiere di vodka),
non ci sono pedoni fuori dalle strisce, psicotici o meno, ma
questa  la storia alla quale Nasreen si riferisce come alla mia
storia del pedone psicotico. La scrissi rapidamente e la inviai
prima di partire per Marsiglia. Venne pubblicata su una rivista
inglese mentre eravamo in Provenza, e poco dopo venne inserita
nell'edizione online della rivista, dove Nasreen la trov, ritengo,
mentre mi stava cercando ossessivamente su Google.
Nelle sue molte accuse di furto letterario per questa storia,
non ha mai specificato esattamente cosa riteneva che io avessi
rubato. Per mi mandava in copia le e-mail che aveva cominciato
a diffondere ad altra gente (la campagna di diffamazione si
stava allargando, e voleva farmelo sapere), nelle quali raccontava
le mie colpe e fra queste quella del presunto plagio letterario.
Anche in questi messaggi i dettagli sono confusi, ma si incentrano
sul concetto di arrendersi. L'affermazione pi chiara si
trova in un'e-mail a una sua vecchia compagna di corso - che
chiamer Sandy - che mi manda in copia, dove Nasreen scrive:
Bene, il pezzo che James ha scritto e la ragione per la quale mi
sono irritata  che c'era un brano e in quel brano ha scritto, quasi
alla lettera, ci che gli avevo raccontato - le mie idee sulla resa
(collegavo il sadomasochismo con l'immagine della dea della
giustizia con in mano la bilancia...)
... questo era il mio discorso sulla resa (islam significa resa)... e
non solo si  preso il pezzo, ma ne ha anche tratto il personaggio
del pedone psicotico...
 possibile che Nasreen mi avesse mandato un messaggio
trattando di queste cose, e che questo messaggio fosse uno di
quelli della fase iniziale, amichevole, che non ho conservato. 
anche possibile che le sue parole assomigliassero a quelle nella
mia storia alle quali sembra riferirsi, dove una donna riflette
sulla sua scoperta del rovesciamento del potere che la resa
implica. Il passaggio nella mia storia inizia cos: Ci sono modi
nei quali il mondo ti agguanta di prepotenza e tu non hai scelta
se non quella di arrenderti. Ma ci sono anche modi di usare la
tua debolezza come generatrice di forza.
Segue una descrizione di come la donna scopre questa forma
paradossale di forza, insieme ai particolari di come in passato
l'aveva usata, e il brano si chiude cos: Non era forza di volont,
si trattava di sottomissione. Questo ne era l'aspetto affascinante. 
All'inizio di questa crisi, che stava diventando sempre pi
seria, qualche volta mi capitava di fantasticare di essere in un'aula
di tribunale nella quale mi difendevo dalle varie accuse di
Nasreen. A proposito di questo presunto furto mi vedevo sul
banco dei testimoni, calmo, con un'espressione di contenuta
indignazione. Davanti a me l'avvocato di Nasreen, con i pollici
infilati nel panciotto, ghigna e strizza l'occhio alla giuria mentre
legge il passaggio che ho citato sopra e chiede se le parole e i
pensieri siano interamente miei.
S, rispondo.
Mi chiede se ricordo un messaggio di Nasreen nel quale lei
espone simili concetti sulla forza segreta contenuta nel gesto
della resa o, come io ho scritto, della sottomissione. (E qui
assume un'espressione di furbo disprezzo, per sottolineare
come nessuno possa essere tratto in inganno dalla mia sostituzione
con un sinonimo della parola usata dalla sua cliente.)
No, non ricordo, gli dico.
Con un sorriso di sufficienza produce un messaggio con una
data del 2006, e legge ad alta voce qualche frase dove Nasreen
sembra esporre in effetti un'idea analoga. I membri della giuria
mi guardano sospettosi.
Bene, signore, dice l'avvocato, immagino che lei voglia ora
cercare di convincere la corte che la somiglianza, l'incredibile
precisa somiglianza dei due brani sia una circostanza puramente
casuale.
No, dico io, non  affatto casuale.
L'avvocato appare sorpreso, anche se cerca di nascondere la
sua sorpresa con un contegno deliberatamente teatrale.
Oh?
Tutti e due i brani sono stati presi dalla stessa fonte, dico io.
Veramente?
Ruota gli occhi significativamente rivolto alla giuria: questo
signore non solo  un mascalzone e un imbroglione, ma  anche
lo scemo del villaggio, e adesso ci divertiremo molto.
Lasciando da parte la sua precedente affermazione, continua,
relativa al fatto che questi pensieri sono assolutamente
suoi, e trascurando il dettaglio che con quest'ultima affermazione
lei ammette di aver giurato il falso, potrebbe essere cos
cortese da dirci quale sarebbe questa fonte comune?
Certamente.
Prendo dalla mia borsa un vecchio libro sdrucito, e passo alla
giuria delle fotocopie di una pagina del saggio introduttivo del
libro, richiamando l'attenzione dei giurati sul passo seguente,
relativo all'importanza, per l'autore in discussione, di un gesto
di rinuncia:
Pi lo considerate con attenzione, pi il gesto sembra essere
importante sia per la sua vita che per la sua opera letteraria, e pi
evidente appare l'inversione del gesto in un paradossale strumento
del suo contrario, ovvero di una presa di possesso.
L'avvocato fa una smorfia, manifestando irritato stupore sul
fatto che la citazione abbia qualche attinenza, ma io continuo a
leggere, citando un altro brano che ho sottolineato con un
evidenziatore giallo per facilitare i giurati. Il brano descrive
come l'atto di rinuncia diventi
uno strumento che, facendo leva sulla propria impotenza, consente
di esercitare potere...
Lanciando uno sguardo alla giuria, l'avvocato scuote con
scetticismo la sua copia delle pagine.
Supponendo pure che qui ci sia una certa somiglianza di
significato generale, dice, perch mai dovremmo credere che sia
questo saggio e non l'e-mail della mia cliente la fonte delle sue
parole?
Perch l'ho scritto io, gli dico gelido.
Lascio che la giuria esamini il libro: si tratta di un'edizione
del romanzo di Italo Svevo Senilit della New York Review of
Books; sulla copertina c' scritto Introduzione di James
Lasdun e sulla prima pagina la data di pubblicazione: 2001.
Mentre si rendono conto delle implicazioni del documento,
estraggo dalla mia borsa altri libri e fotocopie. Ecco l'edizione
Penguin Classics di St. Mawr di D. H. Lawrence, pubblicata nel
2006, con la mia introduzione, dalla quale leggo la mia analisi
del percorso psicologico della protagonista, un altro esempio
della forza del lasciar perdere:
Il grande viaggio catartico di Lou da Londra al New Mexico la
porta attraverso una serie di traumi e disillusioni: l'amicizia,
l'amore, il matrimonio, l'Inghilterra, lo stesso St. Mawr... Tutte
queste esperienze lavorano come motore di crescita della sua
psiche: diventa continuamente pi forte come personaggio mano
a mano che abbandona qualcosa.
Ed ecco ancora un mio libro di poesie del 1997 con un componimento
su un uomo che regala tutto quello che possiede:
... ogni oggetto
Svuotato e annullato diviene poi
Pi vivo in lui della sua stessa realt,
Come se la rinuncia avesse dato
Pi peso al possesso...
Dopo aver distribuito alcuni altri esempi che illustrano ulteriormente
il punto, chiudo il mio intervento. Dagli sguardi di
simpatia che mi lanciano i giurati, mi sembra non solo di aver
provato che le idee sull'abbandono nel mio racconto sul pedone
psicotico non sono state prese da Nasreen, ma anche che
ogni idea che Nasreen (avida lettrice dei miei scritti, come chiaramente
dimostrano le sue e-mail) riteneva di aver avuto sull'argomento
l'ha presa da me.
Si tratta di una fantasia, quella del processo in tribunale,
funzionale alla mia necessit di consolarmi, per la quale era stata
via via concepita: per assolvermi continuamente nel teatro
dell'opinione pubblica, che (come lo immaginavo nella mia
crescente angoscia) era un vasto spazio pieno di gente che non
aveva altro da fare se non scrutarmi e guardarmi soffrire.
Ma c' una domanda personale che resta sospesa: come mai
non sono stato capace di scrivere quella storia per vent'anni e
poi improvvisamente l'ho fatto?
Era forse perch avevo finalmente trovato il personaggio -
Nasreen - sul quale modellare la donna del racconto? Se cos
fosse stato, cosa c'entra questo con la mia percezione di Nasreen?
E cosa implica questa percezione sul mio interesse per lei?
Non mi ero reso conto di averla assunta come modello per la
donna. Fra di loro non c' una particolare somiglianza fisica,
l'aspetto della donna non suggerisce in alcun modo origini mediorientali,
anzi, da come la descrivo  schiettamente americana.
Il suo comportamento, per,  altra cosa. Innanzitutto, adesso
mi sembra assolutamente non plausibile. Quale donna, nella
realt, simulerebbe il blocco di una porta per attirare un uomo
in casa nella speranza di una scopata spontanea? Avevo letto,
quando scrivevo quel racconto, le storie di Maupassant, e credo
di aver immaginato l'iniziativa di lei un po' come quell'erotismo
voglioso che si trova nelle sue storie di uomini e donne di Parigi,
condito con una divertente punta di mondanit boccaccesca.
Ma in realt non passa per niente come una vicenda di quel
genere. Sembra invece l'azione di una donna seriamente malata
di mente, oppure, molto pi banalmente, solo un'ombra nella
fantasia dello scrittore che se l' immaginata.
L'idea di una bella signora che si offre senza condizioni e
senza richiedere alcuna fatica o abilit di seduzione (e nemmeno
alcun preliminare) , immagino, un aspetto abbastanza ricorrente
delle fantasie maschili. Certamente lo  per me. Ti chiama
una voce dall'alto, dal nulla, come un'entit soprannaturale che
ha letto la tua mente, ha sentito la tua preghiera, il mormorio del
tuo imperituro bisogno, che potrebbe essere solo sessuale oppure
potrebbe avere a che vedere con il tuo desiderio di saltare
fuori dallo schema corrente della tua vita, per quanto piacevole
possa essere quella vita, e tutto quello che devi fare  adeguarti,
lasciarti andare, ed eccoti l, di fronte a lei, vicino al suo letto...
 probabile, credo, che io sia stato spinto a scrivere questa
storia, almeno in parte, dall'idea di immaginare una persona di
questo tipo, e che sia stato infine capace di farlo combinando il
mio ricordo della donna originale con certe assonanze della
prima impressione che ebbi di Nasreen: le prime e-mail di
Nasreen mi erano infatti arrivate assolutamente dal nulla (o
quantomeno da un silenzio di due anni), come la voce della
signora alla finestra, chiedendo aiuto come lei, e curiosamente
simili a lei nel tono cortesemente divertente del linguaggio:
Signore, signore, mi scusi signore...
Il fatto che il giovane inglese nella mia storia resista al suo
fascino e galantemente la salvi rispondendo alla sua preghiera,
e manchi invece di riscontrare la richiesta emotiva sottintesa,
consolida pi di ogni altra cosa la similitudine, rappresentando
in effetti sia il mio comportamento ineludibilmente corretto
con Nasreen sia il modo in cui questo dipendesse dall'ignoranza
di altri pi complicati elementi della scena. Non si rende conto
delle intenzioni di lei, come non si rende conto di un possibile
desiderio da parte sua che lo avrebbe potuto portare in quell'appartamento.
Entrambe le cose sono invece perfettamente note
all'autore che costruisce questa impeccabile maschera inglese e
la stessa stravagante femme fatale che inveisce contro di lui
mentre il ragazzo esce dalla sua vita (Maledetto inglese...).
Proprio come ha fatto Nasreen quando io, qualche mese dopo,
sono sparito dalla sua.
Sono quindi colpevole di essermi appropriato, per scopi
letterari, di una specie di eco o di un'analogia dell'essenza di
Nasreen. Non  un delitto, forse, agli occhi del mondo normale,
ma per i miei standard  decisamente preoccupante, se non altro
per la stranissima conseguenza che l'ibridazione sembra essere
rimbalzata dall'ambito puramente fittizio nell'ambito della realt,
con Nasreen che mostra i sintomi di un malessere mentale
serio come quello della donna nel mio racconto, tanto pi
evidente quanto pi si identifica con lei. Come lei stessa avrebbe
scritto qualche mese dopo: Sto vivendo il tuo racconto e mi fa
paura. Un fatto che mi preoccupa molto e che mi provoca
perplessit. E come se, descrivendo un personaggio in qualche
modo modellato su di lei, io sia anche responsabile di modellare
a sua volta lei sul personaggio: costringendola a sviluppare la
sua versione del comportamento psicotico della donna alla
finestra.
Qui siamo in uno spazio gotico: controllo della mente, metamorfosi
telepatica, o comunque la si voglia chiamare. Non credo
in queste cose, solo citarle mi provoca imbarazzo; e non lo farei,
se non fosse per il fatto che questo strano meccanismo di reciprocit
sarebbe diventato sempre pi potente nel futuro svolgimento
della storia con il peggiorare delle cose, e che, tra l'altro,
questo fenomeno cominci a logorare anche me come Nasreen.
Tanto che, a un certo punto, ci trovammo tutti e due a creare e
a ricreare le nostre reciproche immagini sullo schema della
nostra pi grezza paura, sugli stereotipi della nostra pi vile
fantasia: la Donna Demonio, diciamo, e l'Ebreo Errante.
Buongiorno.
Ti dai arie da intellettuale, ma sei solo un ladro corrotto.
James, devi per forza essere lo stereotipo dell'ebreo? Oh, vedo
che anche tutti gli scrittori maschi bianchi lo fanno...
Voglio il tuo appartamento perch tu me lo devi dare perch sei
stato un miserabile, hai succhiato il mio nettare e non mi hai
aiutato quando avresti dovuto farlo...
Cos' che non funziona in voi?
Ma di idee vostre ne avete? Quando ci avrete ucciso tutti cosa
farete? Tutto quello che avete  rubato... Non ci sar rimasto pi
nulla da rubare!
Oggetto: Inoltra: Risposta: (altri appunti sul tuo mondo sadico)
A: [Sandy]
... Stavo disperatamente chiedendo aiuto. Va bene, chi cazzo
sono io? Un'ex studentessa. Qualcuno a cui poteva chiedere un
passaggio nel mezzo della sua mezza et... Bene, ma fa male
vedere che lui pensa che io abbia qualcosa che valga la pena
rubare, ma che non meriti di essere valorizzato come cosa mia.
Oggetto: perch mi sbatto per mandare in giro questa merda?
A: [il suo amico accademico inglese]
James.  uno spettatore innocente.  quasi come se fosse passato
davanti a una finestra e io gli abbia chiesto aiuto per manipolarlo.
"Signore... Signore?
Senti bene, i musulmani non sono come la loro controparte ebrea,
che si  fatta tranquillamente gassare e poi ci ha fatto i soldi
sopra... La mia gente  dura, cazzo, e dovrete pagare caro per
quello che le avete fatto...
Oggetto: segni della fine del mondo...
 iniziata con la stroncatura di Janice.
Perch cazzo mi hai mandato da lei? Doveva essere uno scherzo?
Uno scherzo in stile ebraico?
Ah ah ah ah! Carino da parte tua. E io sono il pedone psicotico solo
perch credo in Dio e non ho venduto l'anima ai soldi americani?
Con tutte le splendide critiche del cazzo (pagate incestuosamente)
che ti fanno, non potevi trovarmi un agente con cui lavorare?
[...]
Rubi.
Rubi.
Rubi.
Chiamalo antisemitismo. Quello che fai io lo chiamo arroganza, e dico che  disgustoso.
Oggetto: voglio indietro i miei soldi...
Per il corso in cui mi hai insegnato e per quando facevi il mio consulente" senza ricordarti nemmeno di restituirmi i lavori.
Oggetto: scuse...
Spero che tu non prenda sul serio nulla di quello che dico. Capisco che tutti siano troppo cacasotto per aiutare una donna fuori di testa. No, non mi aspetto che tu mi paghi per quello che hai rubato. Succede sempre, e perch mai dovresti preoccuparti dei miei esaurimenti nervosi? Non ti ho mai nemmeno scopato...
Oggetto: nota assolutamente non psicotica
[...]
Sei una persona gentile, James. Non penso che tu sia la caricatura di un uomo bianco, ma spero di averti fatto incazzare. Mi fa tornare il colore sulle guance.
Signor Dio Cornuto.
Cos volgare!
Oggetto: lasciar perdere...
Devi essere molto perplesso.
Spero che la mia vena cattiva non arrivi a farmi telefonare alla societ amministratrice per raccontare che subaffitti l'appartamento nei weekend. Potrei farlo. Spero di no. Penso veramente
che tu dovresti riscattare la tua colpa dandomi le chiavi.
[...]
(Spero di farti un po' paura, sarebbe eccitante.)
Penso anche che tu ti prenda delle pillole invece di affrontare il
problema del tuo sadismo e di quello della maggior parte degli
ebrei. Questa  la ragione per cui le cose che scrivi sono insulse.
Oggetto: anche Harriet... ti sei scopato pure lei?
 vero?
Bene, quasi mi dispiace per lei, perch poteva essere una brava
scrittrice e invece  diventata una nullit e tu hai rubato anche
da lei... in quel racconto. Hai rubato da tutti quelli del nostro
corso.
[...]
Non me ne importa molto di lei. Solo un'altra perfida ebrea super
competitiva...
Auguro sciagure e una pessima salute...
A te e alla tua famiglia.
Baruch adonai, Nasreen. Che in yiddish significa: sia benedetto il Signore.
Gli ebrei in America dovrebbero stare zitti. L'insana merda che esce dalle vostre
bocche si diffonde in lungo e in largo in una citt piena di neri,
musulmani, asiatici che si sono stufati: questo tipo di proiezione
non funziona per nulla, e voi tutti fighetti che state seduti a scrivere
cagate e a rubare dalle ragazzine siete ugualmente responsabili.
[...]
Inoltra questo messaggio alla lega contro la diffamazione. Anche
loro sono criminali.
E cos continu tutta l'estate.
Ero confuso, esterrefatto, stupito, ma a quel tempo ancora
non avevo preso molto seriamente in considerazione il contenuto
delle e-mail. Pensai che lo scatenamento fosse qualcosa di
totalmente folle: un'eruzione di furia irrazionale che, per quanto
sgradevole, non aveva nulla a che vedere con me personalmente.
Sarebbe finita presto, credevo, nel silenzio o in una
contrita serie di scuse (sincere, con le quali avrebbe ritrattato
tutte le false accuse invece di riservarsi il diritto, come tutti i suoi
messaggi di tono conciliatorio facevano, di continuare a chiamarmi
ladro se non avessi risposto).
A un certo punto, in autunno, Nasreen annunci che sarebbe
andata in California, dove viveva la sua famiglia. La decisione
sembr attenuare i toni della sua aggressione. Sembrava anche
(per quanto sia difficile esserne certi) che si trattasse con una
certa autoironia:
... Devo andarmene dalla East Coast, dove sembrano tutti pazzi e
razzisti. Inoltre qui non mi sento sicura, e i maledetti bamboccioni
mi fanno aumentare la pressione sanguigna.
Con affetto,
Nasreen, l'assillante terrorista verbale in cerca di pace.
C'era anche quello che sembrava l'inizio di una spiegazione
del suo comportamento:
Spero veramente che tu, Paula e Janice possiate comprendere
l'amarezza dei miei commenti. So che tu sai cosa vuol dire entrare
nel personaggio. Ho sempre molta difficolt nel venirne
fuori...
Entrare nel personaggio per il suo romanzo non era una spiegazione
molto convincente delle sue e-mail (non c'erano antisemiti,
nel suo romanzo), ma il fatto che sentisse la necessit di
giustificarle sembrava incoraggiante. Si era arrivati a dicembre,
e con la fine dell'anno e con Nasreen che sarebbe andata dall'altra
parte del paese riuscivo quasi a sperare, cautamente, che
tutto lo sgradevole episodio stesse per finire.
Ma il mio ottimismo era mal riposto.
Nell'anno appena trascorso vi era stata una fioritura di
romanzi e memorie, alcuni di grande successo, scritti da giovani
donne di origine iraniana. Sapevo che molti di questi libri (non
ne avevo letto nemmeno uno) trattavano del periodo della caduta
dello Sci e dell'avvento al potere dei fondamentalisti, proprio
il periodo che Nasreen voleva coprire con il suo romanzo.
Anche gli autori pi equilibrati sono soggetti all'ansia di
vedere il loro lavoro superato da altri libri. Un problema che ho
anch'io. Per cui non fui sorpreso dall'apprendere che Nasreen
fosse preoccupata da queste pubblicazioni concorrenti. La cosa
sorprendente, anche se forse non avrebbe dovuto essere cos, fu
scoprire come intendeva affrontare questa preoccupazione.
Tu e Paula avete perso un sacco di tempo con il mio lavoro
fu il primo chiaro segnale. Nelle settimane successive, prima in
modo oscuro, ma poi con crescente convinzione, Nasreen
cominci a elaborare una teoria secondo la quale io, insieme a
un esercito di ebrei, le avevamo deliberatamente impedito di
finire il libro in modo da poter rubare le sue idee e venderle agli
altri autori, la maggior parte dei quali erano casualmente iraniani
e anche ebrei.
Come tutte le teorie del complotto, anche questa richiedeva
un continuo adattamento per tenere conto sia delle ondivaghe
contestazioni di Nasreen sia dei tenaci elementi di realt che ne
demolivano la credibilit. Qualche volta sono io il solo responsabile;
qualche volta la complessit delle accuse impone un'azione
coordinata con le mie truppe (Janice e Paula); altre
volte ancora la vastit logistica presunta del complotto impone
a Nasreen di associarmi a nuove reti di cospiratori che comprendono
in qualche caso l'intero corpo docente del corso letterario
del Morgan College e anche gli autori che siamo accusati di
voler aiutare. Qualche volta la denuncia  puntuale su un soggetto
particolare, qualche volta vengono associati due o pi autori
e in certi periodi io e la mia banda siamo accusati di fornire il
materiale di Nasreen addirittura contemporaneamente a quattro
autori disperati e poco scrupolosi.
Si verifica anche un fenomeno di interazione fra i vari scenari
criminali che Nasreen immagina e i picchi della sua rabbia, in
cui ogni elemento eccita e incrementa l'altro. Janice ti fornisce
i manoscritti... comincia un'e-mail,
che tu batti a macchina nel tuo stile noioso di quello che cerca-
di-essere-bianco. Rappresenti una cultura che sta crollando.
Torna in Inghilterra, non ti vogliamo qua.
[...]
Adesso comandiamo noi, voi avete finito. State morendo tutti...
Trovati una parrucca.
Il tono dei messaggi diventa pi apocalittico:
Oh, cosa succeder a tutti voi... la vostra stupida fortezza... la
vostra stupida vita fatta del sangue e del sudore degli altri...
Pi esplicitamente minaccioso:
X [una delle scrittrici iraniane]  fottuta. E se tu hai qualcosa a
che fare con questa cosa, sei fottuto anche tu...
Pi amaramente sarcastico:
Spero che per il denaro ne sia valsa la pena
Quando devo aspettarmi che il resto del mio lavoro venga rubato?
Pi risolutamente accusatorio, anche nei momenti di apparente
lucidit:
Mi dispiace se mi sono innamorata di te, ma non capisco perch
mi punisci con i libri che ne sono risultati...
Pi ampio nel suo livore, come in questa e-mail collettiva
mandata a me, a Paula e a Y (un'altra scrittrice iraniana in qualche
modo implicata nel nostro complotto):
Y, tieni le tue fighe al guinzaglio, lontane dal mio materiale. [...]
Siete tutti patetici, ne ho abbastanza delle vostre ruberie. Se non
avete una singola idea vostra, come le vostre piccole ereditiere
dalla testa vuota, risparmiate il lettore americano. Ma non toccate
il mio lavoro. So cosa state intrigando e lo sanno anche scrittori
molto pi influenti di chiunque nel vostro gruppo di corvi.
Pi minaccioso nella richiesta di denaro:
Voglio fino all'ultimo centesimo...
Tutto ci che James ha guadagnato copiando dai miei messaggi
per quella puttana di Z [un altra compratrice]. Oppure gliela
far pagare in altri modi.
E incredibilmente pi ampio nell'indicazione dei delitti che
mi vengono attribuiti:
Boicottate quest'uomo, per l'amor di Dio.  lui il motivo dietro al
terrorismo.
A questo punto, all'inizio del 2008, cominciavo a sentirmi seriamente
perseguitato, anche se era il tono delle e-mail pi che il loro
contenuto a preoccuparmi, l'odio violento che trasmettevano
piuttosto che le specifiche accuse. Delle ultime, in particolare,
data l'evidente grossolana esagerazione, non era il caso di preoccuparsi.
Al limite, sotto un certo punto di vista, l'eccesso aggressivo
era per me di sollievo. Chi poteva prendere sul serio l'idea che
io fossi una specie di bandito letterario che rubava il suo materiale
per venderlo ad altri autori? Era troppo ridicolo per prenderlo
seriamente in considerazione. Mi sentivo anche in qualche modo
protetto dal numero crescente di persone che Nasreen aveva nel
mirino, nonostante l'imbarazzo crescente che questo comportava.
A questo punto Nasreen aveva mandato in copia i messaggi che
inviava a me non solo a Paula e Janice, ma a molti altri autori e
insegnanti che riteneva complici del mio complotto. In queste
e-mail io sono l'oggetto principale del veleno, ma dal momento
che attaccavano anche altri soggetti in indirizzo, il numero mi dava
una sensazione di sicurezza, almeno su quel fronte.
Ma stavo dimenticando il principio fondamentale della
condotta di guerra asimmetrica. Stavo dimenticando le mie stesse
riflessioni sulla debolezza come fonte di forza, la mancanza
di potere usata come leva di potere. E stavo anche dimenticando
lo spirito di solidariet presente in molte persone, per cui
chiunque sostiene di essere vittima deve essere ascoltato con
mente aperta, per quanto assurde siano le affermazioni e per
quanto onesti siano i presunti carnefici.
Le recensioni di James su Amazon: leggetele! era il titolo di
un'e-mail di Nasreen mandata la mattina del 30 dicembre 2007.
Il messaggio inizia con una battuta sarcastica classica
dell'autovittimizzazione: Spero di non mettermi nei guai perch dico la verit...
Molto preoccupato, andai su Amazon.
La recensione, firmata da un'ex allieva di Lasdun, era postata
sulla pagina del mio libro Sette bugie. Non avevo mai creduto
alle storie che si leggono nei romanzi che descrivono la sensazione
del personaggio che in un momento di grande agitazione
vede le parole stampate ballare davanti ai suoi occhi, ma questo
fu esattamente l'effetto. Le parole ondeggiavano sullo schermo.
Le frasi erano prima a fuoco e poi diventavano sfocate: ... scrittori
che insegnano ai Master of Fine Arts come il signor
Lasdun... "... il mio lavoro  stato rubato... ... dopo che gli
avevo raccontato che ero stata violentata quando stavo cercando
di finire il mio romanzo... "... ha usato i miei scritti (e-mail
che gli avevo mandato) in quella storia...
Mi bast leggere queste ripetizioni preliminari alle solite accuse
per avere la sensazione che stesse iniziando nei miei confronti
un'aggressione di un nuovo genere. All'inizio gli attacchi privati
erano stati estesi per formare un piccolo, intimo teatro di mortificazione
di colleghi e conoscenze personali, ma ora si era aperta
una finestra sul mondo intero. Come se fosse cosciente del suo
nuovo pubblico, Nasreen adotta un tono pi pacato: dismette la
maschera della cruda rabbia e recita la parte della dotta vittima
che si assume l'onere di decostruire il mio lavoro e di esporre gli
atteggiamenti di patologia sociale che vi si nascondono:
Dopo aver letto L'unicorno, ritengo che l'autore abbia una propensione
per il sadismo. Il suo racconto L'assedio  inquietante
perch propone l'asservimento in luce romantica [...], ed  anche
razzista quando descrive la sessualit di una donna nera proveniente
da un paese rivoluzionario che ama suo marito ma 
umiliata e costretta a fare sesso con il compositore inglese per
salvare la vita del suo vero amore.
Non  necessario essere uno scrittore per immaginare come ci
si senta a essere vittime di un malevolo attacco su Internet. Una
normale recensione negativa  gi deprimente, ma non ti travolge
con questo senso di emergenza personale, come se non solo il
tuo libro, ma anche la tua vita sia in imminente e serio pericolo
o, almeno, quell'ampia aura di significati che si accumula intorno
alla tua vita e che ne stabilisce il valore. Chiama quell'aura il tuo
personaggio, chiamala il tuo buon nome, la tua reputazione,
la tua onorabilit. Qualunque cosa sia, mentre leggevo la
recensione sullo schermo mi sembrava di vedere le prime fasi di
un danno irreversibile che si diffondeva in questo spazio nebuloso
eppure indispensabile, come se stessi guardando attraverso
un potente strumento medico. Per quanto grossolano fosse stato
l'impiego che Nasreen aveva fatto della teoria della critica e degli
studi di genere nel suo tentativo di dipingermi come mostro,
ebbi l'impressione che fosse stata capace di montare un attacco
vincente. Inutile dirlo, la sua descrizione di L'assedio e tutti gli
altri riferimenti ai miei lavori hanno pochissima attinenza con la
realt di quelle storie, ma chi sarebbe andato a controllare? Era
stata creata l'apparenza di una critica devastante, e per il pubblico
della Rete questo  tutto ci che conta. C'era, per l'accidentale
compratore che fosse capitato sulla mia pagina, una buona
ragione per andarsene di corsa.
L'effetto moltiplicatore di Internet - il concetto secondo cui
qualunque cosa uno ci trovi pu essere riprodotta un numero
infinito di volte -  un ulteriore elemento dell'allarme che questo
genere di aggressione provoca. Come anche la sua natura di
fenomeno di massa nel quale, paradossalmente, si partecipa nel
modo pi cieco e isolato. Chi altri ha visto quello che hai visto
tu? Chi ci ha creduto? Chi lo trova divertente? Chi lo ha copiato
e postato da qualche altra parte, o lo ha mandato a un amico?
Non si sa, ma quando c' malevolenza si viene travolti dai
peggiori sospetti.
Ma forse stavo esagerando gli effetti di questo particolare
tentativo di aggressione morale. A meno che tu non sia una celebrit,
nessuno  interessato alla tua reputazione quanto lo sei tu.
Certamente nessuno di quelli che avevano visto la recensione ci
aveva prestato l'attenzione che ci avevo prestato io. E in considerazione
del numero limitato dei miei lettori  poco probabile
che l'abbiano effettivamente vista in molti. Subito dopo aver
finito di leggere, cliccai su report e inviai proteste ad Amazon
a tutti gli indirizzi che riuscii a trovare. Non ebbi risposta, ma
dopo qualche settimana la recensione venne tolta. Altre recensioni
simili apparvero sulle pagine Amazon degli autori ai quali
ero stato accusato di avere venduto il materiale di Nasreen, e
anche queste recensioni dopo un po' vennero tolte. Per cui non
ritengo, dopotutto, di poter dire di esserne stato seriamente
danneggiato.
Avendo spinto il gioco a un nuovo livello di offesa, era difficile
pensare che Nasreen smettesse di cercare altre possibilit.
La sua campagna d'aggressione non sembrava pi avere come
solo scopo quello di esprimere la sua rabbia o di provocarmi
imbarazzo, ma mirava a qualcosa di molto pi concreto e pratico.
Fu a questo punto che dichiar in modo limpido la vera
natura della sua missione:
Lo roviner.
...
.
...
PARTE SECONDA.
...
.
...
ASSI.
...
.
...
A questo punto della storia devo commettere una delle pi
gravi violazioni delle regole della narrativa: tornare indietro
invece di buttarmi in avanti come vorrebbero le regole convenzionali.
Lo faccio perch, per quanto possano sembrare incomprensibili
le azioni di Nasreen, mi sento obbligato a fare tutto
ci che posso per renderne conto, e perch sono convinto che,
nel tentativo di descrivere nel modo pi semplice possibile una
situazione complicata, ho lasciato cose non dette e non ho
analizzato in modo esaustivo come avrei dovuto alcuni aspetti
della situazione.
Prima di tutto c' il problema dell'aula.
Ho descritto la reazione di Nasreen al mio apprezzamento
del suo scritto come non molto eccitata, e cos mi era sembrata
allora. Ma naturalmente avrebbe potuto essere anche tutt'altra
cosa. Quando ci sono in gioco forti valenze, come per gli
studenti in questi programmi costosi e fortemente competitivi,
per quanto uno possa essere sicuro delle proprie abilit non
reagisce mai in modo non molto eccitato all'entusiasmo del
docente. Lo so per esperienza personale. Ho studiato letteratura
inglese all'universit. La scuola non offriva corsi di scrittura
creativa, ma il mio tutor era un poeta molto conosciuto e un
giorno trovai il coraggio di passargli un brogliaccio di mie
poesie. Le accett riluttante, ma dopo una settimana mi arriv
una lettera con la quale esprimeva apprezzamento e mi incoraggiava
perch continuassi a scrivere. Le sue parole mi provocarono
una fortissima emozione, un effetto quasi dirompente,
tanto che per molto tempo mi fu impossibile rivolgermi a lui
come a una persona normale. Mentre fino ad allora non mi
aveva mai messo in soggezione (almeno non pi di quanto possa
succedere a uno studente con il suo tutor), adesso mi riusciva
difficile parlargli. Diventai nervoso e impacciato. Dopo ogni
scambio con lui temevo di aver detto qualcosa di sciocco oppure
di offensivo che avrebbe potuto compromettere la sua opinione
su di me. Autorizzandomi esplicitamente a ritenermi uno
scrittore si era appropriato del mio destino, e ci, di conseguenza,
gli aveva conferito poteri simili a quelli di un dio o, pi precisamente,
aveva invaso il mio cervello con la sua immagine.
Quindi devo presumere, o almeno ammettere la possibilit,
che Nasreen sia rimasta molto colpita dalla mia ammirazione e
che, come accadde con il mio tutor, questa esperienza mi abbia
trasformato da insegnante oggetto di convenzionale rispetto in
una figura di eccezionale potere, arbitro del suo destino e, nella
sua immaginazione, incoronato, ammantato e insediato sul
trono. Per me  difficile, quasi impossibile accettare che questa
versione di me stesso, cos diversa dalla mia, possa veramente
esistere nel cervello di qualcuno. Ma, a parte la condivisione
dell'aspetto fisico, non c' alcuna ragione per la quale l'immagine
che altri hanno di qualcuno debba assomigliare in modo
preciso o anche lontano all'immagine che costui ha di se stesso.
Per ripetere le parole di George Eliot che allora citai a Nasreen:
L'ultima cosa che impariamo nella vita  l'effetto che abbiamo
sugli altri.
C' poi il problema del fidanzato o, come disse lei,fianc.
Ero rimasto colpito dalla parola - proprio la parola - quando
lei l'aveva impiegata, affascinato dal suo sapore antico, ma non
avevo dato molto peso al dramma di coinvolgimento umano che
essa realmente implicava. Anche quando il fidanzamento era
finito, mi ero interessato al modo in cui aveva passato l'informazione
(Non posso sposare A.) pi che al dato effettivo - un
modo che sembrava confermare l'idea che avevo di lei come di
una che preferiva una certa riservatezza quando doveva trattare
cose personali.
Quello che non avevo considerato - e certamente avrei dovuto
farlo, anche se non mi era stato richiesto - era che la rottura
le aveva probabilmente provocato un trauma. Per come avevo
capito era stata lei a rompere, ma forse non era stato cos, e
anche se fosse stata lei, probabilmente aveva sofferto per la
delusione, per il fallimento o anche per il dolore e la gelosia
sessuale che pu tormentare sia chi abbandona sia chi viene
abbandonato. La gente sta sempre attraversando una fase di
qualche dramma, quando la incontri: storie appena iniziate, a
mezza via o appena finite. Ci si avvicina sempre allo svolgimento
di qualche trama della propria vita. E tu, estraneo, che entri
nella scena con tutta la tua cieca innocenza, puoi essere, senza
rendertene conto, l'elemento catalizzatore della catarsi tanto
attesa o, per lo meno, l'ultima di una serie continua di piccole
gocce che alla fine riempiono e fanno traboccare il vaso. Questo,
in particolare, se hai fatto qualcosa per suscitare l'interesse di
quella persona. Facciamo presto a inglobare gli altri nei nostri
drammi, specialmente se ci interessano. Succede senza che ce
ne accorgiamo.
Quindi adesso devo collocare la versione arricchita e affascinante
di me stesso non in un contesto tranquillo e neutrale, ma
in un contesto gi connotato da un'intensa agitazione emotiva.
Proprio mentre il fidanzato sparisce (respinto o in fuga), lasciandosi
dietro un vuoto a forma di amante nella psiche di Nasreen,
questa semiallucinata immagine di me stesso emerge nella sua
vita, con il carisma e l'autorit prima del ruolo di insegnante che
la apprezza, e poi di uno che si degna di entrare come eguale in
corrispondenza con lei, diventando cos, senza rendersene
conto, il naturale bersaglio per la proiezione di altre ghirlande
immaginarie e abbellimenti.
Pura congettura, naturalmente, e mi sembra strano parlare
di me come di questa figura soprannaturale, ma serve per spiegare
l'iniziale e relativamente innocua fase del suo interesse per
me. Il corteggiamento, i commenti nervosi su se stessa, lo strano
scoppio di gelosia nei confronti dell'ex compagna di corso,
tutto si inquadra in modo pi comprensibile alla luce di questa
versione esaltata ed esagerata della realt.
E infine devo anche tornare a quell'importante e stranamente
tranquillo incontro al bar - s'Nice - dove Nasreen era venuta
per darmi il suo manoscritto. Il suo atteggiamento sottomesso
(nettamente in contrasto con le brillanti e-mail che mi aveva
mandato) appare, alla luce di queste ipotesi, non tanto quello di
un'innata reticenza, quanto piuttosto quello della devota che
si trova senza parole, travolta dalla presenza dell'oggetto della
sua venerazione e del suo desiderio. Se questo  il caso, mentre
io comincio a blaterare del mio appartamento e del problema di
trovare un altro subaffittuario con il quale condividerlo, diventa
possibile immaginarla in uno stato di confusione nel quale le
forze ingannevoli di un dubbio impietoso e dell'ingiustificato
ottimismo (entrambe le cose, secondo la mia esperienza, sono
parte dell'agitata atmosfera dell'infatuazione) si combinano in
modo da farle credere che io stia suggerendo che sia lei la possibile
subaffittuaria, quella che segretamente divide con me l'appartamento,
con tutte le implicazioni erotiche che questa suggestione
comporta, confermando cos il suo forte desiderio e, si
potrebbe dire, la sua convinzione che io debba essere interessato
a lei come lei  interessata a me.
Che questo rappresenti o meno ci che lei effettivamente
pensava a quel tempo, le e-mail successive indicano che decise
di interpretare in quel modo le mie parole. Sono comunque
portato a credere che questo era proprio ci che allora aveva
creduto. La convinzione dell'esistenza di una reciproca attrazione
erotica fra di noi spiegherebbe la sua curiosa insistenza sul
fatto che io fossi innamorato di lei e infelicemente sposato,
nonostante le mie chiarissime assicurazioni del contrario, e
questo spiegherebbe anche la sua gelosia nei confronti della
compagna di corso, per non citare la sua delirante reazione alla
mia domanda sui veli.
Non  il caso di approfondire ulteriormente il tema delle
possibili immagini di me che si era costruita Nasreen e del ruolo
che queste possono avere giocato come condizioni preliminari
degli eventi che seguirono. Ma cosa dire del ruolo giocato dai
modi in cui io la vedevo? Non ho portato nulla nell'incontro,
nessuna incompleta mia narrazione nella quale posso averla
inclusa, sapendolo o meno? Sono stato osservatore imparziale,
partecipando in modo puramente neutrale in quei primi mesi
della nostra corrispondenza?
No. Nessuno lo  mai.
Ho parlato di un viaggio in treno attraverso il paese che ho
fatto nell'estate del 2006. Anche questo  stato un episodio che
ho trattato un po' troppo in fretta, specialmente in considerazione
del suggerimento di Nasreen che io la imbarcassi di nascosto
per il viaggio nella mia cabina. Non che sia successo qualcosa
di molto drammatico durante il viaggio, ma adesso che ci
penso potrebbe essere utile, per affrontare il difficile compito
che ho di fronte, descrivere una specie di autoritratto, o almeno
un resoconto delle tensioni e dei tormenti che formavano il
senso di chi e di che cosa fossi durante la prima fase del mio
incontro con Nasreen, e di cosa avevo portato in quell'incontro.
Lo scopo del mio viaggio era di andare a Los Angeles, dove
avevo un impegno giornalistico. Ci sarei potuto andare in aereo,
ma avevo tempo a disposizione e volevo vedere un po' di paese.
In un primo tempo avevo pensato di prendere un autobus
Greyhound, ma avevo poi scoperto l'esistenza dei treni
Superline, che mi sembravano pi comodi, e avevo quindi deciso
di andare in treno. Avevo anche scoperto che uno degli itinerari
che potevo scegliere passava da Santa Fe, cosa che mi avrebbe
consentito di visitare il Kiowa Ranch, dove D. H. Lawrence
aveva passato gli ultimi anni della sua vita e dove erano state
portate le sue ceneri dopo la morte. Il suo romanzo St. Mawr,
per il quale avevo recentemente scritto un'introduzione, si svolge
in parte in quel ranch, ed ero curioso di vedere il posto.
Il viaggio ha inizio l'8 giugno, il giorno del mio quarantottesimo
compleanno. La prima notte si viaggia su un normale treno
da Albany a Chicago (i Superline non vanno a est di Chicago).
Il treno  pieno - solo posti prenotati e nessun doppio sedile
disponibile. Mi trovo seduto vicino a un uomo con una giacca
di lino, pesantemente profumato di colonia. Per circa un'ora mi
concentro sulla lettura del New York Times e della London
Review of Books: un articolo su un oceano di sabbia che avanza
nella Cina occidentale; un profilo di Abu al-Zarqawi, il capo
di al-Qaeda in Iraq che era stato ucciso il giorno prima dai militari
americani; una storia su un cittadino britannico torturato
dalla CIA con l'apparente consenso degli agenti del mi5, che lo
avevano visitato in cella ma non avevano fatto nulla per aiutarlo.
Un telefono cellulare comincia a lampeggiare attraverso la
tasca della giacca del mio vicino. Lo estrae e risponde parlando
velocissimo in una lingua che non capisco.
Vado nel vagone ristorante per la cena. Torno al mio posto,
prendo il mio quaderno e comincio a lavorare su una poesia. 
su mio padre; una delle molte poesie che ho cercato di scrivere
dopo la sua morte qualche anno fa, la maggior parte delle quali
trattavano del mio dolore e dell'inutilit delle mie conquiste
paragonate con le sue. (Quando aveva la mia et progettava, fra
le altre cose, il Britain's National Theatre.) In questa poesia
cerco di fare qualcosa con l'immagine di un'aggressiva pianta
rampicante di bacche rosse chiamata bittersweet che si  insinuata
nel mio orto e lo ha riempito in profondit di un denso
intrico di radici rosse che sar molto difficile estirpare. La vista
di queste sottili radici rosse mi ha fatto pensare ai capillari
cremisi sulle guance colorite di mio padre (assomigliava a un
Babbo Natale appena rasato), e quindi il pensiero  andato alla
sua presenza nella mia mente, vivida e calda dopo la sua morte
come quando era vivo, e in particolare ripenso alla convinzione
che mi aveva trasmesso che l'unica cosa che valga la pena di fare
nella vita  creare opere d'arte: arte vera, seria, senza alcun
consapevole compromesso per raggiungere il successo mondano.
(Una convinzione con la quale sarebbe molto pi facile
convivere se avesse trasmesso anche il genio necessario per
metterla in pratica.)
Scrivo i versi che seguono (e mi permetto la scorrettezza di
citare le mie parole perch in seguito diventeranno elementi di
prova della mia antagonista nell'accusa contro di me, il suo
raptus di odio, anche se per il momento potrebbe essere difficile,
per il lettore, comprendere come queste parole possano
prestarsi a un tale uso):
Nel tuo libro, successo
era una parolaccia, ricchezza
anche peggio, fama
da non pronunciare mai;
il lavoro era tutto ci che contava.
Me ne sono fatto carico, penso,
nel mio stile monacale:
Tanti no da dire
prima di cominciare a dire s
 stato per molto tempo il mio motto.
No, ad esempio,
alle radici rosse
che sto cercando di estirpare
da sotto la recinzione del giardino...
A questo punto, abbastanza contento del procedere del mio
lavoro, vengo assalito dai dubbi. Perch mai qualcuno dovrebbe
essere interessato, oltre a me, a questi fatti intimi, personali?
Non dovrei piuttosto occuparmi di quegli episodi indubbiamente
importanti dei quali stavo leggendo poco prima sui giornali?
Questa paura di essere irrilevante  una mia preoccupazione
ricorrente, e non ho argomenti per contrastarla se non il fatto,
che in realt non  un argomento, che talvolta il desiderio di
scrivere di queste cose private  pi forte del dubbio se valga
veramente la pena scriverne. In questo momento i dubbi sono
diventati pi forti del desiderio e chiudo il mio quaderno.
Guardo fuori oltre il mio profumato vicino verso i pascoli illuminati
dal tramonto, cerco di recuperare il tempo sprecato
organizzando mentalmente una storia di terroristi, torture della
CIA, osservatori del mi5 con catarsi finale nel paesaggio invaso
dalla sabbia della Cina occidentale. Ho l'impressione che con
uno sforzo organizzato - leggendo libri e magari con un viaggio
di studio - potrei mettere insieme qualcosa. Ma per ragioni che
non riesco bene a comprendere ho un tab personale contro
questo genere di esercizio: storie che nascono per un atto di
volont piuttosto che per un'irresistibile necessit interiore.
Quello che idealmente mi piacerebbe (per quanto sia imbarazzante
ammetterlo) sarebbe che, proprio spinto da quella forza,
da quella irresistibile necessit interiore, io fossi costretto a
scrivere di quei grandi temi invece che delle cose che essa mi
spinge effettivamente a scrivere, ma perch questo succeda, un
evento di scala mondiale dovrebbe interagire direttamente con
la mia vita, e perch questo succeda dovrei uscire dalla mia
fortezza nella speranza che mi succeda qualcosa, oppure aspettare
pazientemente che qualcosa o qualcuno irrompa attraverso
la mia porta. La seconda opzione mi sembra la pi dignitosa, ma
richiede pi fede di quanta io non ne abbia (perch mai un tema
di grande importanza dovrebbe arrivare alla mia porta?), e
quindi esco di tanto in tanto, come sto facendo adesso: incerto
e pieno di dubbi sulla validit di un esercizio, anche cos debole,
di autoesposizione.
Il mio vicino mi guarda. Vedendo che non sto facendo nulla
inizia una conversazione. Sta andando a Toledo, dove, mi dice,
possiede un negozio di abbigliamento per uomo. La sua voce,
adesso che parla inglese,  profonda e melliflua. Mi sembra di
ricordare che avesse dei baffi sul labbro, ma negli appunti che
mi ero preso sul suo aspetto non c' alcun cenno ai baffi. Ha
spalle quadrate, mani larghe, quadrate anch'esse e ben curate, e
capelli neri ben pettinati. Mentre parliamo ha l'espressione
vagamente scontenta, i sopraccigli scuri con un ricordo di
aggrottamento come se volesse continuamente lamentarsi di
qualcosa e continuamente cercasse di dimenticarsene.
Era nato in Egitto, mi dice, e aveva vissuto per molti anni in
Europa - Belgio, Germania, Romania - prima di trasferirsi negli
Stati Uniti. Commento che dev'essere difficile adesso per un
egiziano vivere in America. Si stringe nelle spalle, non nega ma
non sembra nemmeno ritenere la cosa di particolare importanza.
Ma poi fa un cenno di assenso. S, pu essere difficile qualche
volta, ma la vita qui  sempre meglio che in qualunque altro
posto. In Europa, mi dice, la gente non voleva nemmeno rivolgergli
la parola. La sua frase ha un suono di dignitosa sofferenza:
Non mi volevano parlare.
 buio adesso, e i passeggeri nei sedili vicini si preparano a
dormire: si coprono le gambe con i cappotti e spengono le luci
sopra la testa. Improvvisamente una luce blu lampeggia sul
petto del mio vicino: il telefono nella sua tasca pulsa di nuovo,
pi visibile adesso nell'oscurit del vagone - uno strano effetto:
come se il suo cuore emanasse pulsazioni luminose. Risponde
parlando molto velocemente, di nuovo nella sua lingua dura -
presumibilmente arabo egiziano - che per me ha il suono di uno
strumento a plettro suonato con rapido, selvaggio virtuosismo.
Ascolto e registro le mie reazioni, ricordo le parole di Frantz
Fanon che un idealistico maestro mi aveva martellato in testa:
 necessario sempre e ovunque denunciare, demistificare e
invalidare l'insulto all'umanit che esiste in noi. Bene, denuncio
come meglio posso, demistifico e invalido, ma restano cose
che sfuggono a tutte le mie precauzioni, e il suono di certe lingue
sembra essere una di queste. Non credo di essere solo io ad
avere questo problema. La mia stessa lingua, l'inglese della classe
dirigente, notoriamente colpisce l'orecchio di molti come
intrinsecamente offensiva, la sintesi udibile della supponenza e
della pomposit. Non  che trovi offensiva la lingua del mio
vicino, anzi, la trovo invidiabilmente espressiva, ma per quanto
ci provi non posso cancellare l'impressione di violenta emozione
che suscita in me, come se passando a quella lingua l'uomo
sia uscito dalla convenzionalit cortese dell'interazione sociale
americana, buongiorno-buonasera, ed entrato in un mondo di
frenesia operativa e di animosit, ogni parola un piccolo melodramma.
Oppure come se il linguaggio fosse esso stesso una
forza che esprime il suo carattere tramite l'uomo rendendolo
strumento. A un certo punto la mia mente, procedendo in modo
immediato secondo la modalit associativa astutamente sfruttata
dai siti commerciali online (Se hai guardato questo potresti
essere interessato a quest'altro), riporta all'attenzione le storie
che stavo leggendo prima, su Abu al-Zarqawi, ucciso ieri con la
moglie e il figlioletto, e prima che io riesca a controllarmi (la
mente ha una mente tutta sua) mi ritrovo nell'atmosfera da
incubo di questo individuo che ha rapito e tagliato la testa con
un coltello all'uomo d'affari americano Nicholas Berg mentre
lui - al-Zarqawi - e i suoi quattro compari in kefiah gridavano
Allahu Akbar, Dio  grande, dopo di che hanno messo online il
video del macello con le grida della vittima e il titolo Abu Musa'b
al-Zarqawi sgozza un americano. Non  difficile capire come una
persona diventi un terrorista: come e in quali circostanze uno
possa considerare di uccidere i rappresentanti, militari o anche
civili, di forze che si oppongono alla sua esistenza. Ma scaraventarsi
sul collo di un uomo legato e, mentre lui grida, staccargli la
testa con un coltello, per fare di te stesso il demonio sgozzatore
da incubo primordiale, il nemico dell'uomo che si accovaccia e
poi salta e poi divulga l'immagine dell'impresa su Internet, tutto
ci sembra un balzo radicale della dimensione del conflitto al di
fuori dell'umanamente comprensibile - politica o guerra che sia
- in qualche dimensione disumana, bestiale o anche demoniaca,
qualcosa di simile al vortice di follia immaginato dai pittori
medievali nelle loro rappresentazioni dell'inferno, i peccatori
fatti a brandelli dai diavoli, e i diavoli tormentati non meno delle
loro vittime.
La telefonata finisce. Riprendiamo per un po' la nostra conversazione,
poi lui sbadiglia, chiude gli occhi e si addormenta.
Nelle ore piccole della notte veniamo svegliati - lui e io - da
agenti federali con grosse torce elettriche. Vogliono i nostri
documenti di identit, solo il suo e il mio. Gli diamo le patenti
di guida. Dopo averle guardate e dopo qualche rapida domanda
sui motivi del nostro viaggio, se ne vanno. Niente di speciale, e
n io n lui facciamo commenti. Ma qualcuno, nello scompartimento,
deve avere avvertito le guardie della presenza sul treno
di mediorientali sospetti, forse dopo aver sentito l'uomo parlare
al telefono. Chiunque sia stato, deve avermi considerato sospetto
tanto quanto lui, e sono contento della cosa, ma comunque
mi sento implicato: imbarazzato e un po' vergognoso per quello
che mi attraversava la mente mentre lui parlava, per la deriva
ansiosa dei miei pensieri, e mentre ripone la sua patente nel
portafoglio e si riabbottona la giacca di lino, mi rendo conto di
attribuire il suo aspetto inquieto e vagamente risentito a un'intuizione
sulla natura di quei pensieri, il modo in cui ho incrociato
la sua immagine con quella del terrorista al-Zarqawi. Non
abbiamo alcun modo di controllare l'uso che gli altri fanno della
nostra immagine o del suono della nostra voce o di qualunque
altra nostra manifestazione verso l'esterno.  solo questione di
fiducia, e ho la vaga impressione di aver tradito quella fiducia.
Mi stupisco per alcuni atteggiamenti che ancora resistono nella
mia mente: ruderi di antichi pregiudizi, inerti ma fastidiosi da
incontrare, come le postazioni di artiglieria smantellate che
avremmo visto l'anno seguente in Francia, strutture di acciaio e
cemento abbandonate dall'esercito di Mussolini nei boschi
sopra la valle del Roya in Provenza, i rovi che crescono sui basamenti
dei cannoni, la terra che si accumula nelle casematte.
Alle 5 del mattino passiamo vicino a una raffineria di petrolio
scintillante alla luce dell'alba, i grandi serbatoi coperti e le torri
fiammeggianti su una filigrana di tubi d'argento, poi attraverso
il fiume Maumee entriamo a Toledo, dove il mio vicino scende
con un'ultima smorfia mentre saluta con un cenno del capo.
Una donna prende il suo posto. Sulla cinquantina, occhi
gonfi, ha voglia di parlare. Va a un festival del blues a Grant
Park, molto eccitata dalla cosa. Lavora in una fabbrica della
Michelin, e anche questo  motivo di grande eccitazione. ( un
tipo che ho gi incontrato in America: l'esuberante addetto alle
relazioni esterne di se stesso che si rivolge a te come se fosse a
una conferenza stampa nella quale tu rappresenti un'orda di
giornalisti che lo assediano di domande.) Fabbricavo pneumatici,
mi informa. Non pi, adesso sono addetta al bilanciamento.
Le mancano due anni alla pensione, dopodich pensa
di andare in qualche posto con un buon clima, dove non ti
bruci con il sole e congeli nello stesso giorno. Noto la sua agilit
dialettica, ed essendo per impegno professionale interessato
a queste cose cerco di sostenere la conversazione, ma ho ancora
sonno e c' qualcosa che mi si sta insinuando nei pensieri, un'ineffabile
presenza li sta richiamando, sento di non riuscire a
mantenere viva l'attenzione. Chiudo gli occhi. La sensazione di
potersi riaddormentare la mattina dopo essersi svegliati la associo
alla giovinezza, quando era seguita dai pi straordinari e
piacevoli sogni: sognare di volare e poi, pi avanti, i sogni erotici.
Anche adesso  un momento di indifesa semi-incoscienza, e
mi rendo vagamente conto che la presenza che mi attira piacevolmente
a s  quella di Nasreen.
Una proposta sessuale, per quanto bloccata con fermezza, si
fissa in una parte della psiche che non  per nulla interessata alla
correttezza, alla fedelt e a nessun'altra considerazione del
genere. Se la persona che si propone  affascinante e interessante,
allora quella parte della psiche considera come cosa normale
che tu vada avanti e dorma con lei o lui, e ritiene che sia profondamente
innaturale scegliere di non farlo. I rapporti monogamici
esigono che ogni tanto questi atti innaturali vengano commessi,
e quindi tutto ci non rappresenta per me nulla di nuovo.
Ma, nonostante tutto, queste cose hanno delle conseguenze, e
mentre l'alba mi libera dal dormiveglia un pensiero che finora
ero stato restio ad accettare mi si presenta con nitida chiarezza:
se non fossi stato sposato o se fossi stato meno felicemente chiuso
nella mia esistenza domestica, le cose fra me e Nasreen si
sarebbero potute svolgere in modo molto diverso. Strizzo gli
occhi per riconoscere l'evidenza. Ma ora, mentre mi libero dalla
sua immagine, o dall'immagine che mi sono fatto di lei, mi rendo
conto che l'offerta implicita nel suo suggerimento di portarla
con me in questo viaggio, per quanto scherzosa fosse l'intenzione,
aveva avuto altri effetti oltre a quello di farmi riflettere che
era venuto il momento, come mi ero detto, di ricorrere a qualche
cenno pi esplicitamente scoraggiante del solo garbato
silenzio. Mi aveva trasformato in un possibile oggetto delle sue
fantasie.
Devo ammazzare tre ore di tempo a Chicago. Non ci sono
mai stato prima, ma ho una sensazione di appartenenza che mi
viene dall'entusiasmo che mio padre aveva per questa citt
(simile al rapporto in parte effettivo e in parte fittizio che mi lega
alla cultura persiana). Era venuto in viaggio di nozze in America
con mia madre e si era innamorato dei grattacieli di Louis
Sullivan, al punto che da quando sono nato la frase i grattacieli di Louis Sullivan a Chicago era parte integrante dell'arredo
verbale di casa, e sono cresciuto con questa associazione che mi
era diventata familiare come le poltrone e il sof di casa. A scuola
e negli altri luoghi dove volevo impressionare la gente con la
mia conoscenza del mondo e con la mia cultura pronunciavo
con nonchalance la frase - i grattacieli di Louis Sullivan a
Chicago - come se avessi acquisito un diritto naturale a parlare
di questi edifici con il caldo affetto possessivo di mio padre.
Ma in realt non so quali siano i grattacieli di Louis Sullivan
fra questi alti edifici intorno a me, e comunque la verit  che
trattare di architettura non mi  affatto facile. Per quanto mio
padre fosse la tolleranza in persona sotto molti aspetti, nel campo
delle arti visive era una specie di tiranno, e io ho ancora paura
che mi piacciano cose che lui potesse ritenere spregevoli (per
anni, da ragazzino, sono stato guardato male perch mi piacevano
i nanetti davanti a una casa nella campagna del Surrey); per
questo mi muovo nelle citt e nei paesi in uno stato di astensione
critica dal punto di vista estetico, mentre un turbine di altri
giudizi e osservazioni si agita dentro di me per compensazione
iperattiva. Il mezzo miglio quadrato che esploro di Chicago mi
sembra molto simile alle altre citt del Midwest che ho visitato
- Minneapolis, Pittsburgh -, gli stessi isolati e torri luccicanti con
i loro ristoranti, negozi e bar, tutto smaltato nel peculiare stile
ultrapatinato dell'architettura contemporanea americana, che
cancella gli edifici con il cibo, la musica commerciale, i cinema,
in un'unica espressione della volont umana collettiva al massimo
della sua stupefacente efficienza, che, purtroppo, sembra
anche essere, per qualche stramberia delle leggi dell'esistenza,
quella che pi ne annulla lo spirito, un pensiero che mi sorprende
mentre affiora nella mia mente, sebbene prima che possa
metterlo a fuoco venga interrotto dal solito crollo nel corso dei
miei pensieri, e invece comincio a chiedermi come mai tanta
parte di quello che provo in questi giorni accetti questo aspetto
negato; perch, come dicevo nella poesia che stavo cercando di
scrivere (prima che anche quella diventasse vittima della tendenza
stessa che stavo cercando di esprimere), mi sembra che ci sia
tanto a cui dire no, prima che si possa cominciare a dire s.
Oppure perch, almeno, questa capacit di negare e rifiutare
non sia equilibrata da un'eguale capacit di essere felici ed eccitati
dalle cose, come lo  stato mio padre fino alla fine dei suoi
giorni. (Il giorno in cui mor di polmonite in ospedale chiese
ripetutamente al medico se c'era una possibilit, una minima
possibilit, che potesse fare il viaggio che aveva organizzato
insieme a mia madre per la settimana successiva per andare a
vedere i castelli dell'Oman.) Sono cresciuto credendo di diventare
come lui, ma mi sembra di andare in un'altra direzione. In
particolare, negli ultimi dieci anni l'elenco delle cose capaci di
provocarmi un apprezzabile entusiasmo sembra essersi continuamente
ridotto. La famiglia, gli amici, pochi libri... non molto
altro. E le cose che mi eccitano in genere mi eccitano per motivi
che sembrano essere vagamente patologici, morbosi piuttosto
che esaltanti; lo stesso interesse  uno stato di seduzione passiva
pi che una corrispondenza di mutua energia. Tutte le forme e i
tessuti di decomposizione mi affascinano - ruderi, foglie cadute,
corrosione, stranezze ed eccessi delle societ al collasso, storie di
autodistruzione per alcolismo, droghe, sesso - e sono arrivato
alla conclusione di appartenere a quella categoria di creature che
hanno un'affinit innata, organica con la dinamica del degrado
nella natura, con il ciclo implosivo. La religione di Zoroastro
nell'antica Persia divideva tutti i fenomeni fra quelli che appartenevano
al regno del creatore, Ormuzd, e quelli che appartenevano
al regno del demolitore, Ahriman. I tori e l'acqua dolce
appartenevano a Ormuzd; gli avvoltoi, i coccodrilli e l'acqua
salata ad Ahriman. Cresciamo desiderando di essere creature di
Ormuzd, o almeno cos  stato per me: gli autori che ho ammirato
di pi quand'ero all'universit - Tolstoj e D. H. Lawrence -
celebravano la vita, la crescita, la vitalit, e la mia ambizione era
di essere il loro erede. Ma quello che guardo attraverso i loro
occhi e che ammiro tanto si trasforma in cenere quando lo guardo
in prima persona. Ad esempio, mentre leggo il racconto di
Lawrence Sun, nel quale una donna viene liberata dal grigiore
della sua vita domestica a New York facendo un viaggio in Sicilia,
dove passa un giorno dopo l'altro sdraiata nuda al sole, sono
irresistibilmente affascinato dall'estatico risveglio interiore della
donna. Ma quando finisco di leggere mi prende la preoccupazione
e riesco a pensare soltanto ai raggi UV, al buco dell'ozono e al
tumore della pelle. Anche senza questi banali motivi di scetticismo
trovo, alla fine dei conti, uno strato di indifferenza fra me e
le cose che anch'io vorrei celebrare, una barriera che richiede
uno sforzo sempre maggiore per essere superata. Sotto questo
aspetto mi dico che, se non altro, sono un prodotto autentico del
mio tempo. Dal momento che stiamo entrando in un'era di sconfitte,
estinzioni, avvelenamento della natura, gigantesche semplificazioni
e soppressioni - in pratica un'era completamente dominata
da Ahriman - l'indifferenza sembrerebbe essere un
atteggiamento adattivo necessario.
(Riporto queste divagazioni solo per l'autoritratto che qui sto
cercando di dipingere: si tratta delle cose che mi preoccupavano
in quel particolare momento.)
Quando torno alla stazione il mio Superline, il Southwest
Chief,  pronto per accogliere i passeggeri. La catena di vagoni
a due piani si stende lungo la banchina come un luccicante
drago blu-argento che russa nella sua cuccetta. Puerilmente
spero di essere al piano di sopra, e ci sono. Il mio scompartimento
 di circa due metri per uno, con due sedili uno di fronte
all'altro vicini a un grande finestrino. I due sedili scorrono e si
uniscono per formare un letto, e c' un'altra cuccetta che si
ribalta dal soffitto.  funzionale ma compatto, una via di mezzo
fra una capsula spaziale e la cabina di una nave, con portabevande,
appendiabiti, faretti incassati e una porta a soffietto che si
ripiega su se stessa.
Mi sistemo con una sensazione di piacevole solitudine e
leggera apprensione, come se stessi per affrontare qualcosa di
molto pi imprevedibile di un viaggio su rotaie.
Si parte nel tardo pomeriggio sferragliando lentamente attraverso
la prima e seconda periferia di Chicago: Naperville,
Mendota - posti con nomi diversi ma collegati nel continuum
del tessuto urbano, solo grovigli pi fitti di autostrade che si
srotolano come giganteschi nastri di pellicola. Miglia e miglia di
nuovi insediamenti residenziali in diversi stadi di sviluppo:
scheletri di legno dorato, citt semifinite foderate di pannelli
isolanti Tyvek, immacolate case nuove fintamente lussuose con
le loro torrette e finti archi rampanti appena dipinti di verde
pallido o rosa fragola. Queste in particolare, queste residenze
reali in attesa nella memoria, hanno un sapore di ansia malinconica,
standosene pronte per essere possedute e abitate.
(Malinconia perch forse stanno ancora aspettando: quattro
anni dopo, mentre scrivo, l'economia  al collasso e si vedono
dappertutto edifici non venduti costruiti in quegli anni che
invecchiano in tristi agglomerati, le finestre ancora vergini
coperte di polvere, i vecchi prati dei quali erano, come si diceva,
l'ultimo raccolto, che ritornano attraverso le crepe dei vialetti
d'accesso mai usati con la gramigna e il solidago.)
Ci vogliono due ore prima che comincino ad apparire tratti
di territorio non urbanizzati, dapprima strani, come lembi
dimenticati dai pianificatori locali, fino a quando, lentamente,
sono le fabbriche e le case a sembrare fuori posto; e poi, all'arrivo
della sera, con la luce gialla e calda che passa attraverso il
finestrino, si svolta nella piatta immensit della prateria.
Suona il telefono: mio figlio mi chiama per darmi la buonanotte.
Augustus (lo chiamer cos) ha sei anni. Il nostro rapporto
 sostanzialmente fisico: in genere gli piace lanciarsi su di me
agitando i pugni per essere poi preso a testa in gi e fatto girare
in tondo. Gli piace anche farsi leggere storie, nell'ultimo anno
gli ho letto Tintin. Sono stato un affezionato lettore di questi
libri da quando ero bambino fino all'adolescenza inoltrata, e
anche adesso, quando li leggo, il divertimento  genuino pi che
nostalgico. Il tratto lineare dei disegni sembra pi ricco ogni
volta che lo guardo, specialmente le scene notturne, con le grandi
navi o le automobili rappresentate come corpi solidi neri
sullo sfondo del cielo blu notte, illuminate da dietro o bucate da
luci elettriche gialle, e le storie - comiche, piene di avventure,
ma tracciate su comportamenti umani osservati con affetto -
ancora mi appassionano.
Ma il fascino permanente che questi libri mi trasmettono
credo che sia una loro caratteristica puramente fortuita: il modo
in cui, pur essendo evidentemente inglesi, hanno anche un
ineludibile sapore straniero. Quando cominciai a leggerli non
sapevo che i libri erano tradotti, e quando lo scoprii era troppo
tardi per smettere di pensare che Tintin e i suoi compagni fossero
inglesi: inglesi in un modo che era al tempo stesso molto
strano e teneramente familiare. Parlavano inglese; le strade e i
cartelli stradali avevano nomi inglesi; e il paesaggio intorno alla
casa del Capitano Haddock, Marlinspike Hall, sembrava
proprio quello intorno al cottage nel Sussex dei miei genitori,
con i roveti e l'intarsio dei campi. Ma naturalmente venivano
solo fatti passare per inglesi. Marlinspike Hall era molto improbabile
come casa padronale, essendo in realt, ovviamente, uno
chateau francese. Le auto erano dalla parte sbagliata della strada
e il loro aspetto decisamente straniero, come la Citroen Safari
che mio padre guidava nelle strade tutte curve del Sussex. I
poliziotti, quando arrivavano sulla scena, avevano in testa strani
minuscoli chep, invece degli elmetti dei hobby, e inoltre avevano
delle strisce sui fianchi dei pantaloni.
Come figlio di ebrei che avevano aderito alla Chiesa d'Inghilterra,
ne erano poi usciti e adesso si vedevano non proprio come
inglesi, ma senza essere nemmeno incontrovertibilmente ebrei,
mi piacevano molto queste immagini di allegra, imperfetta assimilazione.
Mi sentivo a casa nella non-proprio-Inghilterra che
illustravano come non mi ci ero mai sentito nell'Inghilterra vera,
dove, nelle scuole che frequentavo, essere di origine ebraica era
come avere un piccolo difetto fisico, piuttosto che qualcosa di
cui essere orgogliosi o indifferenti.
Niente di tutto questo, grazie a Dio, interessa Augustus, al
quale i libri piacciono per ragioni semplicissime, specialmente
le torrenziali invettive del Capitano Haddock, che ripete
puntualmente ad altissima voce quando gira per casa: Pockmark!
Jellyfish! Bashibazouk! (Adesso che  cresciuto fa lo stesso ma
con rime rap, e se pensa che qualche adulto stia ascoltando inserisce
una battuta muta per il fucker di motherfucker, facendo
sembrare le canzoni singhiozzanti litanie per sua madre.)
Dal momento che stasera non posso leggergli dei libri, ci limitiamo
a parlarne. Gli racconto che a Chicago ho appena visto il
posto dove si svolge Tintin in America. Infatti i sobborghi attraverso
i quali siamo appena passati, che sembrano essere stati
costruiti in una notte, sono uguali alla citt che Tintin attraversa
in quel libro, quella che cresce istantaneamente intorno al getto
di petrolio appena scoperto dal petroliere: banche e alberghi
completati per mezzogiorno, semafori, poliziotti e quartieri a
posto a met pomeriggio. Ma lui  meno interessato di me all'analogia,
e presto mi interrompe parlando con accento cinese, o
almeno con la sua versione della mia versione dell'accento cinese.
Ti taglier la testa.
La battuta mi sorprende, ma la riconosco immediatamente.
Viene da uno dei nostri libri di Tintin preferiti, Il loto blu, o,
come mi sono permesso di chiamarlo qualche volta, regredendo
con mio figlio al bonario razzismo del mondo della mia infanzia,
quando imitare un accento straniero per provocare una facile
risata non era assolutamente un problema, Il roto bru. I libri di
Tintin, che sono sempre racconti di incontri con stranieri, quando
si leggono ad alta voce inducono questo genere di umorismo
di bassa levatura. Sono pieni di macchiette razziali stereotipate
tipiche del loro tempo. Siccome era anche il mio tempo, mi sono
sentito obbligato a parlarne con mio figlio, spiegando che l'ironia
 accettabile perch si riferisce in modo imparziale a tutte le
culture, compresa quella di Tintin, e anche perch, in genere, 
fatta senza malizia.
Ceno con pollo arrosto e piselli, poi mi siedo per un po' nella
Observation Lounge, un vagone con ampie vetrate e sedili
disposti ad angolo per ottimizzare la visione del paesaggio.
Siamo entrati in una regione di fattorie costruite in tavole di
legno bianco, tutte raggruppate con il proprio fienile e il proprio
silo, circondate da filari di alberi per l'ombra, in mezzo a distese
di campi di grano perfettamente curati. L'immagine si ripete per
miglia dopo miglia: fattorie e campi, fattorie e campi; la regolarit
del modello  impressionante come la sua estensione, come
se un gigantesco rotolo di tappezzeria si srotolasse alla stessa
velocit del treno sovrapponendo al mondo reale la sua visione
pastorale quasi surreale con una forza garbata e irresistibile,
come la forza del sonno.
Ti tagliere la testa...
Mentre guardo fuori, mi torna in mente la schietta esuberanza
edipica di mio figlio. Qualcosa, qualche pensiero o ricordo
collegato aleggia dietro quella frase, ma non riesco a rintracciarlo
immediatamente.
Ricordo che le parole sono pronunciate da un garbato,
educato giovanotto, il figlio dell'amico cinese di Tintin, il signor
Wang, che  stato mandato dal padre a proteggere Tintin a
Shanghai ma, mentre era in viaggio,  stato avvelenato con succo
di rajaijah.
Il succo di rajaijah  il veleno della follia. Il suo effetto provoca
attacchi di natura violenta e puerile (le vittime proclamano
scemenze o cinguettano come uccelli mentre tentano di decapitare
qualcuno), ed  un effetto irreversibile. Ricordo l'immagine
del giovane in tunica e zucchetto, che sorride allegro mentre
afferra Tintin per la spalla e gli dice: Ti taglier la testa...
La frase mi ronza nella mente e si trascina dietro una serie di
associazioni. Abu al-Zarqawi, ovviamente, e tutti gli altri giovani
per bene dei quali ora si legge spesso, che hanno bevuto il
veleno della follia e sono regrediti in un mondo giovanile fantastico,
che non si vergognano pi di parlare il linguaggio banale
delle esplosioni e della decapitazione. Penso alla danza frenetica
che mio figlio chiama esplosione, quando salta in su e in gi
sul nostro letto o sul tappeto elastico nel giardino ogni volta per
delle ore, agitando le braccia nell'aria, buttando indietro la testa
con espressione rapita e facendo suoni che imitano l'esplosione
di una bomba, il crepitare di fucileria, il sibilo di spade luminose,
perso in un mondo immaginario di incantato combattimento
senza fine. Penso alla citazione del Profeta preferita da Osama
bin Laden (cos ho letto da qualche parte): Vorrei poter attaccare
ed essere ucciso, e poi attaccare ed essere ucciso, e poi
attaccare ed essere ucciso, alla sua identificazione dell'estasi
fisica come segreto principio del terrorismo, associato persino a
un infantile erotismo insito nei ritmi da ninna-nanna. (Bin
Laden potrebbe essere il morto nella mia fiaba, il mio alter ego
nell'aldil, nato nel mio stesso anno, da un padre che costruiva
monumenti, lui stesso un sognatore, solitario, che  vissuto per
qualche tempo in un idillio bucolico, con vaghe pretese poetiche,
fino al momento in cui ha scoperto la sua vera vocazione.)
Ma nulla di tutto ci riesce a farmi afferrare la vaghezza che ho
percepito aleggiare nell'aura di quella frase; mi alzo e torno nel
mio scompartimento con la sensazione insoddisfatta che si
prova quando non si riesce a entrare nello spazio appena intravisto
di un pensiero che era sembrato promettere un magico
attimo di gradevole contemplazione.
Al crepuscolo il paesaggio  di nuovo cambiato. Diversi toni
di verde macchiano le ombre grigie, e la campagna  dolcemente
ondulata, con boschi e ruscelli che si snodano verso sacche
oscure. Mi ricorda l'Inghilterra: un'improbabile Inghilterra
incontaminata, con panorami che abbracciano intere contee
che si allungano in lontananza disegnate come le vecchie mappe
tinte d'inchiostro dei territori di caccia inglesi. Uniche note
diverse, i verdi bluastri e le alte torri color peltro dei silos per il
grano (ora pi radi e pi distanti fra di loro); eppure, come i
chep e le strane automobili di Tintin, queste cose non cancellano
la sensazione di inglesit, ma suggeriscono piuttosto un'inglesit
venata da un'interessante, oscura malia.
Qualcuno bussa alla porta: una delle bigliettaie del treno
viene a preparare il mio letto per la notte. Mi metto di lato e la
guardo avvicinare i due sedili.
In quale stato siamo? chiedo.
Missouri, dice.
Mi sorride come se fosse pronta a parlare pi a lungo, se io
lo avessi voluto. Io avrei voluto, ma vengo distratto da qualcosa
e lei sparisce prima che io riesca a dire una parola.
Poi, mentre si allontana nel corridoio, mi viene in mente il
pensiero che poco prima mi sfuggiva. Forse il bussare alla porta
me lo ha ricordato, perch  cos che inizia l'avventura: un trambusto
alla porta la sera di Capodanno, lo straniero irrompe nel
castello, con il cavallo al trotto nella sala del banchetto. In una
mano regge un ramo di pungitopo e nell'altra un'enorme ascia.
 enorme, un gigante, e la sua barba  verde.
Mi torna in mente mentre scrivo che in uno stadio iniziale,
non ancora ostile, della campagna di Nasreen, mi ero reso conto,
dopotutto, che un grosso soggetto era arrivato alla porta della
mia fortezza, nonostante il mio scetticismo sull'eventualit che
potesse mai succedere una cosa del genere. Solo che la natura
della sfida che lei rappresentava non si era ancora manifestata.
La sfida del Cavaliere Verde  invece immediata e senza ambiguit:
la sfida pi bizzarra di tutta la letteratura e anche, nella
sua smaccata irrazionalit, una sintesi radicale di tutte le altre
sfide. Metter in gioco tutto e perder tutto se tu metterai in
gioco tutto e perderai tutto, e alla fine, forse, uno di noi o tutti
e due potremo guadagnare qualcosa che nessuno dei due aveva
mai nemmeno immaginato che potesse esistere.
Tagliami la testa, dice a Sir Galvano porgendogli l'ascia, e fra
un anno e un giorno cercami e lascia che io faccia la stessa cosa
a te.
Avevo tredici anni e frequentavo l'ultimo anno del collegio
quando lessi per la prima volta Sir Galvano e il Cavaliere Verde.
Ci era stato dato come compito dal nostro maestro di inglese e
di musica, un entusiasta di tutte le cose medievali. Lo stesso
edificio della scuola, un ammasso gotico che sorgeva nel verde
del suo campo di golf e dei campi da gioco, aveva un qualcosa
di medievale. Una scuola per soli maschi, un ambiente a met
fra il monastero e la caserma. Prima dei pasti ci allineavamo in
squadre per l'ispezione, quindi si marciava in formazione nel
refettorio tutto affrescato con scene della leggenda di re Art,
castelli, foreste, cavalieri in torneo e una spada dall'elsa dorata
conficcata in una pietra.
Il tempo libero era in genere dedicato a esercitazioni di guerra.
Nei boschi intorno ai campi sportivi costruivamo accampamenti
fortificati nei crateri lasciati dagli alberi caduti, scavando
trincee e tunnel di collegamento per creare fortificazioni ancora
pi grandi; andavamo all'assalto e attaccavamo gli accampamenti
degli altri ragazzi (attaccare ed essere uccisi, e poi attaccare
ed essere uccisi) con le pigne come bombe a mano e con le
pistole a molla Sekiden quando riuscivamo a contrabbandarle
attraverso le donne che controllavano i nostri bagagli a ogni
arrivo per il nuovo trimestre.
C'era il godimento fisico della lotta, ma pi intensa e durevole
era la gloria quando facevi qualche azione audace e te ne
veniva riconosciuto il merito. Nell'austero regime nel quale
vivevamo, con poche cose nostre e nessun potere personale, la
gloria era l'unica ricchezza, e curavamo il ricordo esatto delle
nostre azioni e di quelle degli altri con il nobile zelo di Art e dei
suoi cavalieri.
C'era anche una cappella, un piccolo edificio di pietra con
vetrate colorate al quale si accedeva dalla palestra, passando
dall'odore pesante dei calzini al profumo delle candele di cera.
In fondo alla navata era dipinto un ritratto di Edmondo Martire,
al quale la scuola era dedicata. Il motto della scuola - Per
Manendo Vincimus, Resistendo vinciamo - campeggiava
sopra l'altare, scritto su una lunga fiamma triangolare stilizzata
come se si muovesse al vento, simile a quella adottata dopo gli
attentati dell'11 settembre per la bandiera americana: le tre
pieghe eccitanti e minacciose simulano una violenta agitazione
che viene saldamente bloccata dal tessuto. Tutte le mattine della
settimana ci presentavamo in chiesa per le preghiere, cristiani e
pagani (il figlio del re di Giordania, il principe Abdullah, oggi
re a sua volta, sedeva sulla panca alle mie spalle con le sue guardie
del corpo), e le domeniche c'era la messa grande con la
comunione, anch'essa obbligatoria.
La cosa non mi dava noia, anzi, mi piaceva. Facevo parte del
coro e indossavo con modesto orgoglio la tunica bianca. Mi
piaceva essere parte dell'atmosfera di garbata passione creata
dagli inni che cantavamo - Ave Verum, Ofor the Wings of Dove
- e mi piaceva anche la religione, o pensavo che mi piacesse.
Quando il cappellano ci rimetteva alla pace del Signore che
tutto comprende mi sentivo avvolgere da una tenera calma.
Quando mi sentivo triste dicevo la preghiera del Signore ed ero
di nuovo felice. Mi sembrava naturale passare da questo a prendere
la comunione, e mi iscrissi ai corsi per la cresima per poter
andare all'altare con gli altri iniziati a prendere l'ostia e il vino.
Eppure, quasi fin dall'inizio di questi corsi cominci a crescere
in me un senso di disagio. Cercai di ignorarlo, ma, qualche
settimana prima che arrivasse il vescovo di Chichester per la cerimonia,
il disagio divenne un'intensa, oscura paura. Facendomi
coraggio per uno sgradevole incontro, dissi al cappellano che
avevo dei dubbi, e dopo una conversazione che mi sorprese per
la brevit mi ritirai. (Non sembrava per nulla preoccupato o
sconvolto come credevo che sarebbe stato o come ero io.)
Qualche volta, ripensandoci, sono stato tentato di interpretare
questo episodio come segno di un autentico fondo di ebraismo
nel mio animo, fondo che mi faceva rifiutare il gesto di apostasia.
Ma, a parte il fatto che di tutte queste cose - animo, apostasia,
fondo autentico - non mi importa pi molto, la verit era che
vissi tutta l'esperienza come qualcosa di puramente negativo,
una specie di travolgente veto privo di qualunque segno positivo
su chi o su che cosa sarei potuto essere se non fossi stato cos.
Tutto questo - l'atmosfera medievale, la forte identit di
gruppo e l'inizio del mio distacco da esso, e anche la quasi totale
assenza di donne (e il suo effetto di dare al sesso femminile un
potere che sconfinava nell'occulto) - fu la naturale premessa
per il mio interesse per un testo come Sir Galvano e il Cavaliere
Verde. Ciononostante, non ero preparato a sostenere la forza
della sua influenza su di me. A parte ogni altra considerazione,
 stato il primo testo letterario a farmi desiderare di scrivere
qualcosa per conto mio. La velocit e la forza delle scene iniziali mi eccitarono come nulla di quanto avessi letto prima. C'era
qualcosa di quasi fisicamente violento nella velocit con cui la
storia raggiungeva il parossismo dell'azione attraverso le prime
sconcertanti immagini - il cavaliere dalla barba verde sul suo
cavallo verde, la decapitazione, il corpo mostruoso che afferra
la sua testa e se ne va a cavallo -, la sequenza di allitterazioni che
si spinge in avanti come se l'atto creativo accadesse su un simultaneo,
nascosto atto di distruzione. Avevo notato che, quando
mio padre era soddisfatto del modo in cui procedeva il suo lavoro,
un'espressione di gioia selvaggia gli illuminava il viso (la definisco
la sua espressione tartara - i suoi antenati erano russi),
e collegavo quell'espressione a questa apertura, dal momento
che entrambe sembravano rivelare qualcosa di piacevolmente
violento al centro dell'atto creativo: una sensazione che avrei
voluto provare con tutto me stesso.
Ancora pi eccitante di questo piacere letterario era la sensazione
di affinit che sentivo per la figura di Sir Galvano.
Dal suo primo momento di modesta autoaffermazione,
quando chiede a re Art il permesso di raccogliere la sfida del
Cavaliere Verde, mi sono identificato in lui in modo stranamente
profondo. Anche oggi, in momenti diversi della mia vita, le
varie situazioni della strana ricerca che segue (strana perch  la
storia di un uomo che insegue la sua stessa distruzione) sembrano
gettare una luce misteriosa sulla mia stessa esistenza.
Ottenuto il permesso, prende l'ascia e si prepara a somministrare
il colpo. Il Cavaliere Verde si scopre il collo e Galvano
affonda il fendente, staccando di netto la grossa testa dalle spalle
massicce.
Crede forse che tutto sia finito e che il cavaliere decapitato,
dopo aver fatto la sciocca provocazione e aver ricevuto ci che
aveva chiesto, se ne rester tranquillamente morto? Se lo crede,
si sbaglia di grosso. Con il sangue che schizza dalla ferita, il
Cavaliere Verde prende per i capelli la propria testa rotolante e
rimonta a cavallo. Mi troverai alla Cappella Verde, dice,
voltando la sua testa senza corpo verso Galvano. Non dice dove,
in tutta l'Inghilterra, possa trovarsi la cappella, ma avverte
Galvano che se non ci andr sar bollato come codardo. (Vorrei
scrivere come un fottuto frocio codardo, ma il testo non
consente questa interpretazione.)
Vita, morte, onore, reputazione: ecco qual  la posta in gioco.
La vicenda, finora, si  svolta in modo relativamente sereno.
Le celebrazioni del Natale sono in pieno svolgimento e le risate
invadono la corte. Ma dopo un anno si avvicina il giorno in cui
Galvano deve partire per la sua missione, e l'ansia cresce. Per
sostenere Galvano i suoi compagni continuano a far finta che si
tratti di un'allegra avventura, ma i loro scherzi nascondono il
dolore per l'uomo inesorabilmente condannato.
C' una scena di gelida ironia quando indossa la sua sontuosa
armatura, le ultime parole pronunciate in gambali e schinieri,
tutti lussuosamente decorati e ricamati, con la stella a cinque
punte, simbolo di virt e purezza, dipinta in oro sullo scudo. La
sua missione era quella di ricevere un colpo, non di scansarne
uno, questa era l'ironia della situazione: tutta la stravagante
protezione era assolutamente inutile,  una missione suicida.
Poi se ne va con il suo cavallo verso i grandi spazi della Britannia
preistorica. Assalito dalla solitudine. Attanagliato dalla
fame. Il gelo penetra nella sua armatura. Il giorno fatale si avvicina
e, non avendo ancora idea di dove si trovi la cappella,
comincia a rendersi conto della gravit della sua situazione.
Comincia l'isolamento dell'eroe. Mentre dorme nella sua armatura,
massacrato dalla grandine, notte dopo notte sulla nuda
roccia, con il frastuono dei gelidi torrenti intorno a lui, si
completa il distacco dalla facile, comoda, risolutamente ottimista
vita di corte, e a poco a poco emerge la dimensione di lui
come individuo, come uomo tutto solo: vulnerabile, incerto,
sotto l'incubo del fallimento e del disonore, e la fine inevitabile
diventa di colpo una realt assillante.
In questa condizione, perso nel profondo della foresta, si
rivolge, come fanno tutti, alle confortanti formule della religione.
Recita la sua preghiera al Signore e il suo Ave Maria, poi si
fa il segno della croce, una volta, due volte, tre volte...
Dietro le querce appare un castello, vagamente illuminato da
tremuli riflessi. Ricordo l'immagine come ricordo quella della
citt che sorge in un istante intorno a Tintin e la crescita delle
citt di McMansion fuori Chicago, con il loro aspetto di improbabile
novit. A Galvano sembra una decorazione di carta, con
torri bianche e splendenti.
All'ingresso, al suo richiamo arriva un portiere che gli d il
benvenuto come se fosse atteso. Il signore del castello, Sir
Bertilak, un altro gigante, ma con la barba rossa invece che
verde, lo saluta calorosamente e ordina ai suoi servi di condurlo
in una lussuosa stanza da letto con tutte le comodit, compreso
un letto a baldacchino completo di tende. Dopo che si  lavato
e cambiato viene condotto a un banchetto in una sala con un
fuoco fiammeggiante. Appreso il suo nome, gli ospiti riuniti
restano in estatica adulazione. Scopre di avere una reputazione
come fine dicitore, e gli ospiti si dichiarano felici all'idea che un
personaggio famoso come lui sia con loro per i festeggiamenti
di Natale. Sar il loro maestro, dicono tutti con ossequio, nel
corretto uso delle parole, e con il suo esempio insegner loro il
linguaggio d'amore: luftalkyng, la lingua del corteggiamento e
dell'Amor Cortese, del quale apprende con sorpresa di essere
un famoso esperto. (Ricordo una delle prime e-mail di Nasreen,
nella quale mi raccontava di aver sentito dire che ho una reputazione
di donnaiolo, con un sacco di vivaci fanciulle nel
passato. Dal momento che non conosceva nessuno del mio
passato capii che si trattava di pura invenzione, parte della
campagna di corteggiamento e di esaltazione del mio ego. Non
sospettai che il suo modo grezzo di trattare la reputazione
avrebbe potuto rivelare un lato meno benigno.)
Non appena viene evocato il tema dell'amore, Galvano vede
una bella giovane donna: la moglie del suo ospite, si viene a
sapere, che si avvia alla messa di mezzanotte. La segue nella
cappella del castello. Durante la funzione lei si volta dal suo
scranno privato per guardarlo, e si sente la scossa elettrica che
passa fra loro quando la donna lascia che lo sguardo di lui sfiori
per un attimo la sua delicata bellezza.
Il giorno dopo  Natale, e Galvano siede al banchetto vicino
alla giovane donna. I due traggono grande piacere dalla reciproca
compagnia, chiacchierano tranquillamente in uno scambio
privato che l'autore descrive come dolce intrattenimento,
assicurando, con solo un tocco di ironia, che  ben lontano da
qualunque ambiguit: un leggero paradosso che coglie perfettamente
il tratto ambiguo di un corteggiamento nelle fasi iniziali,
quando nulla  stato ancora detto di chiaramente allusivo.
L'Amor Cortese, l'elaborato tentativo medievale di conciliare
il crudo desiderio con l'impeccabile funzionamento dei
meccanismi sociali,  in effetti uno studiato esercizio di tali
ambiguit. In quelle regole un giovane cavaliere pu innamorarsi
di una donna sposata e impegnarla nel pi torrido corteggiamento,
dove tutto  permesso meno il consumo ultimo. La
bellezza della formula  che sembra riscontrare al tempo stesso
la forza del desiderio sessuale e la virt della fedelt. Come tutti
i codici di condotta sessuale, anche questo  fatalmente sbagliato:
la gratificazione rinviata  uno stato per sua natura instabile,
ed  quindi molto probabile che finisca in tragedia o in farsa. Ma
partecipa di un affascinante realismo, e in tutta la sua contraddittoria
complessit cerca almeno di riscontrare i meccanismi
della nostra mente.
Si viene a sapere che la Cappella Verde  a sole due miglia dal
castello, e questo significa che Galvano pu restare comodamente
ospite fino a Capodanno. Per far passare il tempo fino a
quel momento, Sir Bertilak propone un gioco: lui andr a caccia
con i suoi uomini tutti i giorni, mentre Galvano rester al castello a riposare e ogni sera si scambieranno cos'hanno acquisito nel
corso della giornata.
A questo punto la storia si avvicina al suo punto cruciale:
l'eroe passa dalla chiarezza del coraggio e dell'azione fisica
all'ambito pi insidioso del tormento psicologico e morale.
Il primo mattino, mentre Sir Bertilak  a caccia di cervi,
Galvano viene svegliato dal rumore della porta della sua camera,
che si apre piano piano. Guardando attraverso le tende del
letto a baldacchino vede la moglie del suo ospite entrare nella
stanza, bella come non mai. Chiude la porta dietro di s, solleva
la tenda del letto e con grande imbarazzo del cavaliere si siede
al suo fianco. Segue una lunga scena comicamente erotica di
tentata seduzione in cui la signora, scherzando e con provocante
adulazione (eshveh, kereshmeh, naz), cerca di convincere
Galvano a superare i suoi scrupoli e ad approfittare dell'assenza
di suo marito. Con parole semplici ed esplicite gli offre il suo
corpo perch lui ne prenda piacere fra le lenzuola di seta del
suo letto. Nonostante tutta questa disinvoltura, la situazione 
molto rischiosa: respingere un'offerta sessuale richiede molto
tatto se non si vuole offendere mortalmente chi la propone,
mentre accettarla, per quanto forte sia la tentazione (e si pu
presumere che sia intensa), significherebbe in questo caso per
Galvano tradire in modo irreparabile la sua dignit di uomo
d'onore. Ne esce bene e riesce con impeccabile cortesia ad
accompagnare fuori dalla sua stanza la signora senza concedere
nulla di pi serio di un solo casto bacio. Secondo le regole del
gioco, questo  ci che passa a Sir Bertilak, in cambio del cervo
ucciso quel giorno.
Ma quando una persona attraente ti fa un'offerta del genere,
lei o lui stabilisce con te un forte legame psicologico e, che tu sia
interessato o meno ad approfittarne, apre in modo subliminale
nella tua immaginazione un intero nuovo spazio di possibilit
erotiche: di questo mi resi conto quel mattino. Da questo spazio
virtuale nascono i sogni pi belli, ma anche gli amanti diabolici
e succubi del folklore e della letteratura: Lilith e Lamia, Heathcliff
e Peter Quint e tutte le fantastiche donne fatali di Keats, di
Coleridge e dei preraffaelliti, e questi visitatori virtuali possono
essere molto pi difficili da tenere a bada di quanto non siano gli
umani in carne e ossa, anche perch non c' dubbio che la loro
consistenza, cos com', deriva in parte proprio da noi.
Il secondo giorno, la dama torna nella stanza di Galvano, nel
suo scompartimento, e la presenza di lei si insinua come un profumo;
questa volta, per, non  in gioco solo l'autostima di lui, l'immagine
di se stesso come Uomo d'Onore, ma qualcosa di pi
vicino alla sua anima; l'autore ridefinisce con attenzione la descrizione
delle tenere, insistenti lusinghe verbali di lei per suggerire
un motivo che va al di l dell'amore e del desiderio sessuale, ovvero
la ben pi grave volont di convincerlo al male.
E questa volta lei sembra pi decisa di prima, pi audace, pi
scherzosamente insistente: il risvolto della sua conversazione,
quando lo implora di prenderla come sua allieva privata
(Insegnami, dice, mentre mio marito  via),  pi esplicitamente
carnale, come se il singolo bacio del giorno prima, casto
come era stato inteso, le avesse dato vitale sostanza. Lui di nuovo
le resiste, ma si sente che il piacere della vicinanza di lei sta
facendo presa su di lui, dandogli una pericolosa fiducia nella sua
capacit di ottenere entrambe le cose: il piacere della situazione
(questa volta le sue battute sono molto pi brillanti) e il suo
controllo, che non gli sfugge, anche se questa volta acconsente
razionalmente a due baci invece che uno solo prima che la seduta
finisca, e si sa bene, per la logica dell'evoluzione incrementale
comune a tutte queste storie, che la prossima volta che lei
verr accadr qualcosa di fatale.
Adesso  notte, e abbiamo appena attraversato il fiume
Kansas. In Kansas mi addormento profondamente cullato dal
ritmo del treno, e il mattino seguente (tale  la dimensione delle
cose, in questo paese) siamo ancora in Kansas.
Il paesaggio non  pi verde, il colore della pianura  marrone
bruciato. Rimane a lungo piatto e assolutamente brullo.
Faccio colazione e mi avvio verso la Observation Lounge. E
pieno di gente, nonostante l'ora: gente che guarda fuori dalle
vetrate, altri piegati su aggeggi elettronici, le macchine che
lampeggiano e cinguettano vivaci, gli umani stanchi e accigliati.
Passa davanti a noi un complesso industriale lattiero-caseario
con migliaia di mucche Holstein chiuse in recinti di pascolo
di terra marrone. Alcuni dei recinti hanno collinette artificiali
sulle quali le mucche stanno a dormire, sdraiate come mostruosi
gatti pezzati bianchi e neri. Poco dopo arriviamo a Dodge
City, dove sale sul treno un gruppo di scout. Uno di loro si siede
vicino a me, un ragazzo di sedici anni circa, occhi grigi, faccia
tonda, pieno di brufoli bluastri. Con una disinvoltura che
sembra precoce anche per questo paese di facile apertura, e
decisamente impertinente per uno cos rosolato dai brufoli,
attacca immediatamente la conversazione. Lui e la sua truppa
stanno andando in New Mexico per un campeggio in montagna.
Lui personalmente non  mai uscito dal Kansas e non ha
mai visto una montagna. Parla con l'accento nasale di un'altra
epoca, come un ragazzo di campagna di un vecchio film.
Non ho mai visto una montagna prima...
 stato adottato,  cresciuto con i cugini, una famiglia con
nove ragazzi.
Siamo tanti in famiglia, e cos non abbiamo molti soldi, mi
informa: un altro di quei diligenti addetti stampa di se stessi,
molto convinto del suo ruolo nella leggenda americana. La
famiglia possedeva una grande fattoria, dove lui andava a cavallo
tutto il giorno. Adesso hanno solo poco pi di sei ettari e un
po' di bestiame. Lui doma i cavalli, un mestiere pericoloso.
Ho perso il conto di tutte le ossa che mi sono rotto.
Ogni volta che finisce di parlare stringe le labbra come se
dovesse letteralmente chiudere subito un borsellino pieno di
monete.
A distanza si vede un piccolo rilievo.
Quella si potrebbe considerare una montagna?
No.
Scivolano via le fattorie con i grandi cerchi d'irrigazione
color verde pallido sul terreno bruno e le roulotte dei lavoratori.
Seguiamo il corso di un piccolo fiume, le rive coperte da
cespugli con roba pelosa bianca sui rami che deve essere cotone.
Il rudere di un fienile isolato, le travi spezzate si levano come
braccia agitate verso il cielo.
 stato un tornado, dice il ragazzo stringendo le labbra.
Passano molte miglia di vuota artemisia, poi un edificio
basso, senza finestre, circondato da un recinto di filo spinato. Il
ragazzo ghigna.
Prigione.
Uno dei suoi fratelli  guardia carceraria. Non in questa
prigione in particolare, ma sembra che a causa di questa circostanza
tutte le prigioni vengano guardate con compiacimento.
La famiglia si diverte a chiedere a questo fratello cosa far se
dovesse mettere sotto chiave dei parenti.
Dice che gli sbatterebbe la porta in faccia un po' pi forte
di quanto non faccia di solito. Mi sa che un paio di nostri cugini
potrebbero finirci presto.
Si vede un'altra montagnola sulla pianura.
E quella potrebbe essere una montagna?
Non proprio.
La cosa pi alta che abbia mai visto.
Lo guardo chiedendomi se non mi stia prendendo in giro, ma
sembra sincero.
Pi tardi nella giornata, in distanza cominciano a essere visibili
le montagne, ma lui a quel punto se n' andato da qualche
altra parte e quindi mi perdo la sua reazione. Una persona ti
incontra, la sua storia si incrocia brevemente con la tua, poi si
allontana, ti lascia qualcosa, forse prende qualcosa in cambio e
poi sparisce. In questi giorni devo ricordare a me stesso che gli
incontri con altre persone possono essere sia interessanti che
insignificanti.
Cominciano ad apparire chiese e fattorie costruite con mattoni
d'argilla. Il treno arranca in salita sul Raton Pass, il punto pi
alto del percorso. Poco dopo arriviamo a Lamy, la stazione di
Santa Fe, dove scendo per la mia visita al ranch di D. H.
Lawrence.
Nella vecchia Germania dell'Est, una persona che aiutava
qualcuno a scappare oltre il Muro si chiamava Fluchthelfer,
aiuto alla fuga. Per chi legge per divertimento, come in genere
faccio io, per dare un senso alla vita, pi che per sofisticati
motivi o ragioni di studio, certi scrittori diventano Fluchthelfer,
ci aiutano a superare i nostri muri personali, vuoi per sfuggire
alla realt oppure, come io preferisco, per trovare il modo di
entrarci. Per me D. H. Lawrence  sempre stato questo tipo di
scrittore. Le sue opere migliori, specialmente le novelle e i
racconti brevi, hanno lo stesso coraggio fantastico di Galvano e
regalano la stessa leggera sensazione di cose antiche - sentimenti
stanchi, nozioni morte - che vengono schiacciate e stracciate
con la stessa rapidit con cui vengono create cose nuove. Le sue
dichiarazioni sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, sugli
uomini e sulle donne, buttate l con casuale, apocalittica grandiosit,
mi commuovono anche molto tempo dopo che ho smesso
di essere d'accordo con quasi tutte. L'uomo deve trovare
un nuovo modo di esprimersi, deve dare un nuovo valore alla
vita, altrimenti le sue donne lo abbandoneranno, e lui dovr
morire. L'uomo, per adesso, non  nemmeno cresciuto a
met. L'uomo qui, l'uomo l... Non  pi il genere di linguaggio
che ci piace, e di conseguenza la sua reputazione negli ultimi
decenni ne ha molto sofferto. Il mio recente interesse su come
si rovinano le reputazioni (un altro fra i molti retaggi di Nasreen)
mi ha fatto trovare questo aspetto di Lawrence quasi affascinante
come la sua scrittura, ma all'epoca, appena passato dall'aria
condizionata del treno al forno della calura del giugno in New
Mexico, ero semplicemente un ammiratore del suo lavoro.
Noleggio un'auto a Santa Fe e mi dirigo nelle montagne
verso Taos. E troppo tardi per andare al ranch oggi, e passo la
notte a Taos in una locanda che  stata a suo tempo la casa di
Mabel Dodge Luhan.
Era stata Mabel Dodge Luhan a portare per la prima volta
Lawrence in New Mexico. Ci sono libri sui due su uno scaffale
nell'atrio. Dopo cena li scorro, e subito mi sembra di vedere
ancora un'altra versione delle mie vicende che si svolge davanti
ai miei occhi, come proiezione dell'intreccio delle loro vite.
Lei, allora, era sulla quarantina, ricca ereditiera e patrona
dell'arte nativa americana, un passato avventuroso con svariati
mariti e un tentativo di suicidio commesso mangiando fichi
impastati con schegge di vetro. Dopo aver letto un po' di libri
di Lawrence aveva deciso che aveva bisogno di lui nella sua vita
- Volevo Lawrence perch capisse le cose per me - e cos si
mise d'impegno per attirarlo a Taos. La strategia, durata un
anno, comprendeva lettere piene di erbe medicinali dei nativi
americani, il regalo per la moglie di Lawrence, Frieda, di una
collana che si diceva incantata e un vigoroso impegno di attrazione
telepatica: Sarei stata seduta a disegnarlo finch non
fosse arrivato come lei stessa ricorda. In un primo tempo lui
oppose resistenza, andando invece a Ceylon e in Australia, ma
alla fine lo sforzo fu coronato da successo, e lui e Frieda arrivarono
alla stazione di Lamy nel settembre del 1922.
Mabel, pur avendo anche lei un marito, si mise subito all'opera
per sedurre il visitatore tanto atteso. Cerc di convincerlo
che il suo matrimonio si fosse inaridito - Hai bisogno di qualcosa
di nuovo e di diverso... - e dopo qualche tempo lo convinse
a lavorare con lei, proprio cos, su un romanzo che stava
cercando di scrivere.
Lui era attratto da lei? I libri non lo dicono, ma al tempo
della proposta di collaborazione lui aveva commesso l'indelicatezza
di criticare sua moglie con lei, lamentandosi della pesantezza
tedesca di Frieda, e per me questa, da parte di un uomo,
ha tutta l'aria di essere una dichiarazione di disponibilit, almeno
in linea teorica, per un tratto pi leggero, non tedesco. A
questo si aggiunga la fama di scandalo sul suo nome dopo la
fuga con Frieda, donna sposata madre di tre figli, per non parlare
del contenuto stesso dei suoi libri, con la loro celebrazione
dei sensi e l'enfasi sulle relazioni umane spontanee, ed  facile
immaginare che Mabel abbia pensato che una storia con lui
fosse possibile.
Organizz un incontro per discutere del suo romanzo. Come
luogo scelse il terrazzo davanti alla sua camera da letto. Il giorno
fissato la donna lo conduce di sopra, nuda sotto un leggero
scialle bianco di cashmere. Quando attraversano la camera da
letto, la vista del letto disfatto sembra risvegliare in Lawrence
l'attenzione sulla possibile seriet della situazione nella quale si
stava mettendo. Esita, imbarazzato, capisce che  evidentemente
arrivato il momento di chiarire le sue intenzioni - magari pi
a se stesso che a lei. Cos abbiamo di nuovo la figura comica
dell'uomo nella camera da letto, nel salotto privato, nello scompartimento,
assediato dai desideri di una donna dalla quale 
quantomeno moderatamente attratto, che deve decidere di
tenerla a distanza (forse un po' colpevolmente in ritardo sugli
eventi). Comica perch, anche se possiamo apprezzarlo come
buon marito e cittadino modello, come uomo lo troviamo un
po' ridicolo: quale uomo, che non sia un prete o un guerriero
islamico, si preoccupa veramente di proteggere la sua castit?
Siccome non  il personaggio di un romanzo non si comporta
proprio con la soave cortesia di Galvano, ma a suo modo,
dopotutto, sembra seguire lo stesso codice di comportamento
del virtuoso cavaliere.
Non so come la prenderebbe Frieda, mormora nervosamente.
Non  proprio quello che uno si aspetterebbe dall'autore
Amante di Lady Chatterley o dal fustigatore della cristianit
che accus Ges per lo sciagurato primato della mente sui sensi.
Non so come la prenderebbe Frieda... Eppure si prova calda
simpatia per lui, o almeno io la provo: un essere umano confuso
e incerto come tutti noi. Gli incontri futuri avverranno nel suo
appartamento, con Frieda che passeggia rumorosamente intorno
e vicino e la collaborazione letteraria che presto sfuma.
Il mattino del giorno dopo mi avvio verso le montagne di San
Cristobal al Kiowa Ranch. Mabel, evidentemente generosa e
liberale, lasci la propriet ai Lawrence quando cap che non
sarebbe riuscita a spodestare Frieda. Il luogo, dopo miglia di
tortuosa strada rossa sterrata,  un aggregato di modesti edifici
in legno con in basso un recinto per il bestiame abbandonato e
sopra, sulla collina, la cappella in memoria di Lawrence. Due
passeri si stanno costruendo il nido nel teschio di un alce inchiodato
sul recinto di un orto pieno di erba alta; non ci sono altri
segni di vita. Vicino alla casa principale, spinto dal vento forte e
continuo, un enorme pino si piega verso il portico fatiscente. Un
cartello avverte di non rubare nessuna delle pigne sparse sul
terreno sottostante, e riconosco che questo dev'essere il grande
pino Ponderosa che Lawrence descrive nel finale di St. Mawr,
dove la metafora trasforma l'albero nell'immagine di una gelida,
fangosa, preanimalesca consapevolezza. (La sua specialit era
descrivere qualcosa con acuto realismo e nello stesso tempo
trasformarlo in qualcosa d'altro, sostanzialmente nella cosa che
era necessaria per il suo argomentare contingente). Conosco
bene il passaggio: l'albero dritto come un demoniaco guardiano,
il fusto rigato di squame friabili color rame che si innalza
nelle ombre del mondo presessuale, il vento che fischia attraverso
i suoi aghi, la linfa fredda che trasuda gomma e le pigne sparse
su tutto il cortile, aperte al sole come rose di legno.
Ci sono centinaia di queste rose di legno nell'erba tutto
intorno, dorate, enormi, dieci volte pi grandi di ogni pigna che
abbia mai visto. Non sono, per carattere, un cacciatore di souvenir
o un collezionista di reliquie, e probabilmente se non ci fosse
stato il cartello che vietava di raccoglierle non mi sarebbe
nemmeno passato per la mente di prenderne una. Ma nella
specifica circostanza la tentazione  irresistibile, e furtivamente
ne infilo una nella mia tracolla di tela.
Arriva una donna, capelli grigi, abbronzata. Dev'essere uscita
da uno degli altri edifici. Ha in mano un gelato di color rosso
lampone. Le faccio un cenno con la testa e lei risponde con un
cenno della testa. Non sono sicuro che mi abbia visto rubare la
pigna.
Bella giornata, dico imbarazzato.
S.
Lei  la custode?
S.
Posso... entrare nella casa?
No.
Oh. Allora vado a vedere la cappella.
Non dice nulla. Mi avvio verso la cappella e sento i suoi occhi
su di me mentre mi arrampico sul sentiero a zig-zag su per la
collina.
L'edificio  piccolo e modesto, con un aspetto artigiano che
probabilmente Lawrence avrebbe approvato, il piccolo rosone
sopra la porta  il cerchione di un camion murato nella parete
finita a calce bianca. Seduta sul tetto una fenice scolpita
grezzamente. Dentro, sul pavimento di piastrelle grigie, c' un altare
con le ceneri di Lawrence mescolate nel cemento, e anche
sull'altare c' una fenice. La fenice era il personale stemma araldico
di Lawrence, l'equivalente della stella a cinque punte di
Galvano; perch la regola secondo la quale voleva vivere era
quella di una prepotente vitalit, piuttosto che quella della
morale cristiana di Galvano (anche se pare che nella sua visita
alla camera da letto di Mabel indossasse proprio una stella a
cinque punte). I visitatori avevano lasciato sull'altare piccole
offerte - piume, bacche di ginepro, piccoli ramoscelli di quercia
-, cosa per me sorprendente visto che, per qualche ragione,
immagino di essere l'ultimo seguace di Lawrence ancora in vita.
Penso di lasciare la pigna, ma scopro di essere gi molto attaccato
all'idea di metterla a casa sulla mia scrivania per considerare
l'idea di separarmene.
Sulla parete, incorniciato,  appeso un documento ufficiale
del consolato americano di Marsiglia che certifica che le ceneri
sono quelle di David Herbert Lawrence, spedite in America a
bordo della nave a vapore Conte di Savoia insieme al certificato
di morte e alle carte relative alla cremazione rilasciate dall'ufficio
del sindaco di Vence, dove Lawrence era morto di tubercolosi.
Qualcosa circa l'esposizione di questo documento, proprio
qui nella cappella, mi colpisce come eccessivo. L'effetto  quello
di provocare dei dubbi quando, senza quel documento, non ci
sarebbe stato nulla da dubitare. Mentre lo leggo mi ricordo di
una storia che avevo dimenticato, secondo la quale quelle
nell'altare non sono affatto le ceneri di Lawrence.
Frieda aveva un amante, un ufficiale dell'esercito italiano, il
capitano Ravagli, che spos subito dopo la morte di Lawrence
e che mand in Europa per riportare i resti dello scrittore in
America. Ma Ravagli, secondo questa storia, lasci l'urna sul
marciapiede di una stazione riportandone in patria un'altra,
piena di chi sa quale robaccia.
Mentre mi soffermo nella cappella cerco di entrare in uno
stato mentale adeguatamente ricettivo, ma  difficile con la
crudele commedia di questo piccolo fiasco che frulla nei miei
pensieri. C' un'incredibile foto di Frieda vedova, presa successivamente,
con una sigaretta penzolante dall'angolo delle labbra
insieme a Mabel Dodge Luhan e a Dorothy Brett: ridono tutte
e tre. Brett era un'artista inglese che abitava al ranch con i
Lawrence. Non era un mnage  trois, ma lei lo adorava e una
volta lui acconsent di andare a letto con lei, ma non riusc ad
avere un'erezione (Brett ricorda che lui gridava puerilmente I
tuoi peli pubici sono tutti sbagliati), e anche questo mi ritorna
in mente, la foto delle tre donne sopravvissute al loro idolo, la
risata grassoccia dei sopravvissuti sulle facce rugose, tutte di
certo contente, in qualche modo, di essersi liberate di questo
impegnativo profeta, con il suo sputacchiamento e le sue continue
esortazioni e ingiunzioni. Il capitano Ravagli sarebbe stato
certamente molto pi adatto a tutte e tre: un tipo robusto, estroverso,
come la pantera che prende il posto dell'uomo tormentato
che si affama fino alla morte nel racconto di Kafka Un digiunatore.
Ravagli una volta cerc di leggere Figli e amanti, ma non
lo apprezz: Non abbiamo bisogno della letteratura per sapere
cosa fare, fu il suo commento.
Tutte queste cose che mi girano per la testa costituiscono una
seria distrazione. Eccomi qua nella cappella, il sancta sanctorum,
pronto per un epocale incontro virtuale con il grande uomo, il
mio gigante barbuto (anche se in realt era fisicamente piccolo
e pi sulla linea di Bert che di Bertilak), e mi lascio distrarre da
queste storie degradanti e prive di sostanziale fondamento.
Sono stranamente incapace di essere all'altezza della situazione.
Non solo, ma dando retta a queste malignit mi associo, credo,
al generale atteggiamento di irrisoria supponenza con il quale
viene accolto oggi il nome di Lawrence anche quando si riconosce
l'acida intelligenza della sua prosa. Proprio io, che rispondo
sempre senza esitazione St. Mawr quando mi si chiede quale sia
il mio romanzo preferito e che ho anche tenuto un corso sul
tema proponendolo come l'unico libro mai scritto che descrive
in modo convincente una situazione di felicit basata su vere
condizioni esistenziali, con tutte le sue implicazioni distruttive
e di selvaggia energia. (Il corso non ebbe un grande successo.)
N mi sfugge che tutti questi pettegolezzi hanno in comune il
tema dell'evirazione, come se ci fosse qualcosa che sollecita il
maligno scherno di vederlo impotente, cornuto, derubato anche
delle sue ceneri, nella presunzione di un uomo che cerca di
immaginare, senza ironia, la condizione di completa soddisfazione,
emotiva e sessuale. Ed eccomi qui, il suo ultimo allievo,
con la mano sul coltello della castrazione! Lascio la cappella
disgustato da me stesso. Come dice il verso della poesia in cui
Lawrence si disprezza per aver lanciato un pezzo di legno a un
serpente invece di cogliere la rara opportunit di guardare da
vicino una simile creatura: Ho perso la mia occasione con uno
dei signori della vita.
Non vedo la custode mentre vado via in macchina, e mi
consola il pensiero che almeno mi sono preso la mia rosa di
legno, la mia pigna. Ritorno sul treno - un altro treno con altri
passeggeri, ma con un identico scompartimento - e apro la
borsa per godermela, pensando che forse il suo potere di talismano
riuscir laddove la cappella ha fallito. Non sono sicuro
di quale forma potr avere questa riuscita. Forse una botta di
creativit, l'ispirazione per una poesia o per una storia, o forse
solo una magica fenice che dissolva i pesanti vapori di Ahriman
dalle mie spalle. O, forse ancora, mi sto ricordando delle piccole
pigne-bombe a mano che ci tiravamo addosso ai campi della
scuola, nel quale caso  possibile che l'oggetto partecipi dell'idea
di una certa potenzialit esplosiva, di avere fra le mani qualcosa
di sufficientemente incendiario da soddisfare una volta per
tutte il mio desiderio di provare la piacevole violenza che ho
sempre sentito presente nel vero atto creativo.
Ma, qualunque cosa sia, non la sapr mai. La pigna non c'
pi. Dev'essere cascata fuori dalla mia borsa da qualche parte
lungo la strada.
Non  una perdita grave, mi dico; non come perdere un telefono
o un portafoglio. Ma sono irritato e anche un po' amareggiato,
come se sia stato giudicato non degno di averla in mio
possesso o, piuttosto, come se in qualche modo io mi sia giudicato
tale.
Passata da poco Albuquerque mi dirigo alla Observation
Lounge. Non ci sono molti posti liberi, e senza pensarci mi
schiaccio vicino a un giovinastro, bianco ma vestito in stile
gangsta con una bandana nera in testa, con un filo di barba
intorno alla mascella e al mento. Borbotta qualcosa seccato
mentre mi siedo, deliberatamente non sposta la gamba stravaccata
con la quale invade lo spazio del mio sedile. Cerco di ignorarlo,
ma  difficile concentrarsi su qualcosa d'altro, di fronte a
questa aperta ostilit. Dopo un po' tira fuori un telefonino.
Ascolto mentre chiede a un amico di versargli quaranta dollari
a un ufficio Western Union a Los Angeles. A voce pi bassa
ridacchia raccontando di aver beccato dei soldi da una pollastra
che stava con lui sul treno poco prima.
Dopo la conversazione se ne va, ma lo vedo poche ore dopo
al bar mentre il treno fa una lunga sosta in una stazione. Sta
parlando con una ragazza che ho visto salire sul treno pochi
minuti prima. Diciotto anni circa: berretto di tela con visiera
schiacciato sui capelli tinti di nero, occhi azzurri pesantemente
truccati, camicia stretta sopra l'ombelico. Sembrano flirtare, e
non posso fare a meno di stupirmi per la rapidit con la quale
lui l'ha abbordata. Mentre li sto guardando si sente una voce
all'altoparlante: Michelle tal dei tali potrebbe cortesemente
scendere alla banchina, dove suo padre la vorrebbe salutare? La
ragazza ghigna annoiata: Merda. Sei tu? chiede il tipo.
Gi. Vai a salutare? Col cazzo. Ridono e riprendono la
conversazione interrotta. Dopo un altro paio di minuti di nuovo
la voce: Michelle tal dei tali potrebbe per favore scendere alla
banchina, dove suo pap la vorrebbe davvero, davvero salutare?
La ragazza alza gli occhi annoiata, ma non si muove, mentre il
tipo ridacchia. Io la guardo, avrei voglia di dire qualcosa. Lei
coglie il mio sguardo. Il tipo si volta e mi riconosce. Sporge il
mento come per dire che cazzo guardo. Sbuffo in silenzio per
far vedere che non sono intimidito, ma si  gi voltato verso la
ragazza.
Mentre torno al mio scompartimento il treno parte, e mi
chiedo quale dei tre o quattro uomini soli sul marciapiede sia il
padre della ragazza e cos'abbia fatto per meritare questo trattamento
dalla figlia. Mia figlia ha dieci anni ed  ancora dolcissima,
e mi fa paura anche la minima amichevole ombra fra di noi:
per questo ho provato una naturale solidariet per il padre della
ragazza e volevo pregarla di scendere a salutarlo. Come padre,
inoltre, la volevo proteggere e pensavo che avrei dovuto metterla
in guardia su questo tipo che sembrava avere l'abitudine di
spennare ingenue ragazze sui treni. Ma - e questa  l'ambiguit
della psiche, o della psiche maschile, o comunque della mia - la
guardavo anche con il mio desiderio, la provocazione eccitante
dei giovani seni che si muovono morbidi sospesi sulla magra
gabbia toracica, e ora, mentre sono comodamente seduto nel
mio scompartimento, la viva coscienza della cosa, che si mescola
con l'adrenalina che ancora mi brucia nelle vene provocata
dall'ostilit del ragazzo, insieme al contraddittorio sollievo per
aver evitato la violenza e la frustrazione per il mio comportamento
controllato o codardo, tutto questo mi ha riportato alla
mia consueta, tormentata confusione.
Adesso siamo nel deserto. Enormi formazioni rocciose striate
rosa e bianche si alzano nella savana di cactus come edifici
della natura. Mangio una cena solitaria e poi rientro per la notte.
Mi ci vuole del tempo per addormentarmi, e poi dormo male.
Il terzo mattino l'umore cambia, maturando dolcemente con
una vaga premonizione di malessere: si arriva a consumare il
peccato. Lei entra all'alba, nuda sotto il mantello di pelliccia,
gioielli intrecciati nei capelli. Giace al suo fianco nel letto a
baldacchino con le tende chiuse, il seno di lei nudo, lo bacia
due volte e lo porta a quello stato di eccitazione nel quale la
ragione si organizza su nuove regole e tutti gli argomenti contro
la consumazione ultima diventano sempre pi difficili da ricordare.
Ecco una donna bellissima che vuole che tu faccia l'amore
con lei. Rifiutare, offenderla e negarti il piacere ti sembra una
perversa, stupida villania. I fondamenti morali e l'idea biblica
del peccato si affievoliscono nella sua mente, come il ricordo di
un ricordo. Lei coglie il suo vantaggio, stravolgendo con dolcezza
il linguaggio moralistico del pensiero di lui per imporre il suo
vangelo d'amore: Blame ye disserve, yif ye luf not that lyf that
ye lye nexte, Vergognati se non ami la vita che ti giace accanto.
Lui  pericolosamente vicino alla resa. Eppure, contro ogni
aspettativa, si trattiene ancora una volta. E questa volta la dama,
baciandolo per l'ultima volta sulle labbra, quietamente accetta
la sconfitta.
Ma naturalmente le cose non finiscono cos. Prima di andare
si slaccia la cintura, una fascia di seta verde, e con molto affetto
chiede al suo inflessibile cavaliere di accettarla in pegno, un
ricordo del loro incontro cos dolce e intenso. Lui cerca di rifiutare
anche questo, ma in quel momento la donna gioca la sua
carta vincente, rendendolo partecipe di un'informazione inattesa
e, nelle circostanze, di estremo interesse: questa fantastica
luminescenza verde, questo pegno quasi virtuale di lei,  dotato
di propriet magiche, nessun uomo che lo indossi pu essere
ferito o ucciso. Quando apprende questo, il nostro eroe, che ha
passato una notte insonne nell'incubo della decapitazione ormai
prossima, rivela finalmente la debolezza letale del suo carattere:
la voglia di sfuggire alla morte. La sola attrazione sessuale non
ha avuto la forza di convincerlo all'errore, ma quella sottile
forma di desiderio , dopotutto, un aspetto del desiderio stesso
di vivere (questo sembra essere il messaggio dell'episodio), e ci
- la speranza di togliersi dalle spalle la pesante sentenza del
giorno dopo -  irresistibile. Accetta il dono - come non potrebbe?
- senza alcuna ulteriore discussione. Nel momento in cui la
donna glielo mette nelle mani, lo prega di non dire nulla al marito
e lui acconsente, l'uomo  gi caduto nella rete sempre pi
larga della logica dell'inganno.
Tuttavia  cos persistente in lui l'immagine di se stesso come
campione di virt e di onore che continua a rimanere in uno
stato di totale negazione del suo misfatto. Nasconde la cintura
nella sua stanza e si reca nella cappella del castello per confessarsi
in preparazione della terribile prova del giorno dopo,
uscendo pulito - cos ci assicura l'ineffabile, distaccato narratore
- come un'anima pentita il giorno del giudizio, anche se
non ha fatto parola del suo possesso illecito di materiale stregato
n delle sue intenzioni di rinnegare nello spirito, se non nella
lettera, il suo solenne impegno. Quella sera, quando incontra
Sir Bertilak per il terzo scambio di bottini, espone serenamente
il suo raccolto di baci (a questo punto inevitabilmente baci di
Giuda), senza una parola e nemmeno un pensiero sul potente
indumento nascosto nella sua stanza. Non sembra che abbia
ancora idea di ci che ha fatto.
Ma cos'ha poi fatto veramente?
...
.
...
PARTE TERZA.
...
.
...
IL LIMITE.
...
.
...
Il problema della reputazione, se mai mi aveva interessato
prima di questo episodio, mi aveva interessato per motivi puramente
letterari o di antiquariato. Apparteneva, secondo me, al
mondo di una volta, dove le comunicazioni erano imperfette e
le relazioni sociali, come conseguenza, dipendevano pi dalla
fiducia e dal sentito dire di quanto non accada oggi. Nel passato
il tuo nome - cio quello che la gente diceva di te - era determinante
per la tua sopravvivenza, che tu fossi un cavaliere
medievale, un mercante in epoca elisabettiana o una governante
vittoriana. Una macchia sul tuo onore era potenzialmente catastrofica,
per cui lo curavi gelosamente e lo difendevi, se necessario, con la vita.
Oggi suppongo, con i pi efficienti sistemi d'informazione
che abbiamo a disposizione, non siamo pi alla merc delle
opinioni e di quello che la gente pensa. I fatti possono essere
verificati; le voci e le falsit smentite. Con il telefono o con un
aereo si pu arrivare a diretto contatto con il potenziale socio
d'affari o con il datore di lavoro. La reputazione pu significare
ancora qualcosa, ma non  pi tutto, e non richiede pi la minaccia
dello scontro con la pistola all'alba per garantirla, o il suicidio
per redimersi dalla sua perdita. La malsana cultura del duello
del passato - scontri mortali per oscure controversie di critica
musicale, rimozione dal grado militare per non aver reagito a un
insulto -  diventata rapidamente obsoleta e incomprensibile.
La gente pu finalmente rilassarsi e uscire dallo stato di vigilante
difesa nel quale coloro che volevano fare carriera nel mondo
hanno passato le loro vite per tanti secoli.
Eppure sembra che, verso la fine del XX secolo, per uno
strano scherzo del progresso scientifico la storia in questo
campo sia tornata indietro. Con Internet il negoziato con la realt
ha cominciato ad abbandonare l'area del fatto verificabile per
tornare al pettegolezzo e alle cose sentite dire, un passaggio dal
fattuale al virtuale. Quest'ultimo - un indiscriminato miscuglio
di verit e bugie -  l'area in cui la nostra identit pubblica, il
nostro io visibile, ha ripreso ad assumere la sua forma definitiva.
C' ancora un io privato, ma per chiunque debba interagire con
il mondo c' questa nuova, strana proiezione di s, la propria
presenza su Internet, ed  sempre di pi attraverso questa proiezione
che gli altri ti conoscono e ti giudicano.
Rapidamente si  scoperto che la si pu manipolare: si pu
abbellire la propria immagine, arricchire la propria biografia.
Nello stesso modo si possono manipolare i profili degli altri:
promuovere la figura di un amico, divulgare bugie devastanti
contro un avversario. Si potrebbe pensare che la facilit con cui
si possono portare avanti queste manipolazioni e la vasta scala
in cui hanno cominciato immediatamente a verificarsi avrebbe
screditato la Rete come fonte di informazione su qualunque
cosa, ma, anche se tutti riconosciamo la necessit di essere
prudenti, di scartare molto di quello che si legge, di verificare le
differenze fra affermazioni contraddittorie e cos via, la nostra
prima reazione d'istinto, siccome siamo umani,  di crederci, e
anche quando analizziamo con maggiore attenzione siamo
portati a ritenere che alla fine sia pi giusto che sbagliato, e
accettiamo le approssimazioni come verit. Siamo quello che la
Rete dice che siamo e, se essa ti rappresenta in modo sbagliato,
l'indignazione, la sensazione di angoscia per essere stati vittime
di un abuso in qualche aspetto fondamentale della nostra
esistenza  particolarmente intollerabile, come cominciai a
imparare. La reputazione (la seconda anima di un gentiluomo,
come qualcuno la definisce) impone di nuovo il suo potere
per esaltarci o per annullarci. Mentre sto scrivendo, un'adolescente
si  impiccata, vittima di attacchi sulla Rete, e i giornali
sono pieni di editoriali sulla letale efficacia di questa forma di
bullismo, e su quanto sia pi pericolosa rispetto ai vecchi modi.
Ci credo. L'essenza del bullismo  dare l'impressione che il bullo
rappresenti un gruppo, una maggioranza, un consenso collettivo,
mentre la vittima  sola. Con Internet il numero di alleati che
l'oppressore pu far credere di avere non ha limiti, e la sensazione
di isolamento della vittima diventa proporzionalmente
pi acuta. Dal momento che siamo esseri umani attribuiamo a
questa travolgente nuvola elettronica di dati una forma di umana
volont, le attribuiamo anche una coerente capacit critica. Il
mondo ha deciso che sono un perdente, un mostro, un coglione,
una puttana, o qualunque altra cosa, questa  la logica della
vittima disperata: come posso sperare di reagire a una cosa di
tale ampiezza? E se non posso, con che coraggio potr di nuovo
far vedere la mia faccia in giro? La calunnia non ha mai avuto
uno strumento cos efficace a disposizione.
I post su Amazon vennero ritirati, ma ne apparvero altri. Su
un sito di critica letteraria molto noto, Goodreads.com, trovai
un altro attacco al mio racconto L'assedio. Il commento era stato
postato da qualcuno che si firmava Elise, ma ero sicuro che si
trattasse di Nasreen. La sua imitazione del tono accademico
duro, disgustato, comincia in modo terribilmente efficace: La
premessa  razzista e induce una paura orrenda, se si tiene
presente la realt dei problemi di controllo sulle persone caratteristica
di molti paesi in via di sviluppo... Un po' pi avanti c'
una piccola caduta nell'atteggiamento verbale: Nei libri del
signor Lasdun c' una vena di snobistica perversione, agghiacciante
ma priva di interesse... Avevo sperato che il termine
snobistica potesse indicare qualcosa di non proprio credibile
nell'aggressione, ma l'ultima frase si riprende con un piccolo
tocco di magistrale indiretta cattiveria che mi lascia in un bagno
di sudore freddo:
 preoccupante che costui insegni nelle universit...
Ebbi di nuovo l'impressione di essere di fronte alla mia
immagine riflessa, la mia seconda anima, mentre ero vittima
di una deformazione che non avevo alcuna possibilit di impedire.
Eccomi qua, un normalissimo liberal con una corretta,
inattaccabile visione di ogni cosa, descritto come un viscido
bigotto reazionario. A differenza di Amazon, Goodreads non
permette di denunciare i commenti maligni, e quindi oggi 
ancora l, una piccola inesauribile fonte di veleno che diffonde
le sue esalazioni nelle acque fino a quel momento limpide del
mio io virtuale.
Qualche anno prima avevano creato un mio breve profilo su
Wikipedia. Era pieno di piccole imprecisioni e attribuzioni
inesatte (si riferivano a me come a un professore universitario,
ad esempio, cosa che io non sono). Per quanto fossero cose
banali e presumibilmente fatte senza malizia, mi irritarono
molto di pi che se non fossero state fatte alla vecchia maniera
in un commento critico a stampa. In quel caso sarebbero stati
errori, passibili di correzione. Qui, invece, sembravano usurpare
la realt fattuale. Wikipedia dice che sei un professore? Ebbene,
sei un professore. Non sapevo assolutamente come fare per
correggere la voce, e in effetti non sapevo nemmeno che potesse
essere cambiata, fino a quando non mi arriv un'e-mail da
Nasreen con una battuta sarcastica sul rimaneggiamento delle
voci di Wikipedia.
Si pu facilmente immaginare il presentimento che avevo
quando aprii Wikipedia per andare a verificare la voce relativa al
mio nome. (Prima di allora non ero mai stato affetto dal vizio del
cyber-narcisismo, si tratta di un altro regalo di Nasreen: ero
diventato - suona come la malattia di un qualche pamphlet igienista
vittoriano - autogooglatore compulsivo.) Mi chiedevo se
Wikipedia adesso mi avrebbe bollato come una specie di noto
profittatore letterario sionista. Curiosamente, visto che aveva
imparato come vandalizzare il sito, l'attacco di Nasreen sembr
tutto sommato stranamente moderato. Non c'erano accuse di
plagio, nessuna tirata pseudoaccademica di misoginia o razzismo.
C'era invece una sola frase scatologica, inserita in un passaggio
che riportava la citazione dei membri della giuria di un premio
letterario che avevo vinto per un racconto. Era molto stupida, ma
aveva un certo spirito e si distingueva nettamente dal linguaggio
altrimenti stantio tipico delle voci di Wikipedia, e mi avrebbe
fatto anche ridere se non mi avesse riguardato. Indubbiamente,
come il re Mida che sussurrava alle canne la storia delle sue orecchie
d'asino, non mi faccio nessun favore riportandola, ma il mio
interesse qui  di presentare il caso in tutta la sua mostruosa
ampiezza, e non di proteggere la mia dignit.
...
NOTA: Il mito, in realt, narra che re Mida fu punito da Apollo che gli fece crescere un paio di orecchie d'asino. Solo il suo barbiere ne era al corrente, e il re gli impose di non parlarne a nessuno. Ma l'uomo and a raccontare il segreto nei pressi di uno stagno, e le canne che in seguito crebbero in quel luogo sussurravano al vento la storia del re Mida con le orecchie d'asino. FINE NOTA.
...
Abbiamo scelto il racconto dal senso pi persistente, avevano scritto i membri
della giuria, e Nasreen aveva aggiunto: come una scoreggia.
Dapprima non mi parve una gran battuta, ma quando controllai
di nuovo il sito qualche settimana dopo, vedendo che era
ancora l, persistente, maleodorante sulla mia pagina Wikipedia,
mi resi conto che era un attacco pi astuto di quanto non avessi
realizzato. Esplicite denunce avrebbero destato sospetti su
Wikipedia, che, a differenza dei commenti su Amazon, si presume
sia neutrale. Questo, invece, era come un graffito maligno
che si notava appena, e che probabilmente avrebbe fatto sorridere
la gente senza far loro tentare di modificare la cosa, anche
se avessero saputo come fare. Ma il vero danno era il fatto che ci
faceva credere che io ero una persona alla quale si poteva fare
una cosa del genere: che mi ero procurato un nemico desideroso
che il mondo mi considerasse oggetto di spregio. A caso o per
precisa scelta ero stato preso di mira con successo con la forma
di malevolenza banalmente pi efficace: il mio nome associato
all'odore della merda. Scarafaggi, escrementi, parassiti ripugnanti...
Ci sono certi fenomeni che, per semplice associazione
nella mente della gente, possono far passare una persona dalla
categoria di essere umano a quella di pattume. Per far scattare il
processo mentale basta trovare un modo che inneschi la connessione
catturando l'attenzione. Dalla mia esperienza di autogooglatore
sapevo che questa voce di Wikipedia era il primo link che
compariva una volta digitato il mio nome, il che voleva dire che
era il sito normalmente visitato da chiunque cercasse informazioni
su di me. Ripeto, mi rendo perfettamente conto dei pericoli
dell'esagerazione, di apparire presuntuoso o anche affetto da
paranoia (per quanto lo sa Dio fino a che punto allora sia diventato
paranoico), e devo anche dire, di nuovo, che so bene che
solo pochi avevano motivo per andare a consultare il mio nome
su Wikipedia. Ma il fatto restava, ed era impossibile per me non
immaginare l'ondata di riflessioni negative e di scemato interesse,
accompagnata da storcimenti di naso, quando questi, per
quanto pochi, rinunciavano a leggere i miei libri, o ad assumermi
per insegnare, o a invitarmi a una conferenza, o a incaricarmi di
scrivere un articolo, e nella casella della ricerca scrivevano un
altro nome al posto del mio - il nome di qualcuno che non fosse
segnato da questo sgradevole alone di guai. Mi lamentai con
Wikipedia e tempo dopo mi inviarono una nota di solidariet,
ma ci vollero molti mesi prima che la voce venisse corretta, e a
quel punto io mi sentivo gi come un lebbroso.
Parallelamente agli attacchi in Rete ci fu un altro sviluppo
della campagna di e-mail. Dopo essersi indirizzata ai miei immaginari
complici nella cospirazione, Nasreen aveva cominciato a
mandare messaggi a organizzazioni con cui avevo contatti
professionali. Al mio agente letterario a Londra venne mandata
un'e-mail dove mi si accusava dei soliti crimini, e l'ufficio degli
annunci personali della London Review of Books ricevette
una bizzarra e rabbiosa e-mail con una massa di insulti contro
di me (Nasreen me lo mand doverosamente in copia). Come
scrittore freelance i miei guadagni dipendono dai buoni rapporti
con riviste, giornali, scuole di scrittura creativa, organizzazioni
di conferenze e cos via. Oggi qualunque collegamento si
abbia con questi enti lascia una traccia in Rete. Tutto ci che
Nasreen doveva fare era risalire dalle mie pagine su Google e
denunciarmi sistematicamente a tutti questi enti. In considerazione
dello scopo esplicitamente dichiarato di rovinarmi,
dovevo ritenere che questo fosse quello che stava facendo.
Presto il rapporto con questi enti divenne per me angoscioso. Li
aveva gi contattati? Se cos, questi erano rimasti interessati?
Preoccupati? Indifferenti? Naturalmente lo avrei potuto chiedere,
ma l'idea di farlo mi sembrava piena di difficolt. Se non
avevano ricevuto nulla da lei, cosa avrebbero potuto pensare
della mia strana storia di un'ex allieva che mi denunciava come
plagiario e predatore sessuale? In qualche modo mi sembrava
un errore essere io a proporre questa visione di me stesso alla
gente, anche se erano miei amici. E, se erano stati contattati da
lei, allora quale vantaggio avrei potuto ottenere dal chiedere per
favore di non darle retta? Alcune di queste organizzazioni mi
conoscevano abbastanza bene da ignorare senza alcuna esitazione
tutte le calunnie di Nasreen, ma alcune, ipotizzai, avrebbero
potuto pensarci un po', se non altro per l'apprezzabile istinto
degli uomini per la giustizia. Mettendomi al loro posto (me li
immaginavo mentre leggevano le sue accuse), non avevo scelta
se non di considerarmi in una luce nuova ed equivoca, e mi
sembrava di percepire i primi e inequivocabili segni di una presa
di distanza. Fui rapidamente vittima di un terrore paralizzante:
temevo il peggio su ogni fronte, analizzavo la corrispondenza
con loro cercandovi i segni di un'eventuale caduta di fiducia,
attribuivo silenzi pi lunghi del solito alla decisione di tagliarmi
fuori, ma nello stesso tempo non ero capace di prendere l'iniziativa
per verificare se il peggio fosse effettivamente avvenuto.
Il fatto pi grave di questa specifica strategia di aggressione
avvenne nell'aprile del 2008. Avevo accettato un incarico di
insegnamento in un college non lontano da dove vivo per integrare
il mio contratto regolare con il Morgan College per l'autunno
seguente. Il mio capo - lo chiamer Frank - era un uomo
sulla sessantina, un entusiasta cultore della letteratura contemporanea.
Nella scuola c'erano altri quattro scrittori e tre assistenti
amministrativi. I nostri uffici erano all'ultimo piano della
biblioteca del campus. L'atmosfera era serena, anche se la serenit,
a quell'epoca, non era esattamente una condizione alla
quale potessi personalmente partecipare.
Una mattina, appena arrivato in ufficio, qualcuno buss alla
mia porta. Era Frank, con l'aria molto imbarazzata, contrariamente
al suo solito. Aveva in mano un foglio di carta.
Ci hanno mandato un'e-mail molto strana, disse. Forse
dovresti leggerla.
Capii immediatamente di cosa si trattava. L'oggetto era:
James Lasdun, informazioni importanti sul vostro scrittore-a-
contratto
Il testo dell'e-mail  piuttosto lungo, ma mi sembra necessario
riportarlo di seguito nella sua versione integrale. Ho tolto
solo alcune frasi che potrebbero identificare terze persone. X,
Y e Z si riferiscono, come in precedenza, agli autori iraniani che
io avrei ipoteticamente aiutato. Devo anche specificare che la
poesia che avevo cominciato a scrivere l'anno prima, nel viaggio
in treno attraverso il paese, era stata nel frattempo pubblicata
con il titolo Bittersweet. Chiaramente la poesia si riferisce a mio
padre (la trovate su Google), ma Nasreen sembrava aver deciso
che in effetti si riferiva a lei. Lasdun, aveva scritto in precedenza
a qualcun altro, [...] rielabora i libri delle sue "amanti".
Poi scrive Bittersweet sostenendo che io non volevo fama, soldi
ecc. Infine devo sottolineare che, per apprezzare a pieno l'impatto
dell'e-mail, questa dovrebbe essere letta come se la leggesse
il mio capo, che in quel momento non aveva alcuna idea dello
psicodramma che si svolgeva sulle spalle del suo nuovo assunto:
A chi di competenza:
Sono un'ex studentessa di James Lasdun, e ritengo che sia veramente
preoccupante che gli sia consentito di insegnare in qualunque
grado di scuola. Quando ero una sua allieva non si  mai
occupato dei miei scritti, come non si  mai occupato del lavoro
di nessun'altra studentessa. Si  portato a letto la ben introdotta
[Elaine Baker] [...], con la quale aveva una relazione continuativa,
cosa che ebbe per me come conseguenze maltrattamenti da
parte di costei, stalking e l'invio di storie disgustosamente esplicite
sulla loro relazione quando lei scopr che mi aveva presentato
alla sua agente Janice Schwartz.
Alla fine fu chiaro che a James Lasdun non interessava il mio
lavoro, ma voleva solo venire a letto con me. Questo quando venni
violentata mentre cercavo di portare a termine il mio lavoro, un
romanzo sull'Iran prima della rivoluzione con particolare enfasi
sulle atrocit commesse contro i musulmani. La sua agente mi
mand da Paula Kurwen, che mi disse che avrebbe editato il mio
scritto e di continuare a lavorarci mantenendo il silenzio e non
parlandone con altri agenti o revisori editoriali (per quanto
Schwartz avesse detto che non voleva prendere in carico come
agente letterario il mio romanzo). Nel frattempo Schwartz, aiutata
dai suoi amici neoconservatori X e Y, si attiv per trovare due
autori ebrei e uno zoroastriano per fare un lavoro di sostanziale
duplicazione del mio scritto. Dopodich James Lasdun, dopo un
lungo scambio di e-mail e avvertimenti sul suo conto da parte
della signorina Baker, mi ha completamente tagliata fuori. Non
ho mai avuto una relazione con lui, ma ero diventata schiava di
un legame psicologico simile alla Sindrome di Stoccolma.
La poesia di James Lasdun  mediocre. I suoi racconti sono spesso
razzisti. (Non trovo che ci sia nulla di originale nell'Assedio, la
storia di un compositore inglese che costringe una donna di colore
a farsi scopare in cambio del suo aiuto.) Questa  la mentalit
del vostro scrittore a contratto, in un'era che non ritiene pi
romantica la misoginia.
James Lasdun sta probabilmente lavorando con molto impegno
per scrivere un altro racconto sadico su di me, proprio come il
precedente orrendo, grezzo Bittersweet, sapendo che sono scesa
a 44 chili dopo che lui e le sue malefiche streghe (Kurwen e la
banchiera Schwartz) mi hanno imbrogliata e derubata e dopo che
ero stata violentata da un collega di una rivista mentre stavo scrivendo
il mio libro in tre mesi dopo aver scoperto che in qualche
modo la signorina Z stava scrivendo lo stesso libro. (James Lasdun
era il mio consulente su quel lavoro e ne era evidentemente al
corrente, come ho scoperto in seguito).
Se questi sono gli affari che si fanno nell'editoria io vorrei vomitare
su voi tutti che contribuite a questa squallida cultura sostenendo
queste persone che sono solo dei massacratori della
bellezza, della verit e della pace.
Per favore, leggete il Diario di un anno difficile di Coetzee. Sembra
che siano in molti a conoscere l'inclinazione del signor Lasdun
alla compravendita di romanzi altrui, spinto dal suo bisogno di
denaro e dal suo scarso talento. E adesso lo state pagando perch
mi possa di nuovo sfruttare perch nel mio stato di trauma e nella
mia sciocca fiducia in lui gli ho raccontato molte cose, e questo
 precisamente il suo progetto, come mi ha detto nell'ultima
e-mail che mi ha mandato.
Spero che tutti quelli che sono implicati in questo affare possano
marcire all'inferno. E spero che questi istituti di educazione
superiore la smettano di essere le banche che sono. E spero che
teniate il signor Lasdun lontano dalle giovani donne sulle quali
esercita il potere.  l'unico modo nel quale questo uomo sadico
e depravato riesce a eccitarsi.
Saluti,
Nasreen
Per qualche minuto dopo aver finito di leggere non riuscii a
parlare.
Frank sembr imbarazzato quanto me. Si alz in piedi e
cominci a camminare in su e in gi nel mio piccolo ufficio.
Ascolta, disse, voglio solo che tu sappia che non penso sia
affar mio con chi hai avuto storie nel passato.  il resto che...
Ma non ho avuto storie, dissi, la mia voce pesante e strozzata.
Non intendo con lei, intendo con... diede uno sguardo
all'e-mail. Con l'altra ragazza, Elaine.
Non ho avuto storie con nessuno! Ero agitato e desideroso
di chiarire la faccenda.
Va bene. D'accordo. E come ho detto non mi riguarda. Ma
 quest'altra roba che mi preoccupa. Queste accuse di... voglio
dire, cosa significa "compravendita di romanzi"?
Tra tutte le insinuazioni di Nasreen, avevo sempre pensato
che quelle di carattere sessuale sarebbero state quelle che mi
avrebbero pi probabilmente danneggiato, in particolare
nell'ambito di incarichi di insegnamento. Per quanto sia trita,
questa combinazione - professore maschio, studentessa sconvolta,
insinuazioni di abuso -  sempre potente. Nasreen mi
accusava di aver dormito con un'altra studentessa, non con lei,
ma stava comunque presentando la cosa come una forma di
abuso sessuale, e infatti in molte universit questo sarebbe stato
precisamente il caso. (La logica sembrerebbe essere che, se
dormi con un'allieva, questo ti porterebbe a dare voti pi bassi
alle altre.) Ma, se era in qualche modo confortante sapere che
Frank non si preoccupava di queste specifiche accuse, era sconcertante
scoprire che si era focalizzato sulle altre, che a me erano
sembrate cos platealmente assurde. Non che dicesse che effettivamente
ci credeva, ma era chiaro che riteneva necessaria
qualche spiegazione per poterle scartare. Certo, nella sua posizione
anch'io avrei reagito nello stesso modo, ma anche cos, il
fatto che una persona ovviamente molto preparata ritenesse da
un punto di vista professionale di dover concedere anche la
minima considerazione alla fantasia di una banda di neoconservatori
ladri di parole mi dava la misura inquietante delle difficolt
che dovevo affrontare.
Ma, prima di raccontare il resto della conversazione e la sua
conclusione, devo tornare un po' indietro, a una mia riflessione
che non ho ancora menzionato - una cosa che stava andando
avanti da un po' di tempo.
Immagino che chiunque stia leggendo questo documento si
porr almeno un'impellente domanda: se ero assolutamente
innocente di tutte le accuse che Nasreen faceva a me e ad altri
nelle sue e-mail, perch non avevo cercato di bloccarle?
La risposta  che lo avevo fatto: molte volte, in molti modi
diversi.
Dopo due o tre mesi dall'inizio della campagna avevo chiamato
l'FBI. Avevo capito di essere vittima di un disegno criminale
di odio, e questo, secondo ci che sapevo,  un crimine di
competenza federale. Non posso proprio dire che a quel punto
io mi sentissi vittima dell'antisemitismo di Nasreen, pi che
altro ne ero solo irritato. Ma sicuramente volevo che le e-mail
cessassero, e l'idea di poter scatenare l'FBI contro Nasreen mi
aveva riempito di una forte, momentanea speranza.
Parlai con molte persone, prima al quartier generale dell'FBI
a New York e poi alla mia sede locale ad Albany. Mi ascoltarono
con pazienza. Venne educatamente espressa una certa simpatia.
Mi diedero consigli amichevoli. (Mi dissero di non bloccare i
messaggi e di continuare a leggerli per non perdere qualche
esplicita minaccia di violenza, e comunque di non rispondere.)
Ma fu presto chiaro che nessuno affrontava la questione seriamente
come me. Mi resi conto, infatti, mentre mi ascoltavo
raccontare questa bizzarra storia per la terza o quarta volta, che
probabilmente davo l'impressione di essere un soggetto un po'
fissato e mi trattavano con bonaria comprensione, seguendo
probabilmente rigide procedure pensate per trattare con persone
un po' fuori di testa. Le stesse e-mail, quando le leggevo al
telefono, provocavano un freddo interesse, ma sembrava che
non fossero sufficientemente minacciose per giustificare un
intervento dell'FBI: sarebbero state necessarie minacce di morte
dirette e ripetute, e anche queste avrebbero dovuto essere esplicitamente
legate al fatto che ero ebreo. La descrizione di se stessa
fatta da Nasreen di essere una terrorista verbale, che io
ritenevo la mia carta vincente, provoc solo una tiepida, indifferente
curiosit. Un agente della sede di Albany mi disse di
tenerlo informato nel caso le cose si fossero aggravate, ma ebbi
la netta sensazione (sintomo precoce, forse, della mia crescente
paranoia) che mi trovasse ridicolo e forse persino un po' spregevole
nel mio tentativo di scatenare i potenti strumenti della
legge contro questi innocui, anche se irritanti, insulti. Una parte
di me non poteva non essere d'accordo con lui. L'immagine che
mi viene in mente - grandiosa, ma in qualche modo irresistibile
-  l'invasione di Gaza da parte di Israele dopo gli attacchi
con i razzi da oltre confine: bombe al fosforo e attacchi laser
come rappresaglia per qualche vecchio arrugginito Qassam...
Come poteva non sembrare orrendo? Con lo stesso criterio,
come pu un uomo di mezza et, membro delibasse della virt,
con tutti i vantaggi della sua posizione pi o meno agiata nella
vita, prendersela con una giovane donna iraniana che si dibatte
travolta dall'oppressione della sua marginalit senza sentirsi (e
sembrare) uno stronzo, vigliacco imperialista di merda, un
fottuto frocio codardo?
Per molte settimane tornai a uno stoico silenzio, ma poi
anche questo cominci a opprimermi come una forma d'impotenza.
(La logica della situazione sembrava essere che tutto ci
che facevo prima o poi mi dava una sensazione d'impotenza).
Quando altre persone vennero coinvolte nella vicenda, si
cerc di impostare una specie di azione di difesa collettiva,
questa volta pi organizzata. Ci furono telefonate, si considerarono
strategie, vennero consultati avvocati. Eppure fu incredibilmente
difficile mettere a punto un piano. Nessuno degli
avvocati aveva idea di come gestire la materia, e comunque
anche l'azione legale pi elementare sarebbe stata costosissima.
Qualcuno propose il nome di un'agenzia specializzata in
stalking. La chiamai e parlai con un signore che mi sembr
suggerire, con prudenti eufemismi, che la chiave del successo
della sua societ consisteva nel minacciare di spaccare le gambe
agli stalker. Un percorso che non mi sembr molto ragionevole.
A un certo punto Paula, che per un po' aveva ricevuto quasi lo
stesso numero di e-mail che avevo ricevuto io, andando contro
il parere di tutti di non rispondere assolutamente a Nasreen le
scrisse un'e-mail. (Devo dire che non avevo ancora conosciuto
Paula, nonostante la teoria del complotto, e tutta questa storia
l'ho saputa da Janice.) Vidi il messaggio in un documento che
era stato predisposto per la polizia sulla base di tutta la nostra
corrispondenza. Si trattava di un'e-mail molto affettuosa, che
respingeva gentilmente tutte le accuse, esprimeva comprensione
per tutti i patimenti relativi alla scrittura di un libro e suggeriva
inoltre a Nasreen di farsi assistere da un terapista. Per tutta
risposta ricevette un torrente di insulti di eccezionale perfidia
(anche rispetto agli standard di Nasreen).
Quando la rete di coloro che erano presi di mira si allarg ad
altri docenti del Morgan College, qualcuno sugger di chiedere
alla scuola stessa di aiutarci. La cosa mi era gi passata per la
mente, ma avevo esitato, sostanzialmente per l'imbarazzo. Essere
la vittima principale del collasso mentale di un'ex allieva che usa
correntemente parole come stupro, razzista e furto non 
una cosa che uno ha piacere di tirare fuori con chi ti ha dato
l'incarico di un programma di pratica letteraria in una scuola
americana, a meno di non esservi assolutamente costretto. Ma,
dal momento che altri docenti cominciarono a ricevere e-mail da
Nasreen, la mia reticenza divenne inutile, e cominciai a parlare.
La reazione fu sorprendentemente calda e cordiale (tanto
che mi dovetti chiedere se le forze oscure che avevo cominciato
a vedere ovunque nella societ americana non fossero per caso
creature delle mie angosce, pi che un fenomeno reale).
Telefonate ed e-mail immediate e preoccupate vennero inviate
dai diversi uffici. Su richiesta dell'ufficio del preside scrissi un
resoconto di tutto ci che era successo fra me e Nasreen. Feci
circolare copie dei messaggi di Nasreen con annotazioni per
spiegarne i riferimenti pi criptici. Riferii dei miei tentativi di
interessare al problema l'FBI e suggerii che l'amministrazione si
rivolgesse all'FBI direttamente. Mi risposero che non avevano
titolo per farlo, dal momento che la scuola non era stata oggetto
degli attacchi, ma proposero invece di mandare a Nasreen una
lettera ufficiale di cessare e desistere. La cosa mi sembr
promettente. Siccome personalmente sono molto rispettoso
della legge, ho la tendenza a credere che anche gli altri siano
cos. Non vidi la lettera originale, ma Nasreen mi invi in copia
la sua risposta, fatemi causa, era l'oggetto dell'e-mail che mi
inoltr, andate avanti, chiamate i vostri avvocaticchi.
Il testo conteneva una minaccia del tipo se lo incontrassi per
strada probabilmente gli farei del male che, per la perversa
logica della situazione, sembrava in nuce una buona notizia
(apriva la possibilit di un'azione penale), ma per il resto era il
solito impiastro di accuse e invettive.
E questa fu la fine del cessare e desistere. Nel frattempo
avevo incontrato il capo dei servizi di sicurezza della scuola, un
ex poliziotto, che mi diede il numero di un detective del New
York Polke Department che aveva esperienza di questo genere
di problemi; lo chiamer detective Bauer.
Chiamai subito il detective al telefono. Di poche parole e
cortese, sembr disponibile a farsi carico del problema. Fissammo
l'incontro per la settimana successiva nella sede del suo distretto.
Ho un ricordo preciso dell'incontro. Avvenne in una mattinata
di sole della primavera del 2008. Mentre camminavo dalla
stazione della metropolitana verso l'ufficio del detective, sentivo
una leggera, improbabile sensazione di sollievo insinuarsi
nell'umore cupo che mi opprimeva. Non riuscivo quasi a
convincermi che stavo andando a incontrare un detective del
NYPD. Il mio amato principio guida dell'intima necessit
sembrava essersi miracolosamente identificato con il principio
d'azione, permettendomi di essere l a prendere il problema
nelle mie mani, a esercitare la mia funzione di attivazione.
La stazione di polizia era vicina al mio vecchio quartiere, e un
velo di nostalgia rendeva pi intenso il mio stato mentale di
subliminale levit. Mi trovavo nella strada nella quale avevo
abitato al mio arrivo a New York, vent'anni prima. Ecco il
nostro vecchio appartamento, di K. e mio. Qui c'era la strada
dove stava la donna che mi aveva chiamato dalla finestra. Gli
alberi sul marciapiede erano punteggiati di gemme ancora chiuse.
I tulipani in un vaso sul davanzale di una finestra splendevano
alla luce del sole.
Le auto e le moto della polizia ingombravano il marciapiede
davanti all'edificio del distretto. Appena entrato, un sergente mi
indirizz al piano di sopra, verso l'ufficio dei detective. Salii una
rampa di scale dai gradini consumati. Una porta metallica si apr
su una grande stanza senza divisori interni dove ferveva una
grande attivit. I funzionari, alcuni in divisa e alcuni in borghese,
se ne stavano seduti su due file di scrivanie che occupavano tutta
la stanza, intervistando persone, parlando al telefono, lavorando
sui loro computer portatili. Sulla sinistra c'era una cella chiusa
da sbarre dove sedeva un giovane ammanettato, la testa china,
osservato da una donna in uniforme appoggiata alla parete.
La scrivania del detective Bauer era in fondo alla stanza. Si
alz mentre mi avvicinavo e mi strinse la mano. Indossava una
giacca marrone e una cravatta. Penso che avesse pi o meno la
mia et, per quanto lo percepissi pi vecchio di me. Aveva un
incarnato rosa e capelli color sabbia, occhi castani e sopracciglia
chiare. Una grossa faccia e un corpo forte.
Mi indic una sedia a rotelle vicino alla sua scrivania, e io mi
sedetti.
Appena cominciammo a parlare squill il mio telefono cellulare.
Era mia figlia, che aveva allora dodici anni, e presi la chiamata
scusandomi con il detective, che sorrise affabilmente. Non
era niente di importante e chiusi rapidamente, spiegando a mia
figlia che ero a New York a parlare di Nasreen con un detective.
Riagganciando mi venne in mente che la telefonata aveva
risolto egregiamente il problema di come presentarmi al detective:
un uomo di famiglia senza alcunch da nascondere, un
fatto che mi era sembrato importante chiarire. Quasi subito,
per, cominciai a chiedermi se la telefonata non fosse sembrata
un po' troppo tempestiva, alimentando il sospetto che l'avessi
organizzata prima, cosa che naturalmente avrebbe potuto far
pensare all'opposto: un tipo furtivo, riservato, calcolatore...
Un'altra delle eredit di Nasreen: questa tendenza a impugnare
e mettere in dubbio tutte le impressioni degli altri, la mia su di
loro e la loro su di me.
Quindi questa signora, riprese il detective. Mi dica bene.
 una sua allieva?
Lo  stata, diversi anni fa. E una storia complicata.
Con la massima sintesi possibile, e imbarazzato dalla presenza
di tutte quelle altre persone nella stanza, raccontai al detective
la storia del mio rapporto con Nasreen: il periodo di quando
era mia allieva, l'amichevole corrispondenza intercorsa due
anni dopo quando riprese contatto con me, la reazione quando
dissi chiaramente che non ero interessato a una storia, la ripresa
della corrispondenza cordiale, il mio graduale distacco quando
cominci a inoltrarmi messaggi di altre persone e a sommergermi
di suoi messaggi, i messaggi di odio, le accuse e le strane
richieste di avere le chiavi del mio appartamento, iniziate dopo
che il mio distacco era diventato completo. Feci del mio meglio
per illustrare la logica sequenza della catena di eventi, anche se
mi rendevo perfettamente conto di apparire relativamente vago,
quasi come se fossi venuto a lamentarmi di un brutto sogno.
Chiarii bene al detective che, anche se ero io l'obiettivo principale
della rabbia di Nasreen, altre persone, in particolare Janice
e Paula, avevano ricevuto e-mail di eguale velenoso contenuto.
Non volevo che arrivasse alla conclusione che tutto l'affare fosse
solamente la storia ambigua di un rapporto illecito finito male,
come immaginavo che avrei potuto concludere io stesso se fossi
stato al suo posto.
Ascolt senza interrompere, e quando finii annu pensoso. Il
mondo dei corsi per scrittori, delle agenzie letterarie, degli editor
freelance, degli accordi editoriali, della propriet intellettuale e
cos via era per lui del tutto misterioso, ma non lo diede a vedere.
Il suo atteggiamento era calmo, un po' distaccato ma disponibile,
come quello di un medico che si consulta per la prima volta al
quale si racconta la storia intima dei propri malanni.
Mi chiese se avessi portato con me le e-mail, e gli consegnai
una selezione che avevo preparato rappresentativa delle diverse
fasi che avevo descritto. La analizz in silenzio, lentamente. Su un
armadietto dietro di lui c'era un acquario. I pesci in esso sembravano
piccoli pescecani: neri con la pancia bianca, pinne dorsali
triangolari e muso cuneiforme aggressivo. Non ne avevo mai visti
di simili, e mi chiesi se fossero un pezzo di arredamento normale
negli uffici dei detective o se si trattasse invece di una caratteristica
specifica di questo distretto. Non che il viso del detective Bauer
ricordasse in alcun modo quello di un pescecane. Aveva l'aria,
piuttosto, di un uomo tranquillo. Sembrava sinceramente scioccato
dalle e-mail di Nasreen. L'incarnato rosa del suo viso era
macchiato da punti rossi pi scuri quando alz gli occhi da esse.
Tutta questa storia di droghe, disse con una smorfia. Non
mi piace.
La battuta mi sorprese. Nasreen aveva scritto spesso di fumare
marijuana e di prendere pillole di anfetamina, ma la cosa non
mi aveva mai preoccupato pi di tanto. Per il detective, invece,
questi disinvolti riferimenti a un'attivit illegale non sembravano
essere una cosa da considerare con tale leggerezza. Ebbi la
sensazione che fosse personalmente offeso dalla cosa, e mi sentii
in imbarazzo per aver rivelato la mia scarsa preoccupazione.
Annuii debolmente. E quanto al resto?
Certo si tratta di persecuzione continua aggravata. Se
abitasse a New York la arresteremmo immediatamente, ma mi
ha detto che si  trasferita in California, giusto?
Secondo quello che ha detto.
Questo potrebbe essere un problema.
La persecuzione continua aggravata, mi spieg, era un reato
minore, non un vero e proprio delitto, ed era improbabile che il
procuratore facesse estradare Nasreen dalla California a New
York per un reato minore, date le spese che l'operazione avrebbe
comportato.
Parler sicuramente con l'ufficio del procuratore, ma anche
con roba di questa gravit, disse indicando il mucchio di e-mail
con un gesto che sembrava di sincero disgusto, sar difficile.
Aveva per un'altra proposta. Secondo la sua esperienza,
disse, una telefonata da parte di un detective del nypd era di
solito sufficiente per bloccare questi soggetti. Avrebbe chiamato
Nasreen e le avrebbe parlato, le avrebbe detto che se avesse
continuato a perseguitare me o qualunque altra delle sue vittime
in qualunque modo sarebbe stata arrestata, incriminata e tradotta
a New York.
 un po' un bluff, perch come dicevo  poco probabile che
il procuratore voglia spendere i soldi per l'estradizione, ma con
un po' di fortuna mi creder. Di solito fanno cos.
Non lo volevo scoraggiare, ma pensai di dovergli raccontare
come aveva reagito alla lettera di cessare e desistere mandata
dal Morgan College. Annu, ma non sembr troppo preoccupato.
Vedremo cosa succede. Un'altra cosa che possiamo fare, se
questo non funziona,  fare in modo che un paio di poliziotti
californiani la vada a cercare. Questo qualche volta pu risolvere
il problema.
Dissi che mi sembrava una buona idea, poi ci fu una pausa
nella conversazione.
Cosa pensa di lei? chiesi. Voglio dire, cosa pensa che stia
succedendo?
Per un attimo distolse lo sguardo, poi si volt di nuovo verso
di me.
Ho dei parenti che hanno una figlia come lei, disse. Lo
stesso genere di quella che si potrebbe chiamare personalit
borderline. Qualche volta si comporta cos e i suoi genitori mi
chiamano. Me ne sono dovuto occupare pi volte.
Borderline? Vuol dire... psicologicamente al limite?
Alz le spalle.
Capaci di comportarsi in modo folle, se vogliono, ma anche
capaci di controllarsi, se vogliono.
Il pensiero gli pieg il viso in un tratto di malinconica simpatia.
Era uno strano miscuglio di compassione e severit vecchia
maniera.
Gli avrei voluto chiedere ancora qualcosa su cosa intendesse
per personalit borderline, ma l'incontro sembrava concluso.
Allora, disse alzandosi, mi dia un po' di tempo, ma sicuramente
la chiamer, e vedremo cosa succede. Va bene?
Annuii e lo ringraziai calorosamente.
Nel corso degli anni Nasreen mi aveva dato diversi numeri,
compresi quelli di alcuni suoi parenti in California (mi aveva
messo in copia nella sua corrispondenza con alcuni di loro, Dio
solo sa perch), e passai questi numeri al detective Bauer.
Me ne andai con una sensazione di prudente ottimismo.
Questa, pi o meno, era la situazione quando Frank era
apparso alla porta del mio ufficio con l'e-mail di Nasreen che mi
denunciava come razzista, ladro, mediocre scrittore e soggetto
pericoloso per le giovani donne.
A quel tempo avevo parlato ancora una volta con il detective
Bauer, per aggiornarlo su un nuovo sviluppo nel tono dei
messaggi, uno sviluppo preoccupante (ma tutti gli sviluppi in
questa saga erano preoccupanti), e per sapere se avesse gi
parlato con Nasreen. Non lo aveva ancora fatto, ma mi assicur
che lo avrebbe fatto quanto prima e mi chiese di mandargli via
fax le nuove e-mail. Ma il solo fatto che gli avessi denunciato il
problema - che a questo punto era ufficialmente in carico alla
polizia - si dimostr estremamente utile. Come iniziai a spiegare
a Frank che tutte le affermazioni di Nasreen erano bugie, mi
resi conto che, sebbene personalmente mi credesse, come
responsabile della scuola aveva bisogno di qualcosa di pi solido
della mia sola parola contro quella di Nasreen. Comunque,
nel momento in cui gli raccontai del mio incontro con il detective
Bauer sembr immensamente sollevato, e alla fine della
nostra conversazione mi offr il suo completo sostegno e la sua
solidariet. Su mia richiesta chiam il Morgan College per verificare
quanto gli avevo raccontato e per coordinare una risposta.
Poco dopo, la sua amministrazione prese contatto a mio
nome con la polizia locale, che apr una pratica su Nasreen.
In pratica quest'ultimo attacco non mi aveva danneggiato.
Ma, a questo punto, l'effetto psicologico della campagna di
Nasreen era per me pi pericoloso di ogni altro concreto guasto
che potesse infliggermi.
Aveva continuato a mandarmi messaggi di odio ormai per
quasi un anno. Su consiglio di amici, di avvocati e della polizia
mi ero astenuto dal bloccarli, e non sarebbe stato comunque
facile perch assumeva continuamente nuovi indirizzi di posta
elettronica. Come aveva spiegato con il suo consueto candore:
Cambio continuamente indirizzo perch credo che tu mi blocchi
e mi costringa al silenzio per punirmi del mio dolore.
Qualche volta, quando non avevo lo stomaco di leggere i
messaggi, li conservavo senza aprirli. Altre volte, quando vedevo
interi blocchi di nuovi messaggi che mi guardavano maligni
dalla mia casella postale, li cancellavo senza aprirli, eliminandoli
in uno scoppio di rabbiosa sfida, e dopo me ne pentivo sempre.
(Magari avevo appena eliminato proprio il messaggio che conteneva
l'esplicita minaccia che avrebbe qualificato il suo reato
come crimine per il quale si poteva procedere all'estradizione.)
Per un certo periodo, quand'ero arrivato al limite della sopportazione,
avevo chiesto a K. di controllare la mia posta prima di
aprirla e di conservare qualunque cosa avesse mandato Nasreen
senza dirmelo, a meno che non contenesse qualche radicale
nuovo elemento: avevo bisogno di convincermi che l'attacco
prima o poi sarebbe finito. Ma in genere li leggevo, ed era come
ingoiare una tazza di veleno tutte le mattine, con qualche altra
tazza a seguire nel corso della giornata.
Se il suo scopo di terrorista verbale era quello di replicare
nella mia testa le condizioni che caratterizzavano tutto il paese,
con il suo panico e la sua paranoia, la sua devastante impotenza,
la sua vergogna schizoide e supponenza, la sua deprimente
monomania, ci era trionfalmente riuscita. Probabilmente il
peggiore di tutti gli effetti era la monomania, la difficolt sempre
pi stringente di pensare a qualcosa che non fosse Nasreen.
Sotto questo aspetto, la sua ossessione nei miei confronti era
diventata perfettamente simmetrica alla mia ossessione nei suoi.
Non potevo scrivere, leggere, giocare con i miei figli, ascoltare
le notizie o fare qualunque cosa senza che la mente deviasse per
periodi sempre pi lunghi verso il pensiero morboso di quale
nuova perfidia stesse preparando. L'incredibile quantit e
frequenza delle sue e-mail era tale da impedirmi di recuperare
negli intervalli un minimo di equilibrio. Anche quelle che contenevano
solo insulti lasciavano una sensazione sporca e corrosiva,
e non c'era mai tempo per rimuoverla, per cui una massa di
disgusto non metabolizzato, dolore e collera si andava accumulando
dentro di me. Vivevo sempre di pi immerso nell'odio di
Nasreen. Non riuscivo pi a pensare a nulla se non a lei, e presto
non riuscii pi a parlare di nulla se non di lei.
Questo comportava che, quando non me la sentivo di parlare
della cosa, mi chiudevo in un silenzio pesante e asociale,
mentre quando me la sentivo non parlavo d'altro. Fino a un
certo punto la gente lo trovava interessante. Qualcuno rispondeva
con storie di stalking di sua esperienza. Un mio amico
scrittore che era stato nella giuria di un premio letterario era
tormentato dagli insulti di uno dei partecipanti, che lo accusava
di avere rubato il suo materiale. Una psichiatra che conoscevo
era stata denunciata da un ex paziente che lei aveva aiutato a
trovare un lavoro che poi non era andato a buon fine. Un paio
di amici maschi raccontarono di essere perseguitati da donne
con le quali avevano avuto un'avventura di una notte. Tutte
storie in qualche modo rassicuranti, ma, siccome nessuna si
avvicinava alla scala della campagna di Nasreen, mi lasciavano
pi che mai la sensazione dell'assoluta singolarit del mio caso,
e quindi si rafforzava in me la convinzione dell'impossibilit
della soluzione. Inoltre, quando mi accorgevo di rimuginare
incessantemente in modo maniacale l'argomento con questi
amici e conoscenti, mi rendevo conto che anche i pi pazienti e
disponibili cominciavano a dare segni di una certa avversione:
non esattamente noia (lo svolgersi continuo dell'orrore della
vicenda assicurava se non altro un certo fascino), ma una specie
di impotenza. Che cosa potevano fare, d'altronde, per risolvere
questo mio ingestibile problema? E, quando non puoi fare nulla
per le sofferenze di una persona, arriva un momento in cui non
ne vuoi pi nemmeno sentir parlare.
Depressione, ansia, insonnia... Uno a uno tutti i sintomi dello
stress si presero la mia vita. Anche l'irritabilit. Di solito non mi
arrabbio facilmente, ma a casa diventai facile preda della collera,
e anche in pubblico ero diventato stranamente suscettibile.
Una volta, in un bar all'angolo della strada dove abitavamo, ho
quasi aggredito un uomo. Era un piccolo locale con pochi tavolini
che i clienti dovevano sbarazzare una volta finita la loro
consumazione. Ero in piedi con la mia tazza di caff aspettando
che si liberasse un tavolino, quando un uomo e la sua ragazza si
alzarono per uscire senza osservare questa normale cortesia.
Erano inglesi, per cui, va bene, non erano necessariamente
tenuti a sapere che quella era l'abitudine del locale. Molto
educatamente chiesi se stavano andando.
Vi dispiacerebbe sbarazzare la vostra roba?
L'uomo, pi o meno della mia et, sembr irritato, ma disse ok.
La potete buttare l, nel bidone dell'immondizia, gli dissi
sempre molto educatamente.
L'uomo butt via i piatti e i tovaglioli carta. Poi mi fiss con
un sorriso cattivo e disse:
SiegHeil.
In circostanze normali sarei stato troppo sorpreso e troppo
inibito per fare una scenata in pubblico o per trovare una risposta
a tono, se non troppo tardi dopo la conclusione dell'incidente.
Ma a quel punto ero talmente teso che reagii senza esitazione:
Cosa? dissi con calma.
Continu a sorridere. Feci un passo verso di lui.
Vuoi che ti sbatta una tazza di caff bollente in faccia?
Il suo sorriso prese una piega contorta: Va bene, volevo solo...
Devi essere fuori dalla tua maledetta testa per dire una cosa del genere a un ebreo a New York.
Mi... mi dispiace.
La gente sbarazza il suo tavolo qui, non ci sono camerieri.
Deglut e poi borbott: Be'... non mi piace che mi si dica
cosa devo fare.
A quel punto alzai la voce. Cazzo, non ti stavo dicendo cosa
dovevi fare. Ti stavo solo chiedendo di togliere la tua fottuta merda dal tavolo.
A quel punto si avvi verso l'uscita. Ok, mi... mi scuso. Mi scuso.
Nel momento in cui lui e la sua ragazza uscirono, mi resi conto
che tutti nel piccolo bar mi stavano guardando in silenzio. Forse
nessun altro aveva sentito il suo Sieg Heil, oppure se lo avevano
sentito lo avevano volutamente ignorato. ( una battuta tipicamente
inglese, fra l'altro anche di vecchio stampo.) Guardandosi
bene dall'applaudirmi o anche dal dare segni di moderata approvazione,
mi stavano guardando come se stessi per tirare fuori un
revolver per cominciare a sparare. Me ne andai con la netta sensazione
che in quel locale non sarei pi stato un cliente gradito.
E poi la paranoia. Questa si manifest in molti modi, ma la
fonte, la premessa che li sottendeva tutti era la straordinaria
abilit di Nasreen di coinvolgere altra gente, o quantomeno di
far credere che altri fossero coinvolti nei suoi attacchi. La paranoia
 un disturbo patologico delle nostre relazioni con gli altri,
si svolge nel contesto sociale, e l'aver coinvolto nella sua campagna
i miei contatti personali e professionali  stato il modo in cui
Nasreen  riuscita a imporla con grande efficacia. Richiede un
continuo spostamento del confine fra quello che uno conosce
come fatto e quello che uno pu solo immaginare, e Nasreen
riusc a istituire anche questo principio destabilizzante. Tutto
ci che doveva fare era insinuare nella mia mente la possibilit
che il mio nome venisse infangato, fornendo alcuni esempi
pratici gi realizzati; ci avrebbe poi pensato la mia ansia ad
ampliare il processo all'infinito. Il calcolo era semplice: se una
persona  capace di calunniarti con X, perch mai non dovrebbe
essere capace di farlo anche con Y? Per quale ragione non
avrebbe dovuto sbandierare senza reticenze tutte le cattiverie
che le venivano in mente? E se quella persona pu dimostrare
di aver gi raccontato cose orrende al tuo agente, al tuo capo, ai
tuoi colleghi, perch allora non potrebbe avere l'idea di raccontarle
anche ai tuoi vicini, ai tuoi amici, al tuo editore, a questo o
quel giornale, ai tuoi parenti e via dicendo?
Diventai vittima delle fantasie pi orribili: avevo il crescente
sospetto che tutti coloro ai quali parlavo al telefono o che incontravo
in citt fossero al corrente delle insinuazioni di Nasreen su
di me, o direttamente da Nasreen o attraverso le voci lanciate da
qualcuno dei suoi post su Internet, e che ognuno di loro stesse
covando il pensiero che quel pacato inglese potesse essere una
specie di mostro. Il fatto che io avessi scritto un romanzo,
L'unicorno, nel quale l'istruttore di un college crede di essere
stato incastrato per una serie di delitti sessuali, dava alla situazione
un'apparenza piccante della quale mi rendevo benissimo
conto, anche se non ero nelle condizioni per apprezzarla.
(Come avevo potuto espormi a questo elaborato e arrogante
desiderio di vendetta, riflette il mio protagonista con un'attinenza
che mi riesce difficile trovare puramente accidentale;
come e perch questa complicata macchina del massacro avesse
mai potuto agguantare la mia vita restava assolutamente
incomprensibile...) Nelle rare occasioni in cui riuscivo a
convincermi che tutto era solo frutto della mia peggiore fantasia,
Nasreen inevitabilmente se ne usciva con qualche ulteriore,
deprimente conferma del contrario. Ricordo che una volta mi
chiesi se il mio improvviso interesse per il concetto di onore, di
reputazione, non fosse un po' il prodotto di un compiacimento
letterario, un modo di permettere che interessi di scrittura
dessero forma alla mia esperienza dell'orribile avventura. Ma
poi, nel febbraio del 2008, arriv una raffica di e-mail con le
quali Nasreen attaccava precisamente questo argomento, quasi
estraendo le parole direttamente dal mio cervello, ha tua reputazione
 dal culo... riporta l'impareggiabile inizio del primo
messaggio di questa raffica. Tu credi di essere furbo, ma il tuo
nome  infangato, scrive nel successivo. Proprio come se fosse
stata controllata dalle mie fantasie (sto vivendo il tuo racconto
e ho paura), cominciai a sentirmi controllato da lei. Non ha
alcuna importanza il fatto che io fossi assolutamente innocente
di tutte le cose delle quali mi accusava: l fuori, nello spazio
cibernetico virtuale, era stata generata un'immagine pi grande
e pi smagliante di me che stava rapidamente soppiantandomi
(cos percepivo) nella mente degli altri: la versione di Nasreen,
il ladro, il razzista il predatore sessuale.
La calunnia sessuale era ovviamente la pi pericolosa, perch
minacciava non solo le mie fonti di sussistenza ma i fondamenti
stessi della mia esistenza. Sappiamo bene quanto gli uomini
siano vulnerabili a questo genere di calunnia (anche le donne,
per quanto in minor misura). Da quando mi ero trasferito negli
Stati Uniti l'avevo notato pi volte, dagli isterismi della memoria
recuperata degli anni ottanta, con le scene degli sceriffi che
trascinavano i vecchi padri sbigottiti in galera, fino ai pi
complessi drammi degli abusi sessuali degli anni novanta. Come
la maggior parte degli uomini della mia et, abbastanza vecchi
per aver visto da vicino il modello patriarcale del comportamento
maschile e abbastanza giovani per aver assistito alla sua obsolescenza,
ero favorevole al tentativo di regolarne legalmente la
fine. Ma avevo anche visto quanto fosse facile abusare del devastante
potere di svergognare e ostracizzare portato da questo
nuovo modello. A un certo momento della crescita di una nuova
idea, basta una sola parola per trasformare un essere umano in
una merda: parole diverse nei diversi periodi storici; razza e
classe in passato, oggi sesso.
Per un po' di tempo Nasreen aveva tentato molto ovviamente
di trovare il modo per usare contro di me questa specie di
napalm verbale. In particolare sembrava aver cercato con insistenza
una formula per conciliare il fatto, anche per lei innegabile,
che lei e io non avevamo mai sfiorato nemmeno l'ipotesi di
un contatto sessuale, con la sua paradossale fissazione di qualificarmi
come violentatore. Aveva gi trovato il modo di associarmi
all'idea dello stupro senza peraltro accusarmi esplicitamente,
ma avevo capito che stava mirando a qualcosa di pi diretto.
Lo stupro al quale si riferisce, per come riesco a ricostruire la
storia dai frammentari racconti che mi aveva fatto nelle sue
e-mail, avvenne negli uffici di una nota rivista a tiratura nazionale
dove lei lavorava prima di iscriversi al Morgan College (in
altre parole, qualche tempo prima che la incontrassi). Era
svenuta o era stata drogata a una festa dell'ufficio e si era svegliata
certa di essere stata aggredita. Aveva denunciato il fatto alla
polizia, che per non aveva ritenuto di dover investigare.
Il suo commento su Amazon e la sua e-mail al mio capo mi
legavano - retoricamente se non praticamente - a questo stupro.
(Fu chiaro che a James Lasdun non importava nulla del mio
lavoro, ma cercava di portarmi a letto. Questo dopo che io ero
stata violentata mentre stavo cercando di finire il mio lavoro...)
Ma anche prima aveva cominciato a tentare di collegarmi allo
stupro, come a gennaio:  chiaro che James mi ha usata...
Potrebbe anche aver organizzato inizialmente lo stupro per
potermi rubare il materiale e darlo a X... e a febbraio, facendo
balenare il sospetto che io fossi stato addirittura lo stupratore:
Spero in Dio che James non sia quello che mi ha stuprato...
Per rendere credibile a livello pratico questo scenario, dove il
mio complotto contro di lei risulta essere stato organizzato
prima ancora che io diventassi il suo docente,  stata costretta a
fabbricare un complicato intrico di motivi e di relazioni che mi
collegavano a lei, intrico che a sua volta implicava che io avessi
gi iniziato a collaborare con una delle mie future colleghe al
Morgan College (la chiamer Liz): Penso che lui e Liz abbiano
organizzato il mio stupro...
Non c' dubbio che queste insinuazioni sembrino troppo
banalmente ridicole e folli per convincere qualcuno di alcunch,
e forse lo erano. Non credo, per, che Nasreen si preoccupasse
troppo di convincere la gente. Lo scopo, come aveva
candidamente ammesso, era semplicemente quello di infangare
e macchiare il mio nome - rendermi, diciamo cos, inadeguato
al pubblico consumo. In considerazione dell'energia che investiva
in questo progetto, pensai che ci sarebbe sicuramente
riuscita, se non per l'acume certamente per il semplice potere di
logoramento. Nell'incubo sempre pi nero di quell'inverno
cominciai a pensare che io e altri uomini cominciavamo ad avere
nella nostra societ una posizione simile a quella delle donne
nelle societ repressive tradizionali, dove anche la pi vaga
evocazione di trasgressione sessuale poteva significare la morte.
Come per loro, le nostre reputazioni erano fragili ed esigevano
vigile protezione. Avevamo bisogno del nostro purdah, ritenevo, dei nostri yashmak e dei nostri chador...
...
NOTA: Purdah: Lo schermo che nelle case musulmane separa gli appartamenti delle donne dal resto della casa.  yashmak e chador: I veli che coprono la testa e il viso delle donne musulmane. FINE NOTA.
...
Sicuramente dopo il mio colloquio con Frank avrei potuto usare qualcosa del genere.
Da un punto di vista formale avevo chiarito, la mia parola era
stata accettata contro quella di Nasreen, ma la natura della
calunnia  proprio che sopravvive al chiarimento formale, e
sentivo la sporcizia che mi ero lasciato alle spalle come un'incrostazione
quasi fisica. Che cosa avrebbero pensato adesso gli altri
nell'istituto che avevano letto l'e-mail, quando passavo davanti
ai loro uffici? Che cosa avrebbero visto in me le segretarie e gli
altri docenti? Nelle societ primitive la gente muore per le maledizioni.
La vittima introietta la qualifica spregiativa che diventa
un veleno, escremento, sporcizia intoccabile; percepisce o
immagina la comunit che si stacca da lui e, dentro di s, crolla.
Fatwa, vud, scomunica - sono tutti strumenti che attingono a
questo potere, e Nasreen aveva trovato la sua specifica modalit
per usarlo. Divenne un'agonia camminare sulla moquette grigia
di quei corridoi e di quelle stanze. Percepivo sulla mia pelle la
realt di quella fondamentale caratteristica della vergogna, il
desiderio di nascondere la propria faccia, e l'avrei fatto volentieri
se fosse stato disponibile qualche strumento convenzionale
per farlo. In qualche modo avevo ricreato nella mia mente
l'America della Lettera scarlatta e della ballata country Long Black Veil.
A giugno del 2008 la retorica delle e-mail arriv a un estremo
logico. Nessuna precisa minaccia di morte (a quanto pare
Nasreen  stata troppo furba per commettere quell'errore); pi
che altro auguri di morte, profezie di morte, maledizioni di morte:
Se  dietro a tutto questo spero che muoia...
Muori. Spero che i tuoi figli muoiano...
Morite, orrende cagne traditrici... MORITE...
Non pensavo davvero che sarebbe venuta a uccidermi, ma mi
trovai a guardare con attenzione le auto che passavano sulla strada
sterrata a fianco della nostra casa, e spesso la notte, se sentivo
un rumore, stavo a lungo sveglio desiderando di avere una pistola.
A questo punto non reagivo pi al contenuto letterale dei
messaggi quanto al loro numero sempre costante e alla loro
continuit. Non mi colpivano tanto come specifiche minacce,
quanto come espressione di una specie di puro, astratto antagonismo,
e io reagivo con un altrettanto astratto distillato di pura
angoscia. Pensare alle e-mail non significava pi analizzarle o
tentare di capirle, ma piuttosto percepirle semplicemente come
pulsazioni nel mio cervello, simili a una specie di bolo maligno.
Inizialmente, progettando di scrivere questa parte della
storia, avevo pensato di inserire un evento avvenuto quindici
anni prima nella mia vita, quando un lungo periodo di stress era
esploso in uno spettacolare dramma medico. Temevo che tutto
questo parlare di tormenti sarebbe diventato un po' inconsistente
senza qualche drammatico episodio che lo ancorasse alla
realt, e questo evento sembrava proprio adatto a risolvere tale esigenza.
Ero nel mio letto quando sentii un dolore lancinante alla
schiena e sulla spalla sinistra. Pensai a uno strappo muscolare,
o forse di essermi pizzicato qualche nervo. Respirando, sentii
una strana pressione contro il polmone e mi accorsi che non
riuscivo a inspirare aria a sufficienza per riempire i polmoni.
Presi dell'ibuprofene e rimasi sdraiato, cercando di riposare, ma
ogni volta che cambiavo posizione sembrava che qualcosa si
spostasse nel petto come un sacchetto pieno di olio e ghiaia: la
ghiaia sfregava contro reti di nervi mentre si risistemava lentamente
nell'olio denso. Alla fine telefonai al medico, che mi disse
di andare immediatamente da lui. Auscult il petto e mi mand
dritto in ospedale, dove dalla radiografia risult che il mio
polmone sinistro si era sgonfiato. Il medico del pronto soccorso
fece un'incisione sopra la parte superiore della cassa toracica.
Tenendola con entrambe le mani, infil fra due costole un'asta
di acciaio appuntita. Mentre io gridavo per il dolore, ficc un
tubo nel buco e lo colleg a un apparecchio che aveva l'aspetto
di un piccolo umidificatore. Bollicine d'aria cominciarono a
salire nell'acqua dell'apparecchio indicando, cos mi disse, che
il polmone si stava di nuovo gonfiando.
Il trauma  noto come pneumotorace spontaneo, e non se ne
conosce bene la dinamica, ma  relativamente frequente negli
ebrei maschi intorno ai trent'anni di et. Avevo avuto la tubercolosi
a vent'anni, e il medico pens che questo mi avesse reso
pi esposto al pericolo. Inoltre, sotto lo stress dei mesi precedenti
avevo stupidamente cominciato a fumare, e anche questo,
forse, fu uno dei fattori di innesco. Qualunque sia stata la causa
immediata medica o genetica, ci che accadde fu cos irresistibilmente
simbolico della mia incapacit di levarmi di dosso il
peso dell'incubo che mi aveva angosciato che decisi che la sua
origine fosse assolutamente psicosomatica. In sostanza ero imploso.
Come ho detto, la mia idea all'inizio era stata quella di inserire
l'episodio in questo racconto, usandolo per indicare il livello di stress dal quale ero afflitto a causa dell'aggressione di
Nasreen. Ma appena ho cominciato a scrivere mi sono reso
conto che questa strana storia avrebbe potuto funzionare solo
se mi fossi attenuto rigorosamente ai fatti. Per questo devo
abbandonare l'idea. Ci sono per altre cose che posso offrire al
suo posto che, anche se meno drammatiche, erano almeno parte
dell'immaginario che mi si present a quel tempo. Ad esempio,
mentre leggevo Tintin a mio figlio, Le sette sfere di cristallo e
Prigionieri del sole, mi vidi graficamente rappresentato negli
scienziati occidentali saccheggiatori di tombe che cadono in
coma al loro ritorno dall'America del Sud e sono attanagliati da
crisi di dolore ogni poche ore quando i loro persecutori Inca
rimasti nelle Ande ficcano spilloni nei fantocci che li rappresentano.
Quelli erano come me, quegli uomini bianchi di mezza et
che si contorcevano nei loro letti per un dolore di invisibile
origine. E Rascar Capac, il demonio Inca che entra nelle loro
case per somministrare il narcotico che provoca il coma; Rascar
Capac, con la sua presenza diabolica ma simpatica (dopotutto 
il vendicatore dei colonizzati, degli oppressi, dei saccheggiati),
la sua faccia-cranio scura e le sue braccia scheletriche, la sua
affinit con fulmini, sfere di fuoco e vetri in frantumi; Rascar
Capac, colui-che-scatena-il-fuoco-del-cielo, era Nasreen.
Mi aveva sottomesso al dominio del pensiero magico, aveva
cio trovato un modo, vuoi per fortuna o per intelligenza, di
infliggermi dolore a distanza (o, come mi corresse K., di fare in
modo che io mi autoinfliggessi dolore), di privarmi sistematicamente
della mia personale autonomia. L'inconsistente natura
dei suoi attacchi, che mi arrivavano come nebbia attraverso
l'etere, era un ulteriore evocazione di stregoneria. Cominciai ad
abbandonare l'idea di rivolgermi ad avvocati e polizia (il detective
Bauer si dimostr sfuggente, nonostante le ripetute promesse
di telefonare a Nasreen) e a considerare seriamente maledizioni
e fatture. In quel periodo avevo il pensiero fisso sulle
streghe di Macbeth, quando si preparano a tormentare uno
sventurato capitano di nave:
Voglio ridurlo secco come fieno
e far che mai sulle sue stracche ciglia
discenda sonno, n giorno n notte;
deve vivere come un fuorilegge,
stanco ed affranto; dopo aver vegliato
novantanove volte sette notti,
dovr languir di fame, allampanato...
Precisamente i miei sintomi: insonnia, perdita di peso, esaltazione
e depressione. Ma erano i due versi successivi a contenere
la sintesi dei limiti della stregoneria, il potere di rendere
difficile la navigazione, ma non quello di affondare la nave;
questi due versi diventarono la mia ossessione quando cominciai
ad avere la sensazione di sprofondare negli abissi:
Bench il suo legno non possa affondare
sar sbattuto qua e l dal male.
Questi versi erano la mia formula magica contro la disperazione,
e io li ripetevo continuamente, dicendomi che anche se
potevo essere sbattuto qua e l dalla tempesta della stregoneria
di Nasreen, nulla di quello che aveva fatto, nemmeno l'e-mail a
Frank, mi aveva effettivamente colpito, e se la formula magica
di Shakespeare valeva anche per lei, nulla avrebbe mai potuto
colpirmi. Poteva fare in modo che io mi facessi del male da solo,
come aveva osservato K., ma quella era una mia responsabilit,
e dipendeva da me reagire. Tutto quello che dovevo fare era non
perdere la testa. Macbeth lascia che le profezie delle streghe
invadano sciaguratamente le sue ambizioni e le sue paure. Ma
Banquo, che ha le sue ambizioni e avrebbe potuto essere ugualmente
ingannato dalle parole delle streghe, vede le cose per
come sono: Volte per portarci alla nostra perdizione / ministri
delle tenebre ci dicono il vero / ci seducono con delle oneste
inezie / per tradirci in cose del pi grave momento... Decisi che
sarei stato come Banquo (sorvolando sul fatto che il suo razionale
scetticismo lo porta a essere ammazzato poche scene dopo);
avrei considerato le e-mail per quello che erano: tristi e patetiche
schegge di follia, taglienti certo con le loro intelligenti astuzie
e oneste inezie, ma di per s innocue. Cercai di ignorare
l'angoscia che mi attanagliava tutte le mattine quando mi
connettevo; i tuffi al cuore se vedevo nella mia posta in arrivo
qualche nuovo messaggio da Nasreen. Ma era difficile. Il completo fallimento, in tutti quei mesi, di rallentare o bloccare il torrente di odio aveva avuto conseguenze demoralizzanti.
(Mentre scrivo si sta svolgendo la catastrofe della BP Oil, ed  impossibile non associare l'ostilit di Nasreen alla nuvola nera ripresa dalle videocamere del fiume di petrolio che sgorga violento e inarrestabile dal fondo dell'oceano; i miei sforzi per contenerla inutili come quelli della BP con gli insulsi imbuti capovolti e con il tappo dall'alto.
Mi sentivo massacrato e totalmente indifeso. Ogni messaggio che mi colpiva mi squarciava la carne, bruciava, e il dolore non cessava prima che arrivasse il messaggio successivo, per cui non avevo mai il tempo di recuperare le mie forze. L'odio sempre pi intenso raggiungeva una pressione esplosiva. Stava emergendo una strana nuova economia verbale, una specie di purezza cristallina della maledizione, come se il linguaggio di Nasreen non fosse pi umano ma demoniaco:
Ti stai impiccando nell'agrodolce(7).
...
NOTA: In inglese bittersweet, agrodolce, riferimento alla poesia dell'autore per il padre citata in precedenza. FINE NOTA.
...
Sei grasso, vecchio, un ladro, e quelli che contano sanno tutto di te...
Se ti incontrassi cagherei in quella tua grassa bocca...
Se vivi nel terrore dillo. Gridalo forte, non ti rannicchiare nella
fottuta paura come hai fatto durante l'olocausto...
Vecchio merdoso! Psicotico bugiardo...
Ah ah ah ah ah ah... Vai all'inferno, vecchio...
Un mattino del 2008 ricevetti un'e-mail che sembrava arrivare
dal direttore del programma al Morgan College. Mi inoltrava
un articolo sul leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad e
accompagnava l'articolo con un messaggio personale che non
era per scritto nel suo solito stile:
Andiamo a succhiare cazzi insieme! Mangia il tuo schifoso agrodolce e muori!
Ho gi ricordato che qualche tempo dopo il mio incontro
con il detective Bauer gli avevo telefonato per aggiornarlo su un
nuovo sviluppo negli attacchi di Nasreen. Questa e-mail era la sua prima manifestazione.
Quando si inoltra un articolo dal sito di un giornale o di una
rivista, in genere si deve compilare un form con il proprio nome
e indirizzo elettronico e l'indirizzo della persona alla quale si
vuole inoltrare il documento; il form mette anche a disposizione
uno spazio per inviare un messaggio personale di accompagnamento.
 vero per che al posto del tuo indirizzo puoi mettere
quello di un'altra persona, e il messaggio di accompagnamento
verr inoltrato come se provenisse da quella persona. Di recente
ho visto che alcuni articoli inoltrati contengono l'avvertimento,
per chi riceve, che l'indirizzo del mittente non  stato verificato,
ma questo nel 2008 non succedeva, e anche oggi sembra essere
l'eccezione piuttosto che la regola. In sostanza Nasreen aveva
scoperto che, quando si inoltra un articolo, ci si pu far passare
per chi si vuole, e lei aveva deciso di farsi passare per il mio capo.
Come ho gi scritto, ero rimasto colpito fin dall'inizio da una
certa permeabilit di Nasreen, la sua capacit di assorbire le
personalit altrui e di confondersi con queste. La sua identificazione
con l'Angelo delle Elegie duinesi di Rilke mi aveva ricordato
il saggio dove Heidegger si riferisce a questo Angelo come
a uno per il quale difficilmente esistono ancora limiti e differenze.
Il nesso che questa osservazione mi aveva suggerito tra
la confusa disponibilit di Nasreen e il concetto di personalit
borderline mi venne confermato dal detective Bauer, che
aveva utilizzato precisamente il termine borderline per descrivere
la personalit della sua parente che assomigliava a Nasreen.
Un brodo amorfo era l'elemento vitale di Nasreen. Se Internet,
con tutte le sue ricche opportunit di riformulazione e di reinvenzione,
era il suo naturale mezzo espressivo, questo sistema di
inoltro dei messaggi era perfetto perch le consentiva di assumere
qualunque identit le piacesse.
Osservata obiettivamente, la fase d'attacco che stava iniziando
in quel momento aveva qualcosa dell'esuberanza caratteristica
degli artisti quando la loro immaginazione si concentra su
un nuovo soggetto o un nuovo metodo e, in un'esplosione creativa,
ci si tuffano felici studiandolo sotto ogni possibile aspetto.
Immagino che, mentre descrivo queste e-mail, alcuni lettori non
riusciranno a trattenere il sorriso, indipendentemente da cosa
provino. C' sempre qualcosa di affascinante nel provocatore,
nel situazionista, nel rompiscatole creativo.
Da Elaine, l'ex compagna di corso con la quale secondo
Nasreen avrei avuto una storia, ricevetti un messaggio inoltrato
sul Rwanda con questo commento:
Ciao. Sono tonta, stupida e sembro stupida e dico che mi piace
la gente. Mi piace #### uomini vecchi.
Da Paula mi arriv un link con una notizia sul Medio
Oriente, credo su qualche azione degli israeliani (non aprii il
link), con questo messaggio:
Non pensi che a questo punto dovremmo smetterla?
Da Liz, la mia collega al Morgan College con la quale avrei
organizzato lo stupro di Nasreen, ricevetti una storia sul
concorso di Miss Universo con questo messaggio:
Guarda, mi sono fatta la protesi mammaria!
E cos via. Tutte molto puerili e, di per s, innocue. Anche in
questo caso, per, non era tanto il contenuto specifico a irritarmi,
ma l'implicita minaccia rappresentata dalla particolare
modalit di trasmissione: il nuovo spazio di potenziali guai che
apriva. Quanto pericoloso sarebbe potuto diventare questo
trucco di sostituzione dell'identit? Quali erano i limiti e le
potenzialit? Non mi ci volle molto a capire che, se fingeva con
me di essere qualcun altro, molto probabilmente con qualcun
altro fingeva di essere me. Avendomi gi diffamato con ogni
persona e istituzione della quale fosse riuscita a trovare l'indirizzo,
adesso avrebbe forse confermato le sue calunnie con ambigui
messaggi che sembravano provenire direttamente da me?
Mi tormentava il cervello l'idea di articoli inoltrati a mio nome
a persone che conoscevo accompagnati da messaggi osceni. La
situazione aveva assunto un nuovo connotato di intollerabilit.
In effetti, la cruda insopportabilit della cosa mi diede una
breve, paradossale speranza. Ricordo che mi chiesi se fosse
veramente possibile che Nasreen, proprio Nasreen, facesse una carognata del genere.
Era possibile, e la fece.
Si assisteva di nuovo alla rapida evoluzione dal primo goffo
tentativo all'arma evoluta e matura. All'inizio, prima di usare il
mio indirizzo e-mail, a Nasreen venne l'idea di parlare come se
fossi io in uno scambio simulato con Janice. Lo scambio era
organizzato come se Janice rispondesse a un articolo inoltrato
da me (sul genocidio armeno). Interpretando Janice, Nasreen scriveva:
James, per favore smetti di mandarmi commenti come quello qui sotto.
E, interpretando la mia parte, nel commento di seguito scrive:
Janice, pensavo che avessimo un copyright su tutti i genocidi, in
modo da poter costruire nazioni, uccidere tutti e morire in cima
al mucchio! Perch quella stronza iraniana non si  fatta scopare
e perch va dicendo a tutto il mondo che io scopo qualunque cosa
bionda per superare l'odio per me stesso?
Poi comincia a usare il mio indirizzo e-mail, facendo sfacciatamente
finta di essere me. Non so quanto spesso lo abbia fatto, ma
ogni tanto, suppongo per accertarsi che non mi venisse risparmiato
nemmeno un briciolo di disagio, mi mandava i messaggi per
conoscenza: le solite schifezze ai soliti indirizzi, ai quali ne aggiungeva
di nuovi. Qui, ad esempio, mando a Janice e Paula una storia
sulle banche svizzere che finanziano il terrorismo:
Saremo padroni del Medio Oriente prima che finisca il mondo!
L'unico pensiero consolante di questo nuovo sviluppo era
che si poteva presumibilmente qualificare come furto d'identit,
e speravo che questo costituisse un reato abbastanza grave
per giustificare un processo di estradizione. Chiamai il detective
Bauer. Mi chiese di mandargli via fax copie dei messaggi insieme
alla stampa dei percorsi dei mittenti - una lista di codici
che si possono ottenere cliccando su details all'inizio di un'email
e che identificano l'effettiva origine dei messaggi; a differenza
dell'indirizzo del mittente non possono essere contraffatti.
Fu d'accordo nel considerarlo un furto d'identit, ma mi
avvert che l'ufficio del procuratore di Manhattan aveva recentemente
perso un importante caso di furto di identit e adesso
non perseguiva pi molto volentieri quel tipo di reato. Riteneva
comunque che questi messaggi ci mettessero in una posizione
pi solida per gestire il problema di Nasreen. Gli chiesi se avesse
avuto modo di chiamarla. No, non l'aveva ancora chiamata,
ma mi assicur che lo avrebbe fatto quanto prima. Perch non
ora, avrei voluto chiedergli, ma nonostante la sua cortese affabilit
non sembrava la persona alla quale si potesse mettere fretta.
Procedeva a suo modo, calmo, imperturbabile.
Qualche volta ero il mittente e il destinatario di questi
messaggi, e la cosa mi metteva nella sconcertante posizione di
mandare oscenit e minacce a me stesso. Avevo l'impressione
che si chiudesse una specie di strano cerchio di follia. La stessa
Nasreen, nel suo modo misterioso, sembrava averlo intuito - e
magari lo aveva anche progettato. Come scrisse facendo finta di
essere Paula che mi inoltrava un post da Craigslist:
Le voci nella mia testa mi dicono che le voci nella tua testa
potrebbero farci incontrare su Craigslist...
Il passo successivo fu per molto pi inquietante, anche se
meno surreale: traffici online con il mondo intero, a mio nome.
Il primo avvertimento di questa novit mi arriv quando una
segretaria del Morgan College mi chiam per dirmi che aveva
telefonato un rappresentante commerciale della Hummer che
voleva fissare un appuntamento con me con riferimento alla mia
e-mail in cui chiedevo informazioni per acquistare un veicolo. A
parte il leggero imbarazzo di essere considerato un potenziale
proprietario di Hummer dalle impiegate del Morgan College,
c'era il pensiero deprimente di dover affrontare gli agenti
commerciali di tutte le altre societ che Nasreen aveva contattato
a mio nome - perch, conoscendola, ce ne sarebbero certamente
stati altri. Ce ne furono. Per mesi fui bersagliato dalle
informazioni commerciali di societ che mi ringraziavano per
l'interesse dimostrato nell'acquisto dei loro prodotti. Anche
questa nuova tecnica era di per s solo una banale irritazione,
ma efficacissima per confermare la sensazione di essere assediato
da un nemico infaticabile, e nuovo alimento per ulteriori
angosciosi interrogativi su come si sarebbero svolte le cose.
La risposta a questi interrogativi arriv nel giugno del 2008.
Ero di nuovo cascato in una delle mie periodiche manie di
autogooglarmi, e mi trovai indirizzato a un sito letterario ebreo chiamato
Nextbook.com. L, nella sezione commenti, nella recensione
di un romanzo d'esordio trovai quanto segue:
Mi piacerebbe rubare questo libro per dar da mangiare alla mia
famiglia. Lo faccio con l'aiuto del mio agente e una vecchia
compagna di ruberie, l'amica Paula Kurwen. Non sapete che l'arte
 morta e Israele  grande?
Postato da James Lasdun il 21 giugno 2008.
Protestai con i responsabili del sito e dopo un po' di tempo
il post venne tolto, ma a questo punto mi chiesi se il gioco fosse
veramente finito. Quest'altra versione di me stesso, molto pi
vitale e forte di quanto io non mi sentissi in quel periodo, aveva
portato a termine l'usurpazione della mia identit ed era oramai
incontrollabile. Non ti moller era il titolo di una delle e-mail di
Nasreen di quel periodo, che conferm la mia sensazione che
ci che stava succedendo non poteva pi essere considerato uno
sgradevole disturbo transitorio, ma si trattava di una condizione permanente.
Chiamai di nuovo il detective Bauer. Con mia sorpresa aveva
iniziato a cercare Nasreen. Non le aveva ancora parlato, ma
aveva lasciato messaggi ai numeri che gli avevo dato. Sembrava sicuro che avrebbe risposto.
La cosa mi rassicur, ma mi preoccupai anche. Sarebbe stato
diverso se il detective Bauer avesse colto Nasreen con la guardia
abbassata, impreparata a rispondere a un funzionario di polizia
sulle sue e-mail e quindi pi esposta alla minaccia di arresto. Ma
adesso, con questi messaggi, aveva perso il fattore sorpresa, e le
aveva dato la possibilit non solo di preparare la sua difesa, ma
anche di contrattaccare. Non era possibile indovinare quali
nuove calunnie o accuse avrebbe potuto inventare a questo
punto, ma immaginai che qualcosa ci sarebbe stato.
Durante tutto quel periodo avevo sempre cercato di mantenere
una parvenza di funzionalit nel resto della mia vita.
Dovevamo completare l'editing del libro sulla Provenza. C'erano
da definire i dettagli dell'accordo sulla nostra vergognosa resa
per l'appartamento. C'era il mio orto da coltivare e da difendere
da una famiglia di furbissime e ostinate marmotte.
In alcune di queste attivit riuscivo a filtrare con successo il
pensiero di Nasreen, o quantomeno a contenerne l'efficacia negativa,
in altre meno. Ma con il passare dei mesi questo pensiero
sembr dominare praticamente ogni mia attivit. La sua inspiegabile
fissazione sul nostro appartamento, ad esempio, sembrava
associata agli sforzi del padrone di casa per buttarci fuori, al
punto che l'aspetto fisico di lei cominci a sostituire, nella mia
immaginazione, quello del padrone di casa che non avevo mai
incontrato. Lo stesso per le marmotte. Sfacciatamente presenti
nel mio orto tutte le mattine nonostante la recinzione cromata che
avevo affondato per sessanta centimetri nel terreno e rinforzato
con filo spinato, queste creature divennero l'incarnazione delle
continue ondate di cattiveria che Nasreen si inventava incessantemente.
Oppure rappresentavano le e-mail, insediate nella mia
casella postale con la stessa aria di trionfante arroganza...
Pi dilagava la sua invasione nel mio cervello, pi difficile
diventava concentrarsi su qualunque altra cosa. Leggere divent
un problema. I libri che richiedevano un impegno di attenzione
critica erano fuori discussione. Quindi diventai psicologicamente
dipendente da quei libri che richiedevano solo la
passiva sottomissione al ben lubrificato meccanismo della
suspense. Quell'anno lessi solo libri gialli, romanzi polizieschi e
thriller psicologici. Il genere Ahriman, si potrebbe dire:
racconti di rovina e disfacimento, di quello che Robert Lowell
aveva definito il degrado e l'equivoco dell'esistenza, la cui
lettura era essa stessa una mimica del collasso che vi veniva
drammaticamente descritto. Proprio il contrario di D. H.
Lawrence, di George Eliot, di Tolstoj e di tutti gli altri stimolanti
autori che celebrano la vita e che una volta costituivano l'unica
compagnia letteraria che mi interessava.
Spesso in quei libri gialli trovavo echi della mia situazione:
analoghe strutture di angoscia; eventi che colpivano per l'incredibile
similarit con il mio dramma; spesso intere trame. Un
libro, in particolare, mi sembr descrivere la mia vicenda in
questa sua fase con la stessa irreale, organica accuratezza che
Galvano aveva avuto per la fase precedente. Era il libro di
Patricia Highsmith Sconosciuti in treno. Avevo visto il film
realizzato da Hitchcock, ma non avevo mai letto il libro fino ad
allora. Il treno in questione  diretto, come quello del mio viaggio,
a Santa Fe. Al calar della sera Guy Haines, giovane uomo
molto colto e intelligente, seduto nel suo scompartimento sta
cercando di leggere Platone. E distratto per dalle preoccupazioni
relative al suo prossimo incontro con la sua ex moglie,
Miriam, donna intrigante e infedele dalla quale spera di ottenere
il divorzio in modo da poter sposare la sua vera anima gemella,
la graziosa Anne. Sono in gioco sia la sua carriera sia la sua
felicit personale.  un architetto alle prime armi (una via di
mezzo, si potrebbe dire, fra me e mio padre) con un forte senso
della nobilt della professione, nella quale l'abilit dell'intellettuale
socialmente impegnato si associa al prestigio dell'artista.
Le sue prospettive sono brillanti su tutti e due i fronti, la professione
e la vita personale, ma per tutelare sia l'una che l'altra deve
riscattare la sua vita dall'errore rappresentato dalla volgare e
sciatta Miriam. Miriam  d'accordo per il divorzio ma, dalla sua
ultima comunicazione con lei, Guy ha tratto la sensazione che
dopotutto non abbia intenzione di lasciarlo andare.
Mentre rimugina su queste cose, sempre cercando di leggere
Platone, si siede davanti a lui un giovane uomo. Ha un viso
interessante, nota Guy, la pelle liscia come quella di una ragazza.
C' per qualcosa di ambiguo in lui, qualcosa di stranamente
seducente e cordiale. Costui  Charles Anthony Bruno, il
primo dei grandi studi di Highsmith sulla mente malata. Sorride
a Guy, che si chiude subito nel suo libro. Un attimo dopo, per,
stirandosi per reagire a un nuovo spasmo di ansia su Miriam,
Guy tocca accidentalmente con il suo piede quello di Bruno,
allungato in avanti.
In D. H. Lawrence il contatto fisico di questo genere spesso
(come nel racconto Mi hai toccato) scatena la scintilla che accende
negli amanti la reciproca travolgente passione. In Highsmith
il tocco innesca un analogo intenso rapporto, ma di significato
mortale, di puro devastante erotismo, come la frenesia dei colori
d'autunno.
I due cominciano a parlare: Guy dapprima riservato, Bruno
con un candore travolgente che disarma e affascina Guy nonostante
le strane cose che Bruno racconta di s, soprattutto il suo
ossessivo risentimento nei confronti del padre, che ucciderebbe
molto volentieri.
Bruno, forte del suo fascino autodenigratorio, convince Guy
a cenare insieme nella sua stanzetta privata (anche se l'espressione
non faceva ancora parte del linguaggio di Amtrak), dove
Bruno, mentre si ubriacano insieme, comincia a interrogare
Guy sulla sua vita privata. Non ci mette molto a farsi raccontare
da Guy tutta la storia di Miriam, e comincia insinuante a sondare
l'animo di Guy sui tradimenti di lei, gli altri uomini, la possibile
resistenza al divorzio, e con astuta determinazione lo
costringe ad ammettere tutta la rabbia e l'odio repressi. Il suo
scopo  ottenere da Guy l'ammissione che gli piacerebbe uccidere
Miriam, proprio come a lui, Bruno, piacerebbe uccidere
suo padre. A un certo punto, mentre continua a parlare, Guy ha
l'impressione che Bruno diventi dai contorni confusi, come
per un processo di liquefazione. Sembra anche perdere sostanza,
un angelo oscuro che cerca di estrarre e alimentarsi dell'oscurit
degli altri. Debolmente, Guy riconosce i segni: Sembrava
diventato solo una voce e uno spirito, lo spirito del male, eppure,
nonostante tutta la sua ripugnanza, non riesce a liberarsi dal
suo fascino. Alla fine Bruno se ne esce con la famosa proposta,
una variante di quella del Cavaliere Verde: Io uccido tua moglie
e tu uccidi mio padre. Ci siamo incontrati su un treno, vedi,
nessuno sa che ci conosciamo. L'alibi perfetto! Capisci?
Solo a questo punto, messo un po' troppo brutalmente di
fronte alla sua stessa fantasia, Guy riesce a strapparsi dal malefico,
dolciastro magnetismo di Bruno, e respinge con violenza la
proposta. Ma un rapporto si  stabilito, un legame forte, corroborato
da un'attrazione sessuale non del tutto consapevole fra
di loro e dalla rivelazione (anche solo a se stesso) delle pulsioni
omicide di Guy.
I due si lasciano a Santa Fe senza accordo e senza alcuna
intenzione, da parte di Guy, di incontrare ancora Bruno. Ma
poco dopo Bruno, infatuato di Guy e ossessionato dall'idea di
cementare la loro alleanza, decide di portare comunque a termine
la sua parte della proposta. Rintraccia Miriam, la segue in un
parco di divertimenti dove l'avvicina nell'oscurit e la strangola.
Sul piano pratico questo libera Guy da una minaccia sulla sua
futura felicit. Ma, su un piano molto meno esplicito, l'assassinio
ha come effetto quello di unificare le figure di Bruno e Miriam,
concentrando le loro rispettive capacit malefiche in un'unica,
singola figura composita, il cui potenziale pericolo  adesso
diventato, per Guy, immensamente pi grande.
Quando Guy viene a sapere dell'omicidio spera che non
abbia nulla a che vedere con Bruno, ma nel suo intimo sa che
invece  proprio cos. Deve dirlo alla polizia? Certo che deve.
Ma come spiegare la malvagia proposta di Bruno senza correre
il rischio di incriminarsi? Una reputazione incontaminata, 
ovvio,  cruciale sia per il suo matrimonio che per la carriera che
ha scelto. Sembra che la polizia sia convinta che l'omicidio sia
stato un atto di violenza casuale, quindi perch svegliare il can
che dorme? Il suo, a questo punto, sarebbe solo un peccato di
omissione. Nessuno gli ha chiesto nulla, perch dovrebbe
raccontare? E cosa dovrebbe raccontare, comunque? Non solo
non aveva mai stretto alcun accordo con Bruno, ma aveva esplicitamente
dichiarato all'uomo di non aver mai avuto alcun desiderio
di uccidere Miriam. E quindi cosa c'entrava lui se Bruno
si era messo in testa che questa non era la verit? Ognuno nella
vita  responsabile delle proprie azioni, e magari anche delle
proprie parole, ma certamente non  responsabile delle fantasie
e dei desideri che gli passano non richiesti per la mente, mai
espressi e mai messi in pratica.
Be', a quanto pare si  responsabili anche di questi, almeno
per i Bruno e per le Nasreen di questo mondo. Avendo ucciso
Miriam, Bruno, che  particolarmente portato a interpretare le
cose secondo i suoi desideri, adesso ritiene di essere in credito
di un omicidio da parte di Guy, ma Guy comprensibilmente si
rifiuta.
Cos comincia la persecuzione: Bruno telefona alle ore pi
strane, lascia messaggi alla madre di Guy, ai suoi colleghi, ai suoi
clienti; Bruno va nell'ufficio di Guy, davanti al suo appartamento,
nei boschi vicino alla casa (la fortezza) che Guy sta costruendo
per s e Anne. Bruno manda e-mail, o meglio lettere, ogni
due o tre giorni: Calde espressioni di amore fraterno oppure
minacce di perseguitare Guy per il resto della sua vita, di rovinare
la sua carriera...
Un mattino (e qui la storia si incastra nella mia in una scena
che ancora mi risulta insopportabile al solo pensiero), Guy riceve
una telefonata da un uomo in procinto di assegnargli un importante incarico:
Signor Haines... Abbiamo ricevuto una stranissima lettera
sul suo conto...
Ascoltando la lettera - identica nello spirito se non nel contenuto
letterale ai messaggi di Nasreen (insinuazioni sul ruolo di
Guy nella morte di Miriam) - Guy si rende veramente conto per
la prima volta della gravit della sciagura che gli caduta addosso:
Era solo questione di tempo, ma Bruno avrebbe certamente
informato un altro cliente e poi un altro ancora...
Bruno, in effetti, sta perseguitando Guy per una ragione
precisa: lo vuole costringere a uccidere suo padre. Mentre
Nasreen - che cosa voleva da me Nasreen? C'era qualcosa che
avrei potuto fare o dire che avrebbe bloccato la sua aggressione
una volta iniziata? Supponiamo che io le avessi dato le chiavi
dell'appartamento, o le avessi dato i soldi che di tanto in tanto
chiedeva, oppure supponiamo che avessi pubblicamente
confessato di essere parte di un complotto ebraico per rubare il
suo materiale e venderlo ad altri autori iraniani - mi avrebbe
lasciato stare in pace? Non credo; certamente no, se consideriamo
Highsmith una guida affidabile. Sollecitato oltre il limite di
sopportazione (qui il libro entra in una zona d'ombra che nel film
non  stata rappresentata), Guy alla fine cede alla persecuzione
e uccide il padre di Bruno. Va tutto bene, nel senso che la fa
franca e, per un po' di tempo, Bruno lo lascia in pace. Ma, anche
se a questo punto ogni ulteriore contatto con Guy sarebbe estremamente
pericoloso per tutti e due, Bruno non pu farne a
meno. Perch quello che lui vuole in realt - quello che lui,
come tutte queste anime disperate, ritiene gli sia dovuto da Guy
-  l'amore; non l'amore alla Lawrence, che fiorisce nella separazione
dall'amato, ma l'amore che lo consuma, perdendolo
totalmente e per l'eternit nell'amante. Arriva il giorno del
matrimonio tra Guy e Anne, e mentre Guy si avvicina all'altare
vede Bruno sorridente. Bruno  l con loro, non per un'eventualit,
non per un singolo momento, ma come una condizione
permanente, come qualcosa che  sempre stato e che sarebbe
stato per sempre.
Era questo il modo in cui a quel punto ero arrivato a considerare
Nasreen: non un'eventualit, non un singolo momento,
ma una condizione permanente.
La cosa sorprendente del libro  questa imprevista compassione.
Anche nel momento del massimo tormento, Guy continua
a riconoscere qualcosa di umano e di commovente in fondo
al suo torturatore: una vulnerabilit, alla fine anche una complicata
onest, che lo rende diverso dall'altra gente e che gli merita
un certo riconoscimento, magari anche una particolare forma di
amore. Non posso dire di aver provato nulla di tutto questo per
Nasreen da quando  diventata mia nemica, ma, pu sembrare
strano, certe volte ho sentito che questa poteva essere una mia
carenza, forse proprio la carenza che fin dall'inizio mi aveva
esposto al suo assedio, e che forse, se fossi stato capace di esprimere
quel sentimento, avrebbe anche potuto risolvere il grande
senso di ingiustizia che la tormentava, qualunque fosse stata la
sua origine. Poi, per, penso a come reag al tentativo di Paula
di proporle un'apertura affettuosa, e di nuovo mi trovo davanti
a qualcosa che non pu comunque sciogliersi, qualcosa che va
al di l di qualunque tentativo di comprensione: una malvagit
senza alcuna vera logica o motivo, ma che semplicemente .
All'inizio dell'estate, tornando a casa trovai un messaggio del
detective Bauer. Lo chiamai al distretto.
Ho ricevuto una telefonata dalla signora, disse.
Cercai di atteggiarmi semplicemente compiaciuto: Grandioso!
Immaginavo che prima o poi lo avrebbe fatto.
Aveva ragione.
Il detective si schiar la voce. Era arrabbiatissima. Ha usato
un sacco di parolacce. Una cosa che non mi piace.
Chiesi perch fosse arrabbiata.
Non le  piaciuto sapere dai suoi parenti che doveva rispondere
alla polizia. In parte per questa ragione.
Che altro?
Sembra proprio convinta che lei abbia rubato il suo materiale.
Non pensai di dover ricordare al detective la follia delle
teorie di complotto di Nasreen.
Credo che se ne sia convinta da sola, dissi.
Ci fu un silenzio.
 vero che lei ha insegnato a Princeton?
S.
Ma non insegna pi l?
Be', per il momento no.
La ragazza dice che lei  stato licenziato perch l faceva le
stesse cose. Prendeva il lavoro degli studenti e lo vendeva ad
altri scrittori. Mi ha detto che questo  un fatto molto noto.
Avevo previsto un contrattacco, ma come sempre la spudorata,
sfacciata malvagit di Nasreen mi colse impreparato. Venni
attanagliato da una violenta sensazione. Mi sentii mentre spiegavo
al detective che avevo insegnato a Princeton per vent'anni
senza un contratto fisso, ogni volta per uno o due semestri, e tra
un incarico e l'altro spesso passavano diversi anni. Gli assicurai
che i miei rapporti con il corpo docente di Princeton erano ottimi,
che non avevo mai rubato i lavori degli studenti n ero mai
stato accusato di averlo fatto, che non c'era una particolare
ragione per la quale in quel momento non insegnavo l e che
sarei stato molto contento se avesse telefonato all'istituto di
letteratura per verificare quanto dicevo. Ma, mentre dicevo
queste cose, mi rendevo di nuovo conto di quanto deboli e fragili
fossero le mie parole a fronte di quelle di Nasreen. Il detective
non mi stava esplicitamente dicendo che le credeva, ma non
sembrava nemmeno disposto a respingere tout court l'ipotesi
che un mercato nero di lavori degli studenti fosse parte dello
scenario dei corsi di scrittura letteraria, con autori disperati che
compravano da docenti poco scrupolosi il materiale prodotto
dagli studenti dei seminari, e che in questo mercato io fossi un
noto trafficante. Ascolt in silenzio mentre parlavo, e quando
finii la sua risposta fu scoraggiante per il tono di freddo distacco.
Gli offrii ripetutamente il numero di telefono dell'istituto di
Princeton, ma ignor la mia proposta non perch credesse alla
mia parola, questa la mia sensazione, ma perch aveva deciso di
non andare pi a fondo in questa equivoca vicenda.
L'unica cosa che sembr inequivocabilmente pesare contro
Nasreen fu il suo linguaggio volgare, che aveva irritato il
detective come in precedenza i suoi riferimenti al consumo di
droga. Mi stupii un po' che un poliziotto americano, anche
molto riservato come il detective Bauer, potesse essere cos irritato
da un linguaggio volgare. Conferm pi volte la sua
disapprovazione per questo fatto e, per quanto potessi capire,
fu proprio questo forte senso del decoro a motivare la sua decisione
di continuare a considerarmi come vittima, anche se non
era pi cos sicuro che io non avessi colpe.
Lo ringraziai. Pensa che la smetter?
Mah, le ho chiesto se voleva passare il resto dell'estate chiusa
in una prigione di New York, e lei ha detto che sicuramente
non lo voleva. Per cui penso che la smetter.
E se non dovesse smettere?
Posso parlare con il procuratore, ma come le ho gi detto
non credo che abbia voglia di estradarla dalla California per un
reato minore.
Quindi se ignorer il suo avvertimento non c' proprio
nient'altro da fare?
Lo stavo sollecitando, ma avevo la netta sensazione che non
sarebbe stato facile continuare ad avere l'appoggio del detective
dopo questa conversazione.
Staremo a vedere. Forse possiamo mandare un'auto della
polizia al suo indirizzo per parlarle. Questa  una possibilit.
Posso chiamarla, quindi, se dovesse continuare a mandare
altre e-mail?
Come dicevo, penso che smetter, ma se dovesse continuare
allora certo, mi mandi i messaggi via fax e vedremo cos'altro
possiamo fare. D'accordo, signor Lasdun?
Riagganciai, dicendomi che in fondo questa era una buona
notizia. Ma restavo comunque depresso. Fra le altre cose,
Nasreen aveva dichiarato (cos mi sembrava) di avere nel mirino
il mio rapporto con Princeton. Voleva dire che aveva mandato
anche a loro un messaggio per denunciarmi come ladro e predatore
sessuale come quello che aveva mandato a Frank? Mi resi
conto, con un certo esausto timore, che avrei dovuto telefonare
al direttore dell'istituto di scrittura letteraria per saperlo.
Chiamai: non aveva mandato nulla, ma questo rese la conversazione
con il vecchio collega ancora pi ambigua e imbarazzante
di quanto non lo sarebbe stata se avesse mandato qualcosa. Se
l'avvertimento del detective Bauer si fosse dimostrato inutile,
mi dovevo aspettare una vita di conversazioni di questo genere.
Per qualche giorno ci fu silenzio. Mi sentii relativamente incoraggiato.
Poi arriv come messaggio inoltrato da YouTube un
video di PJ Harvey dal titolo: Hai mai sentito parlare di blocco
delle e-mail? Questo  il mio messaggio di addio. Ciao. Cosciente
di quanto fragile fosse la mia condizione mentale, cercai di prenderlo
come un buon segno, la prova che il detective Bauer aveva
impressionato Nasreen e che, nel suo modo incredibilmente irritante,
stava mollando. Dopo venti minuti arriv un altro video di
PJ Harvey. Non c'era messaggio, ma il titolo della canzone
sembrava significativo: Bitter Little Bird. Di nuovo mi dissi che
la cosa era incoraggiante: un tranquillo, modesto riconoscimento
che era arrivata alla fine. Poi arriv una canzone dal titolo Rid of
Me, sempre di PJ Harvey, con il messaggio Questa  l'ultima...
prometto. Ehehehe. La nota di sfida era inequivocabile, e i due
messaggi successivi confermarono, oltre ogni possibile dubbio,
che qualunque timore avesse avuto subito dopo la telefonata del
detective Bauer era stato superato e rimpiazzato da una beffarda
strafottenza. Lei  in arresto per aver inviato dei video di PJ
Harvey! diceva il primo dei due; il secondo: Mi farai estradare a
New York per dei video di PJ Harvey.  coooooos nazista. Alla
fine della giornata era tornata in pieno alla consueta risata fragorosa.
Il video era la canzone di Jay-Z Breathe Easy, e il messaggio:
Ah ah ah ah.
Avevo sempre avuto paura di quello che mi sarebbe successo,
psicologicamente, quando non fossi stato pi in grado di convincermi
che sarei riuscito a fermare le e-mail. Adesso quel momento
sembrava arrivato. Non che la minaccia del detective Bauer
non avesse avuto alcun effetto: la frequenza dei messaggi era
diminuita dopo il diluvio iniziale, e passavano giorni, certe volte
settimane senza che avessi notizie di Nasreen. Per un lungo
periodo di tempo i messaggi non furono pi esplicitamente
minacciosi e divennero pi indiretti. Ma a questo punto non mi
interessava pi il contenuto e nemmeno la frequenza delle
e-mail, quanto il fatto che ci fossero ancora. Nella mia nevrosi
da ipersensibilit era sufficiente che vedessi il nome di Nasreen
o uno dei suoi tanti pseudonimi nella mia casella postale per
mettermi in uno stato di ansia che poteva durare tutta la giornata.
Il loro significato, per me, era quello di una formale notifica
del fatto che non c'era nulla che io potessi fare per fermare
questo tormento. Un conto era galleggiare in una specie di
brodo medicinale immaginando il peggio, saziandomi di Patricia
Highsmith sapendo che il detective Bauer si stava occupando
del caso, ma a questo punto i fatti non erano pi avvolti dalla
tranquillizzante coperta della provvisoriet, ed era questa la
crudele realt. La malattia che avevo contratto era incurabile. Il
mio avversario era pi forte di me. In teoria questa potrebbe
sembrare un'utile lezione per un uomo a met strada del suo
viaggio esistenziale, ma si tratta di una lezione dura, e la si impara
con grande amarezza e dolore.
Per un po' di tempo rinunciai a telefonare al detective Bauer,
pi che altro perch non volevo uccidere l'ultimo barlume di
speranza, per quanto debole e certamente illusorio, che il fatto
di pensarlo in azione mi dava. Mi seccava anche recitare la parte
del timido cittadino che affida ogni aspetto del suo benessere
alle forze dell'ordine e della legge, invece che difendersi da solo.
Ma la logica della situazione sembrava aver sistematicamente
impastato sul mio viso la maschera dell'incapace fin dall'inizio
del dramma.
Quando finalmente lo chiamai era assente, ma pochi giorni
dopo mi lasci un messaggio chiedendomi di mandargli via fax
le ultime e-mail. Cosa che feci. Passarono poi settimane senza
sue notizie. Chiamai di nuovo e trovai una segreteria telefonica.
A quel punto tutti i poliziotti di servizio che rispondevano al
telefono conoscevano la mia voce, e la mia sensazione era che
fossi diventato la barzelletta del comando di polizia: il povero
professore perseguitato. Attaccai senza lasciare alcun messaggio.
Arriv l'inverno. Nel marzo 2009 lessi un articolo sul New
York Times su un caso di furto d'identit indagato dal procuratore
di New York, Robert Morgenthau, un caso molto simile
al mio. La situazione era canonica: uno studioso della Bibbia
molto criticato il cui figlio troppo zelante aveva assunto l'identit
di uno dei critici del padre e aveva cominciato a inviare
messaggi con il nome di quella persona, confessando di aver
plagiato il lavoro del padre. L'articolo concludeva citando le
parole di un assistente del procuratore, che qualificava l'episodio
come l'esempio di una tendenza crescente nel campo del
furto d'identit. Il figlio venne appunto accusato di furto
d'identit, sostituzione di persona e persecuzione aggravata,
con il rischio, se condannato, di dover scontare quattro anni di
carcere. Ritagliai l'articolo e lo inviai via fax al detective Bauer
con una lunga lettera di accompagnamento, nella quale spiegavo
la rilevanza per il mio caso. Non rispose. Conclusi, forse
ingiustamente, che aveva deciso di aver fatto tutto quello che
poteva per questo strano affare.
Tutto sommato non potevo dargli torto.
...
.
...
PARTE QUARTA.
...
.
...
MOSAICO.
...
.
...
Mi sento a disagio quando mi confronto con le mie stesse opere...
Freud, Mos e il monoteismo.
...
.
...
Nell'anno 1700, un gruppo di ebrei polacchi emigr a
Gerusalemme. Il viaggio era stato duro, e al loro arrivo erano in
cattive condizioni di salute e senza soldi. Prendendo in prestito
del denaro dalla comunit araba costruirono una sinagoga nel
quartiere ebraico, non lontano dal Muro del Pianto. Ma il loro
capo mor, e da l a poco non riuscirono a pagare il debito cos
che i creditori bruciarono l'edificio. Da allora il terreno sul
quale era stato costruito  conosciuto come Hurva, che in ebraico
vuol dire rovina.
Per pi di un secolo la rovina  rimasta indisturbata, fino a
quando, nel 1864, sul medesimo sito venne costruita un'altra
sinagoga, questa volta da ebrei lituani seguaci dell'influente
rabbino noto con il nome di Vilna Gaon, il Genio di Vilnius.
L'edificio, disegnato dallo stesso architetto del sultano turco,
era nello stile delle moschee di Costantinopoli, archi e volte,
domin il profilo urbano del quartiere ebraico per oltre un
secolo e cominci a essere considerato come la sinagoga ufficiale
di Gerusalemme Vecchia. Theodor Herzl vi tenne i suoi
discorsi. Il primo alto commissario britannico, Sir Herbert
Samuel, fece una visita ufficiale alla sinagoga nel 1920. Ma nel
1948, durante la Guerra d'indipendenza, anche questa sinagoga
venne distrutta, fatta saltare dall'esercito giordano al suo ingresso
in citt.
Il rabbino Vilna Gaon, figura molto rispettata nel giudaismo
ortodosso, fece una profezia secondo la quale sarebbero state
costruite tre versioni della sinagoga di Hurva, e che il completamento
della terza versione avrebbe comportato la ricostruzione
del Grande Tempio di Gerusalemme. La ricostruzione del
Tempio  il sogno di tutte le professioni religiose dell'ebraismo,
e viene associata in vario modo all'arrivo del Messia ebraico, alla
seconda venuta di Cristo, all'Estasi e alla Fine del Mondo.
Nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni, gli israeliani riconquistarono
la Citt Vecchia e posero mano alla ricostruzione del
quartiere ebraico, che era stato in larga parte raso al suolo. Il
progetto era coordinato dal sindaco di Gerusalemme, Teddy
Kollek, uomo colto, liberale, figura leggendaria dallo spirito
aperto e dall'instancabile energia. Nel corso dei lavori Kollek si
occup delle rovine della sinagoga di Hurva e ne propose una
nuova realizzazione: la terza, fatale versione.
Le sue ambizioni per questa versione erano grandiose e di
scala internazionale. L'edificio sarebbe stato un manifesto civile
e architettonico, il monumento della sua visione della nuova
Gerusalemme, riunita, aperta, globale. Il primo architetto che
incaric fu Louis Kahn, un pioniere dell'architettura moderna,
che ci lavor fino alla sua morte nel 1974. Il progetto di Kahn fu
apprezzato ma alla fine non venne adottato, e tutta l'iniziativa si
insabbi. Nel 1978 Kollek riprese in mano il progetto, nominando
un nuovo architetto al quale espose in dettaglio la sua
esaltante visione dell'edificio.
Credo veramente che vedremo sorgere un centro religioso
e spirituale dell'ebraismo mondiale.
Il nuovo architetto era mio padre. Per molti anni viaggi tra
Londra e Gerusalemme, lavorando quasi esclusivamente su
questo progetto. Non era un uomo particolarmente religioso (e,
sebbene si sia sempre sentito e pubblicamente dichiarato ebreo,
il suo ebraismo era complicato dal fatto che era stato battezzato
cristiano), ma aveva una sorta di rispetto agnostico per i grandi
misteri religiosi, specialmente per come erano rappresentati
dalle grandi chiese e dai templi dell'antichit. Lo affascinavano
gli spazi della liturgia cerimoniale; sentiva molto il numinoso
(fra le sue parole preferite) sia nella natura che nell'architettura,
e aveva sempre sognato di progettare un edificio religioso.
Come Kahn, dedic molto tempo e molte energie per capire
quale architettura avrebbe potuto esprimere oggi il significato
di una cattedrale dell'ebraismo nella Citt Antica di Gerusalemme.
Come Kahn, propose un'idea assolutamente moderna. E,
come per il progetto di Kahn, non se ne fece nulla.
Poco tempo prima che il progetto venisse abbandonato, mi
prese da parte per farmi vedere una lettera che era stata mandata
al suo ufficio. Il suo progetto era stato pubblicato sull' Architectural
Review, e la lettera consisteva in una fotocopia dell'articolo
con violente scritte antisemite scarabocchiate sulle pagine.
Non avevo mai visto nulla di simile in vita mia (ero poco pi che
ventenne). Era come una scheggia proveniente da un blocco di
sostanza concentrata della quale avevo solo sentito parlare, o
che avevo tutt'al pi incontrato nello stile molto diluito caratteristico
della buona societ inglese, dove qualche volta si poteva
usare la parola ebreo per indicare qualcuno particolarmente
attaccato al denaro. Guardammo insieme la lettera, poi mio
padre la ripose chiedendomi di non farne parola con mia madre.
Mi ricordai di questa lettera quando iniziarono gli attacchi di
Nasreen e ci pensai spesso, in seguito, quando gli attacchi continuarono.
L'antisemitismo esplicito  raro oggi, e mi sembr
interessante notare che sia mio padre che io - nessuno dei due
particolarmente rappresentativo dell'ebraismo - siamo stati
entrambi oggetto di questo genere di aggressione.
Ma che significato aveva questa coincidenza? Una parte di
me riteneva che, obiettivamente, non significasse proprio nulla.
Di sicuro non volevo interpretarla come prova che l'antisemitismo
sia diffuso ovunque, strisciante sotto la pelle sottile di una
civilt esausta. Quel modo di pensare, perenne tentazione per
membri di gruppi di minoranza,  una facile scusa per incolpare
gli altri dei propri guai, e credo veramente che sia una cosa alla
quale ci si deve opporre, anche quando sembra giustificata.
Ma, nello stesso tempo, una parte di me continuava a pensare
a questa ricorrente, curiosa circostanza, e a studiarla come se
fosse un enigmatico messaggio che avrebbe anche potuto rivelarsi
valido se solo fossi riuscito a spiegare di cosa si trattava.
Quando si  sottoposti a un forte stress e quando l'origine dei
nostri guai sembra sottrarsi alla comprensione razionale, si
comincia ad attribuire un'enorme importanza a ogni circostanza
che in qualche modo ci intriga. Queste cose diventano la tua
linea: le chiavi di interpretazione che, se usate correttamente, ti
consentiranno di entrare nei misteri che hai di fronte.
Nel marzo 2010 un'inattesa serie di eventi associata alla lettera
di mio padre sembr fornire proprio la chiave di interpretazione
che collegava il campo professionale di mio padre,
eminentemente pubblico, al mio, in gran parte privato, e questo
in modi che trovai irresistibilmente interessanti.
Cominci con l'annuncio del governo israeliano di un piano
per la realizzazione di un nuovo, vasto insediamento residenziale
nella zona orientale di Gerusalemme. In quel momento era
presente in Israele per i colloqui di pace il vicepresidente degli
Stati Uniti, Joseph Biden, e l'annuncio scaten un forte scontro
diplomatico. Inizialmente non seguii da vicino la faccenda, ma
dopo pochi giorni emerse dal dibattito un argomento che
riguardava proprio la sinagoga Hurva, e il fatto colse immediatamente
la mia attenzione.
Teddy Kollek era morto nel 2007 dopo essersi ritirato dalla
politica anni prima, e ritenevo che il progetto Hurva fosse stato
dimenticato da molto tempo. Ma evidentemente non era cos.
Dopo tutti questi anni la sinagoga era stata ricostruita: non
come edificio moderno, ma come copia, pietra su pietra (cos
scrivevano i giornali) del precedente edificio ottomano. Stava
per essere ufficialmente inaugurata, e la notizia, da subito collegata
all'annuncio del nuovo insediamento, scaten le furiose
reazioni dei palestinesi. Hamas aveva indetto un giorno di
rabbia per protestare contro l'inaugurazione. Al-Fatah accus
gli israeliani di giocare con il fuoco. I rappresentanti di
entrambe le organizzazioni citarono esplicitamente la profezia
di Vilna Gaon. Sostenevano che, alla luce delle parole del
rabbino, la ricostruzione della sinagoga fosse l'evidente dichiarazione
dell'intenzione di ricostruire il Tempio, e doveva quindi
essere considerata come un deliberato attacco ai due sacrari
musulmani che sorgono oggi sul Monte del Tempio, o Haram
Ash-Sharif (come lo chiamano i musulmani): la Cupola della
Roccia e la moschea Al- Aqsa. Membri arabi della Knesset misero
in guardia il governo israeliano sulla possibilit di una terza
intifada. Tremila poliziotti vennero allertati per la cerimonia
d'apertura.
Pi leggevo e pi la cosa mi intrigava. Nell'incubo nero nel
quale ero piombato a seguito degli attacchi di Nasreen, ero
attratto in modo perverso dalla scoperta di un collegamento
della mia famiglia con questa storia apocalittica.
A quel punto avevo gi cominciato a pensare di scrivere qualcosa
su Nasreen. Fui spinto, all'inizio, da motivi puramente
difensivi, ma ci fu uno specifico incidente che fece scattare la
decisione. Mi avevano invitato a presentare domanda per un
incarico di insegnamento in un college vicino a casa mia, e stavo
aggiornando il mio curriculum quando mi arriv un'e-mail di
Nasreen. Si trattava di un link a un sito sul quale aveva postato
un lungo articolo sul trauma che le era stato inflitto dal suo
tronfio ex professore, che aveva vinto ricchi premi "scrivendo"
storie basate sulle mie condizioni disperate e via dicendo.
L'arrivo del messaggio proprio in quel momento sembr
confermare i miei peggiori presagi: che se mi fosse stato offerto
questo o qualunque altro incarico, prima o poi Nasreen avrebbe
contattato il college e io avrei dovuto rivivere le mortificanti scene
che mi era toccato affrontare con gli altri miei committenti.
Stavo per rinunciare alla presentazione della domanda quando
mi resi conto che, se avessi avuto un mio sito Web, avrei
potuto metterci la storia di Nasreen completa di e-mail esemplificative
e usarlo come riferimento al quale indirizzare la gente in
caso di necessit. Non mi avrebbe protetto dal sospetto che
investe chiunque sia accusato di certi delitti, ma mi avrebbe
almeno in parte risparmiato la sgradevole situazione di dover
continuamente rispiegare la storia.
Creai il sito, jameslasdun.com (mi sembr un miracolo che
Nasreen non si fosse ancora appropriata del dominio), ma per
qualche ragione non riuscii a trovare il tono giusto per raccontare
la storia. Proprio come avevo capito parlando con l'FBI, pi provavo
a essere neutro e obiettivo e pi suonavo fuori di testa. Anche
il materiale che misi sul sito, banali informazioni sull'autore, risulta
un po' ossessivo, me ne rendo conto oggi. Questo  il sito
ufficiale dello scrittore James Lasdun, comincia, e l'unica fonte
attendibile di informazioni sul suo lavoro... L'ho lasciato online
come commemorazione del mio momento di paranoia.
Mentre cercavo di organizzare il sito, mi resi conto che, se
avessi analizzato in modo pi approfondito certi aspetti della
storia di quanto non stessi cercando di fare con un resoconto
strettamente legale, c'era il potenziale per innescare quella
forma di potente energia che pu dar vita a un libro - un libro
a cui sarei stato interessato sia come scrittore che come lettore:
di ampio respiro, sorprendente, ma strutturato dalla tensione di
un unico, fondamentale conflitto.
Sarebbe stata un'impresa rischiosa: questo era chiaro dall'inizio.
Oltre ai soliti problemi che la scrittura di un libro comporta,
ci sarebbero stati altri aspetti meno usuali da considerare. La
necessit di usare indirizzi e-mail privati in una storia di plagio
e di violazione della privacy era un'ironia che avrei dovuto
affrontare. Inoltre, prima di cominciare avrei dovuto avere,
inutile dirlo, il pieno consenso di mia moglie e della mia famiglia.
Non sarei sopravvissuto a questo dramma senza il forte
aiuto di K., e non volevo certamente mettere tutto questo a
repentaglio pubblicando un libro contro il suo parere (fu d'accordo
senza esitazione). Poi c'erano anche aspetti legali che
avrebbero dovuto essere attentamente considerati (e risolti) con
la collaborazione di un potenziale editore. Anche se fossi stato
in grado di sistemare tutti questi aspetti da solo ci sarebbero
certamente stati lettori - sia quelli onesti sia quelli che si offendono
per professione - che sarebbero stati contrari alla sola idea
di un libro del genere, e questo era qualcosa che sapevo di dover
accettare in anticipo. Infine, come fece notare uno degli avvocati
che consultai, c'era anche il problema di quale sarebbe stata
la rappresaglia della stessa Nasreen. Mi stavo mettendo in guai
ancora peggiori? Far il possibile per screditarti, avvert
l'avvocato. Ma non era gi accaduto? Certo era difficile immaginare
insinuazioni pi massacranti di quelle che aveva gi fatto. E
dal momento che le insinuazioni - di plagio, di compravendita
dei suoi scritti con la complicit della mia cabala ebraica, di aver
organizzato il suo stupro alla rivista per cui lavorava ancor prima
che fossi il suo insegnante al Morgan College e tutto il resto -
erano tutte artatamente fabbricate, non sarebbe stata la chiarezza
di una pubblicazione il modo migliore per distruggerle?
Non avevo tenuto copia di tutte le e-mail che le avevo mandato
nella fase iniziale della nostra corrispondenza, ma lei le aveva
(o cos affermava), e questi messaggi avrebbero chiaramente
provato che la apprezzavo e che avevo calorosamente appoggiato
il suo lavoro. Ma non c'era nulla, nei miei ricordi, che potesse
imbarazzarmi (certamente nulla di pi imbarazzante di quanto
non sia contenuto nei messaggi che avevo tenuto e che ho gi
citato). Dovevo comunque ipotizzare, conoscendola, che avrebbe
cercato di pensare a qualche modo per usarli contro di me, e
mi resi anche conto che questo era un pericolo al quale dovevo
rassegnarmi.
Nonostante tutti questi evidenti ostacoli, pi ci pensavo e pi
il progetto mi sembrava convincente. La straordinaria capacit
di Nasreen di irritarmi - le mie piccole nevrosi e incertezze che
lei aveva cos intelligentemente intuito e sfruttato - avevano
fatto di lei, potenzialmente, un soggetto chiarissimo e illuminante
del mio interesse per il fondo oscuro di me stesso. Ci
sarebbe stata la struttura del caso in s, ma oltre a questo, se ci
fossi riuscito, ci sarebbe stata la storia di pi ampio respiro dei
ricordi, dei viaggi, dei ritratti, delle osservazioni - tutti gli svariati
brandelli di psicosi che si erano inseriti nell'orbita del dramma
che aveva monopolizzato la mia attenzione a questo punto
per pi di tre anni. Ci vidi una collocazione per la mia famiglia,
per mio padre, per il periodo in Provenza, per il mio viaggio in
treno attraverso il paese, per il mio interesse nei problemi di
responsabilit morale, onore e reputazione, desiderio e repressione,
per svariati personaggi storici, leggendari e letterari, per
un'analisi di cosa significa sentirsi maschio di mezza et, scrittore
di irreprensibili (autoasserite) convinzioni liberal pubblicamente
accusato dei pi indecenti comportamenti e per un
racconto di ci che accade quando un ebreo tiepidamente
credente, nemmeno totalmente kosher, si trova coinvolto in una
tempesta di violento antisemitismo.
Tutto questo, lo voglio ammettere, pu anche essere stato
dettato solamente dalla falsa emotivit della disperazione: la
consapevolezza che dovevo fare qualcosa se non volevo buttarmi
da un ponte, che scrivere  la cosa che so fare meglio e che,
a quel punto, l'unico argomento del quale riuscivo a scrivere era
Nasreen.
Ancora prima che la storia della sinagoga Hurva uscisse sui
giornali avevo pensato che prima di scrivere questo libro sarei
dovuto andare a Gerusalemme. La mia idea era di collocarmi
nel cuore geografico e spirituale dell'ebraismo, in modo da
poter riconsiderare quello che mi era successo dal punto di vista
della pi profonda e intima associazione con la condizione di
essere ebreo (per me cos astratta).
In particolare mi ero immaginato di essere al Muro occidentale
(che una volta si chiamava Muro del Pianto), le cui pietre,
secondo i veri credenti, contengono la Divina Presenza, la
Shechina, il suo rifugio terreno in attesa della ricostruzione del
Grande Tempio. Sarei stato al Muro al tramonto dello Shabbat,
immerso nel campo di forze della sacra osservanza che l si 
distillata nei secoli, e avrei meditato sul mio lungo e strano
dramma.
Ma purtroppo non ero nella posizione di collocarmi in una
lontana citt solo perch pensavo che sarebbe stato utile per
scrivere un libro. E, anche se lo fossi stato, avrei dovuto superare
lo stato di pesante inerzia al quale ero ridotto in quel momento,
per non considerare la mia personale avversione nei confronti
dei progetti mossi da atti di volont piuttosto che dalla forza
della necessit. Per cui ci pensai a lungo, ma senza fare nulla per
realizzare l'idea, con il vago desiderio di essere teletrasportato a
Gerusalemme.
Poi, totalmente inaspettato, il direttore di una rivista mi
scrisse un'e-mail chiedendomi se avessi qualche idea per un articolo.
Gli inviti di questo genere mi capitano molto raramente
(l'ultimo che avevo ricevuto, infatti, era quello per il quale avevo
preso il treno per andare a Los Angeles, diversi anni prima), fu
quindi inevitabile che il fatto mi colpisse come un accidente
eccezionale e per nulla fortuito: era di fatto una conferma del
mio principio di accettazione passiva; il mondo esterno che
veniva a bussare alla mia porta proprio quando ne avevo bisogno
e proprio per il giusto motivo. (Questo febbrile entusiasmo
privo di un vero motivo era diventato in quei mesi la mia condizione
mentale sempre pi dominante.) Risposi proponendo un
articolo sulla sinagoga di Hurva. Sarebbe stato un racconto di
politica, storia e architettura, dissi al direttore; in parte memoria,
in parte saggio, in parte documento di viaggio. Sarei prima
dovuto andare a Londra per consultare la documentazione su
Hurva negli archivi di mio padre e poi, naturalmente, sarei
dovuto andare a Gerusalemme... Mi sembr corretto dire all'editore
che avevo anche altri motivi oltre all'articolo per andarci
e gli raccontai la storia di Nasreen. (Inoltre ero preoccupato del
fatto che lei avrebbe potuto scrivere qualcosa di sgradevole alla
rivista una volta uscito l'articolo, e volevo mettere le mani avanti.)
Si dichiar interessato; considerammo anche l'ipotesi di
citarla nel pezzo. Alla fine decisi di no, ma fu molto utile per me
sapere che tutti i miei motivi erano, per cos dire, in chiaro. Su
queste cose ero diventato pedantemente scrupoloso.
Poche settimane dopo ero sull'aereo.
A Londra passai una giornata a consultare l'archivio di mio
padre al Victoria and Albert Museum. (Scrivere queste parole
mi provoca una certa ilarit: l'archivio di mio padre al Victoria
and Albert Museum - il modo in cui quel vago tocco di delirante
grandezza connota ogni aspetto della vita di mio padre...
Era una persona esuberante, appassionata e battagliera, spesso
intristita dalla depressione. Da questa articolata personalit
emanava paradossalmente una sensazione di imperiosa serenit.
C'era l'essere umano vulnerabile, steso nell'oscurit sul divano
del soggiorno a curarsi le ferite dopo qualche attacco sulla stampa,
ma c'era anche il personaggio dall'innato e imperturbabile
tratto regale, il vero elemento portante del suo intimo essere.
Avevo vissuto in Inghilterra per quasi trent'anni, e mi sembrava
che ovunque andassi capitavo vicino a uno dei suoi edifici.
Erano parte della base geografica, quasi geologica, della mia
stessa esistenza. Quando lavoravo a Bloomsbury, andando a
pranzo passavo davanti alla Scuola di studi orientali e africani
oppure a un altro degli edifici della London University che
aveva progettato. Quando vivevo a Highgate e andavo a trovare
la mia ragazza a Londra Sud, sul percorso trovavo il Royal
College of Physicians a Regent's Park, la Hallfield School a
Paddington e poi il National Theatr e la sede dell'IBM a South
Bank. Quando andavo a trovare gli amici a Cambridge, mentre
andavamo in giro il Fitzwilliam College o il Christ College ci
sovrastavano per tutta la giornata. La grande dimensione e le
austere facciate di questi edifici, per non parlare del fatto che
erano quasi sempre architetture discusse, il che comportava
un costante pericolo per il mio orgoglio filiale, che spesso veniva
sfidato da qualcuno che esprimeva giudizi severi su di loro,
rendevano la loro presenza per me ancora pi importante e
gigantesca, mentre la loro forma, spesso piramidale, conferiva
loro, e per estensione al loro autore, un'aura immancabilmente
faraonica. Ripensandoci oggi mi rendo conto di quanto sia eccezionale
per chiunque, anche per un architetto di successo, definire
la forma fisica del mondo in modo cos determinante. Ma
mio padre spiegava, senza arroganza e senza darsi delle arie, che
per lui averli disegnati cos era un fatto assolutamente naturale,
e per molto tempo anch'io la pensai cos. Lui e i suoi edifici
erano per me elementi della natura come le montagne e le pianure.
Anche oggi, sapendo quanto eccezionale e innaturale fosse
tutto, quanto dure siano state le battaglie che dovette sostenere
per realizzare tutto quello che concep, con quanti dubbi e con
quante incertezze dovette vivere, non riesco a dimenticare
quell'aura di regalit che emanava da lui. Per questo per me 
impossibile parlare come se niente fosse del suo archivio al
Victoria and Albert Museum senza sorridere della mia involontaria
ammissione dell'idea che sia affatto normale e irrilevante
avere la propria documentazione depositata al V&A dopo la
morte.)
L'archivista aveva portato il materiale relativo al progetto
Hurva - cinque scatole d'archivio nere - nella sala di consultazione
dei documenti di architettura. I fogli erano pieni di note,
minute, appunti e corrispondenze relativi a ogni problema,
dalle scadenze di pagamento al confronto delle tradizioni architettoniche
dell'ebraismo e del cristianesimo. C'era moltissimo
materiale di incredibile interesse per il mio articolo: scontri e
riconciliazioni via telex tra Teddy Kollek e mio padre; verbali
delle riunioni con diplomatici israeliani a Londra e con funzionari
del governo a Gerusalemme; ritagli di stampa che tracciavano
il progredire dei lavori dalla posa della prima pietra fino
all'abbandono del progetto quando divenne chiaro che il primo
ministro, Menachem Begin, voleva una copia e non un edificio
moderno. (Diciotto anni dopo la sua morte si vide come avesse
prevalso la volont di questo capo ultraconservatore.)
E c'era anche la lettera, la lettera d'odio che mio padre mi
aveva mostrato nel 1982. In una grossa busta bianca. Sulla busta
era stata disegnata una svastica, per cui mio padre dovette capire
immediatamente cosa ci avrebbe trovato. Con cautela, estrassi
l'articolo fotocopiato sul quale era stato scritto il messaggio.
Tutte le righe dell'articolo erano state cassate da un tratto nero
(mi ero scordato di questo dettaglio), e in cima a ogni pagina
c'era scritto al quds. non questo (Al Quds  il nome arabo di
Gerusalemme). A fianco c'era un nome, presumibilmente quello del mittente, scritto anch'esso in grossi caratteri: jaweed
karim. Scarabocchiate sulle foto del modello e sui disegni di
mio padre c'erano frasi come pericolo ebrei in circolazione
e strani sarcastici insulti: sinagoga a uso degli omosessuali e
cos via. C'erano disegni di svastiche eguagliate alla Stella di
Davide, come si vedono oggi sugli striscioni di protesta, e anche
un'aperta minaccia: se progetterai questo morirai presto.
C'era anche la strana associazione tra vittime e oppressori, che
 un tratto distintivo dell'antisemitismo rispetto alle altre forme
di razzismo e che era una caratteristica saliente dei messaggi di
Nasreen: aveva ragione hitler a mettere gli ebrei nelle
camere A gas su una facciata, e sull'altra: questa  l'economia
degli ebrei la gente sporca sa solo massacrare la gente.
Da Londra presi un aereo per Israele, arrivando a Gerusalemme
verso sera. Era l'ultima settimana del Ramadan e la citt
era tranquilla. Il mio albergo, un'ex villa privata, era nella zona
orientale di Gerusalemme, la parte araba della citt. Mi era stato
raccomandato come posto dove si poteva incontrare gente interessante:
operatori di organizzazioni non governative, giornalisti,
operatori politici impegnati sui due fronti del conflitto.
L'idea di esporre le mie radici tribali a una modesta sollecitazione
geografica era parte dell'interesse.
Fui tentato in un primo tempo di restare in albergo per la
serata, rilassarmi nel giardino illuminato dalle candele, ma mi
costrinsi a uscire. Il portiere mi diede le indicazioni per raggiungere
la Citt Vecchia, quindici minuti a piedi. Le strade erano
buie e quasi vuote. Due giorni prima un'auto di coloni era caduta
in un'imboscata e i quattro passeggeri erano stati uccisi e,
sebbene la cosa fosse successa sul West Bank, a molti chilometri
da Gerusalemme, era diverso pensarci in Nablus Road che
leggerlo nella cucina di mia madre a Londra. Camminai di buon
passo.
Vicino alle mura medievali della Citt Vecchia le strade erano
pi popolate. Gli scalini che scendevano alla Porta di Damasco
erano bene illuminati, c'erano venditori di kebab e di zucchero
filato che servivano la folla di gente che rompeva il digiuno della
giornata. Un uomo gonfiava palloncini argentati da una bombola
di elio striata dalla ruggine. Un altro offriva bevande fluorescenti
in sacchetti di plastica. Attraversai la porta che d su
El-Wad Road, uno degli stretti vicoli che attraversano il quartiere
arabo. Qualche negozio era ancora illuminato, ma la maggior
parte delle piccole botteghe era chiusa per la serata. In alto,
lampioni dalla magica luce azzurrina appesi fra i tetti si stagliavano
contro il cielo nero. Uomini con il caffetano, donne velate
e gruppetti di ragazzini percorrevano lo stretto vicolo. L'aria era
calda, piena degli odori del cibo, e animata da scoppi di rumore
provenienti dalle radio: musica popolare araba e la cantilena
delle preghiere urlata dagli altoparlanti. Dietro un angolo, una
luce soffocata attorno alla quale un gruppo di uomini seduti
davanti a una bottega su seggiole sgangherate fumava i narghil.
Mi guardarono passare e io guardai loro, attratto dalla loro tenera,
morbida affezione alle pipe: i lunghi tubi arrotolati come
code tenuti in una mano, le bollicine di fumo che salivano attraverso
gli stomaci di acqua torbida.
Mangiai in un piccolo ristorante e vagabondai attraverso un
labirinto di vicoli, incerto se preoccuparmi o meno del buio.
Quando uscii su quella che doveva essere la Souk Khan al-Zeit
Road, tornando verso la Porta di Damasco vidi davanti a me tre
ebrei ortodossi, un padre e due figli, giacche e cappelli neri,
padre barbuto e corpulento, i figli con i pantaloni al ginocchio,
lunghe ciocche di capelli che accarezzavano le loro guance pallide.
Fui sorpreso di vederli proprio l, nel cuore del quartiere
arabo. Camminando dietro di loro pensai che forse appartenevano
a una di quelle sette religiose nazionaliste che avevano
comprato edifici a Gerusalemme Est. Camminavano con passo
deciso lungo la strada con quella che sembrava una certa voluta
distratta attenzione. Fuori dalla porta tagliarono decisi attraverso
la folla, su per gli scalini. Si sent dal centro un forte botto, e
per un istante pensai che fosse una fucilata; ma era solo lo scoppio
di un palloncino di elio, e i tre continuarono nel loro cammino
senza alcuna esitazione e scomparvero pi in alto nella via.
Il mattino dopo Misha, amico di un mio amico, mi accompagn
per una visita della citt. Misha  cresciuto in America e si
 trasferito a Gerusalemme pochi anni fa.  uno scrittore e
traduce libri, sta finendo un dottorato con una tesi sul romanzo
di Isaac Bashevis Singer Il penitente. Mi piace Singer, ma quel
libro non l'avevo letto.  la storia di un uomo d'affari americano,
donnaiolo, mi raccont Misha, che, dopo un viaggio a
Gerusalemme, si spoglia di tutti i suoi beni per seguire gli
ultraortodossi Haredim. Gli promisi di leggere il libro, anche se mi
sembr un po' troppo severo per i miei gusti.
Camminammo attraverso la Citt Vecchia per stradine
tortuose, passando davanti ai ruderi dei palazzi Mamluk e scendendo
lungo la Via Dolorosa nella densa folla di pellegrini
cristiani piegati sotto pesanti croci fino al quartiere ebraico. Gli
edifici qui erano moderni, ma rivestiti con il tufo dorato di
Gerusalemme, che credo fosse obbligatorio per tutte le nuove
costruzioni. Era gradevole alla vista, ma creava una atmosfera
vagamente irreale, come una scenografia teatrale. Gli uomini
erano quasi tutti ortodossi Haredim il cui abbigliamento tradizionale
portato su uno scooter o mentre parlano al cellulare
sembrava impastare nel presente tante ere diverse. Sulla piazza
Hurva ci fermammo a guardare la nuova sinagoga. Anche questa
era rivestita con pietra di Gerusalemme, ma leggermente pi
chiara rispetto agli edifici vicini, cosa che le dava un aspetto
crudamente nuovo, mentre la sua forma evidentemente antica
- la bassa volta appoggiata su un cubo schiacciato formato da
quattro grandi archi con torri innestate sugli angoli - confermava
la sensazione di confusione temporale. Presi qualche rapido
appunto di prima impressione per il mio articolo e poi proseguimmo.
Dopo la Porta di Jaffa entrammo nelle larghe strade soleggiate
della Citt Nuova. Parlando, Misha si defin come socialmente
progressista, ma abbastanza conservatore per quanto
concerne la sicurezza. Nonostante o forse proprio per questo,
con molto tatto mentre camminavamo mi fece notare le varie
ingiustizie della politica municipale. Nel quartiere di Silwan mi
spieg come fossero stati sfruttati i regolamenti per la sicurezza
degli edifici per giustificare il sequestro e la demolizione delle
case degli arabi. A Marmila mi mostr il sito previsto per ci che
incautamente si sarebbe dovuto chiamare Museo della tolleranza,
la cui costruzione era stata bloccata per le proteste internazionali
scatenate dalla sua collocazione sopra un cimitero
musulmano. Parlammo di queste proteste e dell'ostilit generale
che era andata crescendo contro Israele negli ultimi ventanni:
il boicottaggio accademico, il boicottaggio dei consumatori,
il paragone con il Sudafrica dell'apartheid e via di seguito.
Avevo pensato molto a queste cose da quando era iniziata
l'aggressione di Nasreen. Israele e i palestinesi occupavano
costantemente i titoli di testa dei giornali. A fine 2008 c'era stata
l'invasione di Gaza, ma dalla regione erano arrivate brutte notizie
per tutto l'anno. Mi ero sentito coinvolto dal conflitto come
mai prima di allora, ero stato costretto a schierarmi e nello stesso
tempo non mi era stato possibile assumere una posizione
definita. Dove si collocasse il confine tra un'onesta critica di
Israele e l'antisemitismo era un problema che cominciava a interessarmi
molto, forse perch stavo anche cercando di stabilire a
che punto l'aggressione personale di Nasreen contro di me da
legittima protesta (almeno dal suo punto di vista) diventasse
voluta, perfida diffamazione. Il movimento del boicottaggio
sembrava in qualche modo invischiato in questo stesso problema,
ma devo riconoscere che nei suoi confronti avevo sensazioni
molto confuse.
Ricordai la vicenda di un professore di sinistra della
Ben-Gurion University cui, a quanto pare, fu richiesto dagli
editori del giornale inglese Political Geography di inserire
una dichiarazione che paragonasse Israele al Sudafrica dell'apartheid
se voleva che un suo articolo (scritto insieme a un
docente palestinese, in realt) venisse accettato. Qualunque
cosa uno pensasse del paragone, la richiesta era ovviamente
stupida e sbagliata. Ma non tutto si poteva liquidare cos facilmente,
almeno non per me. Alcuni anni fa, ad esempio, un
gruppo di luminari dell'architettura fece circolare una petizione
che chiedeva di boicottare gli architetti coinvolti nell'industria
degli insediamenti. Tra i firmatari c'erano molti ebrei inglesi e
almeno un ex collega di mio padre. Non credo che mio padre
l'avrebbe firmata se fosse stato ancora vivo (non firmava quasi
mai nulla), ma la cosa l'avrebbe disturbato, e comprendendo le
argomentazioni della petizione penso si sarebbe chiesto se non
fosse stato proprio opportuno che il suo coinvolgimento con la
sinagoga Hurva fosse finito quando fin.
Certo, la ricostruzione di una sinagoga nel quartiere ebraico
della Citt Vecchia non aveva nulla a che vedere con l'industria
degli insediamenti, quindi da quel punto di vista sarebbe stato
perfettamente a posto anche se il suo progetto fosse stato realizzato.
O cos sarebbe sembrato a quel tempo. Ma, secondo un
libro che avevo letto preparando il mio articolo, anche questo
oggi era discutibile. Il libro Reinventing Jerusalem di Simone
Ricca sosteneva la tesi molto provocatoria che la ricostruzione
del quartiere ebraico dopo la conquista della Citt Vecchia da
parte degli israeliani nel '67 non era la ricostruzione storicamente
corretta di una citt gi esistente, come si voleva far credere,
ma si inquadrava piuttosto in un calcolato, trionfalistico
programma di fabbricazione di una tradizione storica ebrea.
Kollek, nella versione di Ricca, da illuminato visionario si
trasforma in una figura ambigua, che cerca di convincere il
mondo che ci sia stata una presenza storica ebraica nella Citt
Vecchia molto pi sostanziale di quanto in realt non sia mai
stato. Lui e i suoi colleghi, con le demolizioni, gli espropri, l'archeologia
selettiva e l'illusione ottica dell'architettura, hanno
fatto, secondo Ricca, non una ricostruzione ma un nuovo insediamento,
di fatto l'archetipo degli insediamenti: il modello
materiale e quello che  stato di fatto l'ispiratore per quasi tutti
gli insediamenti che sono seguiti nella sua scia (elemento indispensabile
di questa pretesa storica sulla Terra d'Israele  la
continuit con il vecchio quartiere ebraico). La sinagoga Hurva,
con la spianata da poco aperta sotto il Muro occidentale, avrebbe
dovuto essere il cuore di questo insediamento. Non so
come avrebbe reagito mio padre se il progetto gli fosse stato
presentato in questi termini invece che in quelli di Kollek, pi
nobili e affascinanti, di punto focale dell'ebraismo mondiale,
ma immagino che avrebbe avuto seri dubbi.
Quale che sia la verit, le implicazioni di questo edificio mi
parvero pi incendiarie che mai quando finii il libro, e il pensiero
della mia (ancorch vaga) connessione mi dava una certa
oscura soddisfazione. La cosa aveva anche a che fare con Nasreen,
che fu una presenza costante nella mia mente durante quel viaggio.
Sembrava collocare il nostro conflitto in un quadro pi
solenne e dignitoso e, in qualche modo, faceva di me un avversario
pi importante e pi illustre dell'imbroglione che la sua teoria
comportava. Meglio essere implicato nei peccati originali della
storia di Israele che in una squallida storia di plagio.
Mentre con Misha discutevamo di quanto il mondo sembrasse
essere affascinato dalla politica israeliana, citai una frase dal
libro di Saul Bellow Gerusalemme: andata e ritorno, che stavo
leggendo per il mio articolo (contiene anche un vivace ritratto
di Kollek al tempo dei suoi rapporti con mio padre): Israele e
i palestinesi sono, per il bisogno di giustizia degli occidentali,
quello che la Svizzera  per gli sport invernali - una specie di
luogo di vacanza morale.
Misha apprezz la frase. Ripet con approvazione: luogo di
vacanza morale. Mi raccont che esisteva effettivamente in quei
giorni una ben organizzata industria israeliana del turismo
morale, con escursioni in autobus ai luoghi del paese dove venivano
organizzate ogni settimana manifestazioni di protesta. Mi
raccont di un professore di arte italiano che portava regolarmente
i suoi studenti nella zona di Sheikh Jarrah a Gerusalemme
Est per un corso di fotografia della protesta. Vedendomi scrivere
tutto sul mio quaderno di appunti, Misha ci tenne a precisare
la sua posizione: Non sono contrario alle proteste in s,
mi disse, ma all'eccesso di semplificazione che comportano.
Cominci a esporre la complessit della situazione secondo il
suo punto di vista, parlando con un curioso sorriso amaro, riflessivo,
come se parlando a me stesse in realt discutendo con se
stesso, e io cominciai a intuire qualcosa che sarebbe diventato
sempre pi chiaro nei miei colloqui con altri ebrei israeliani, e
cio lo scomodo, ristretto margine entro il quale un individuo
moralmente responsabile poteva muoversi: bloccato da una
parte dalla sua coscienza, e dall'altra dalla naturale riluttanza a
impegnarsi su una linea di pensiero che, spinta troppo oltre, lo
avrebbe portato in conflitto con la sua stessa esistenza.
Prima di lasciarci, Misha mi port nel suo negozio di libri
usati preferito. Cercando fra gli scaffali in fondo al negozio, su
un ripiano polveroso trovai per caso una vecchia copia del
Penitente. L'aspetto era sinistro come me l'ero immaginato:
sulla copertina l'immagine sbiadita di un uomo barbuto con un
vestito di gabardine dai bordi ricamati, insieme a una citazione
non molto entusiasta dal Chicago Tribune che lo descriveva
come la storia di uno che era ritornato alla fede dei suoi padri.
Mi sentii comunque obbligato a comprarlo.
Passai i pochi giorni successivi a intervistare gente per il mio
articolo. L'architetto della replica della Hurva mi fece fare un
giro dell'edificio. Andai a Tel Aviv per parlare con critici e
studiosi. Tornato a Gerusalemme, uno storico dell'architettura
che conosceva la complicata storia dell'edificio mi invit a casa
sua nel sobborgo di Malcha.
Prima di andarci cercai l'indirizzo su Google e capitai subito
in un universo di siti Internet che denunciavano l'appropriazione
sionista di quello che era stato un villaggio arabo, al-Maliha.
Il termine pulizia etnica era corrente. Uscii dal sito, ma
l'espressione non era di quelle facili da rimuovere. Un'altra di
quelle parole avvelenate, come apartheid o stupro, di quelle
che scatenano una reazione quando le senti: una precisa,
immediata repulsione, l'urgente impulso di dissociarti dalla
persona o dal gruppo al quale si riferisce, anche se non sei d'accordo
sulla correttezza del riferimento.
L'espressione mi martellava il cervello mentre mi misi in viaggio,
segnata dal ricordo sanguinoso dei massacri jugoslavi per i
quali era stata coniata. Di nuovo ebbi la sensazione di qualcosa
collegato a Nasreen - qualche traccia o segno di lei del quale a
questo punto ero diventato costantemente consapevole - stretto
alle due parole con una specie di avida, trionfante tenacia. Queste
parole sembrarono marcare con il loro orrore tutto quello che
vidi mentre il taxi entrava a Malcha: le tranquille vie residenziali
che si srotolavano sulla collina, le file di lucide auto parcheggiate,
l'area pedonale dove abitava lo storico con i vialetti a gradini in
mezzo alle buganvillee, nel cui centro sicuro, alla luce del tramonto,
un ragazzo dell'et di mio figlio tirava a canestro.
La casa dello storico era raccolta e moderna, sulle pareti
quadri astratti incorniciati insieme a tessuti artistici e sculture
etniche. L'uomo dava l'impressione di voler sembrare pi
distaccato dalle schermaglie della politica di Gerusalemme di
quanto in realt non fosse, e il risultato era un'impacciata
affabilit interrotta da cupi sfoghi sardonici.
Aveva conosciuto bene Teddy Kollek - tanto che aveva avuto
con lui un battibecco pubblico. Aveva detto che ero un caso
clinico di psicopatia, ricord con un sorriso severo. Mi disse
che non gli era piaciuto il progetto di Louis Kahn, e aggiunse
subito: Non mi piacque nemmeno il progetto di suo padre.
Entrambi i progetti, secondo lui, costituivano una provocazione
troppo forte - sia per gli ebrei esteticamente conservatori che
per i palestinesi politicamente sensibili - e per questo non
avevano mai avuto una reale possibilit di realizzazione. Ricord
che c'era stato per breve tempo anche un terzo progetto, disegnato
da un architetto vicino agli ultraortodossi, appoggiato da
Ariel Sharon. Terribile, sogghign mostrandomi la foto di un
modello che sembrava un elmo spaziale ricoperto di bronzo.
La Cupola della Roccia, stile Yiddish...
Parlammo poi della profezia di Vilna Gaon e della collera
palestinese all'idea di ricostruire la sinagoga. Era possibile, chiesi,
che il progetto potesse essere una specie di simbolo della
ricostruzione del Grande Tempio?
La domanda provoc un altro sogghigno sul viso pieno di
rughe dello storico. Annu: Per alcuni s.
Mi spieg che a Gerusalemme era viva una forte subcultura
del Terzo Tempio. Da qualche parte nella Citt Vecchia c'era
una cantina piena di proposte per l'edificio, una pi sontuosa
dell'altra. Mi assicur che i fondi per costruirne una qualunque
si sarebbero potuti raccogliere in sei mesi, se solo ci fosse stato
un governo sciocco al punto da consentire la costruzione di un
nuovo edificio sul Monte del Tempio.
Questa subcultura si situava all'ala estrema del movimento
ultraortodosso, aggiunse prudentemente, ma probabilmente
non c'era nessun altro luogo sulla terra dove la fantasia religiosa
avesse un potenziale di deflagrazione pi forte che nella piccola
area di Gerusalemme Vecchia compresa tra le moschee e il
Muro occidentale. La visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio
nel settembre del 2000, un'affermazione volutamente provocatoria
dei diritti degli ebrei su quello che oggi  un luogo sacro
musulmano, aveva scatenato la seconda intifada. Un tentativo
di costruirci sopra qualcosa molto probabilmente avrebbe
potuto scatenare la terza guerra mondiale.
Colazione nel verdeggiante cortile del mio albergo. Gli ospiti
agli altri tavoli sembrano in maggioranza scandinavi o africani.
Sono rimasto sveglio fino a tardi a leggere il romanzo di
Singer: non mi aspettavo di trovarlo cos avvincente, ho l'impressione
che qualcosa del narratore mi sia rimasto attaccato
facendomi sentire stranamente vistoso, come se il suo cappello
scuro e il vestito rituale brillassero di luce spettrale sulla mia
T-shirt di Banana Republic e sui miei pantaloni cachi.
La mia disponibilit ad accettare questo personaggio, Joseph
Shapiro,  stata una sorpresa. Fin dall'adolescenza non ho mai
nutrito seri sentimenti religiosi, e anche oggi la cosa non mi
interessa. Ma prima che Shapiro diventasse il pio personaggio
sulla copertina del libro era un uomo con tutti i suoi difetti e le
sue debolezze, che poi  la cosa che lo rende interessante. Inoltre
nel processo di trasformazione subisce precisamente la sua
specifica versione dell'incubo che io ho attraversato da quando
 cominciata questa storia. Anche lui, insomma,  un Galvano,
un Lawrence, un Guy Haines.
La svolta nella sua storia avviene nella notte in cui scopre di
essere tradito sia dalla moglie che dall'amante. Tutto il suo vago
disgusto per la vita di squallide seduzioni che ha vissuto in
America gli esplode dentro e scatena la crisi. Senza quasi sapere
quello che sta facendo va all'aeroporto e compra un biglietto
per Israele, portando con s solo una ventiquattrore e un paio
di libri di religione.
Sull'aereo una giovane donna, Priscilla, siede vicino a lui con
un libro di Sartre. Profumava di acqua di colonia, di cioccolata
e di tutti gli odori che eccitano il desiderio di un uomo. Io
leggevo di astinenza e di cose sacre...
Lei getta uno sguardo sul libro che lui sta leggendo e chiede
se le lettere sono ebraiche. Lo sono, risponde lui. Da piccola era
stata mandata a lezioni di ebraico, racconta, ma ora quella lingua
mi  assolutamente estranea. Di primo acchito la risposta
dell'uomo  innocente: Anche la cosa pi strana pu diventare
familiare. Ma mentre parla si rende conto che le sue parole
potevano avere un significato ambiguo, come dire "Adesso
sono un estraneo, ma domani potrei dormire con te." La ragazza
ordina un whiskey. Lui anche, dicendosi che lo fa solo per
educazione, ma ha inizio il ballo, il dolce intrattenimento, e
lui se ne rende perfettamente conto. Lei parla di un fidanzato,
ma nello stesso tempo gli fa sapere che secondo lei le coppie non
sono legate da alcun obbligo di reciproca fedelt. A questo
smaccato invito Shapiro sente crescere dentro di s l'antica,
dolce, eccitante reazione e cerca di resistere. I due sedili vicini
sono diventati la sua versione della stanzetta privata, della
camera da letto, dello spazio privato, ma non inviolabile, dove
si consumano le pi intime battaglie di ognuno: Ero l seduto,
frastornato dalla drammatica svolta esistenziale che stava avvenendo
nella mia vita e dalla mia debolezza. Avevo abbandonato
tutto per fuggire dalla menzogna, ma ora la menzogna era seduta
accanto a me, con la promessa di chiss quali piaceri...
Sull'aereo fa freddo, e Priscilla suggerisce a Shapiro di mettersi
una coperta sulle ginocchia. Dopo poco sente la mano di lei
muoversi sotto la coperta. Le mani si toccano, le dita si intrecciano
e di colpo si trovano invischiati in un gioco di toccamenti
e furtive carezze. Ma ci sono limiti a quello che si pu fare su un
aereo e dopo un po' si staccano, di nuovo estranei, Shapiro carico
di sgradevole insoddisfazione fisica e insieme travolto dalla
vergogna: Siamo rimasti seduti l come cani bastonati...
In quel momento un uomo vestito in rigoroso abbigliamento
ortodosso passa nel corridoio vicino a loro. Priscilla, moderna e
integrata, sogghigna. Nei suoi occhi imbarazzo e disprezzo. Ma
per Shapiro la vista dell'uomo  un segno, una rivelazione che
cristallizza la sua tensione spirituale, fino a quel momento piuttosto
vaga, nella sua forma finale e ineludibile: Capii in quel
momento che senza i riccioli sulle orecchie e senza l'abbigliamento
di rito non si pu essere veri ebrei. Il soldato al servizio di un
imperatore deve avere un'uniforme, e questo  vero anche per un
soldato al servizio dell'Onnipotente. Se quella notte avessi indossato
quell'uniforme non sarei stato esposto a quelle tentazioni...
Si rivela difficile trovare palestinesi disponibili a parlare della
sinagoga di Hurva. Lascio messaggi telefonici ma nessuno mi
richiama. Quando finalmente riesco a prendere contatto con
qualcuno, un professore di urbanistica della Universit Al-Quds,
la sua risposta  una raffica di educate scuse: Vede, in questo
momento sono molto impegnato, il Ramadan sta per finire e
devo fare un sacco di cose, ma le auguro il meglio per il suo
articolo, addio. 
Parlo di queste difficolt a una mia cugina a casa sua, nel
quartiere di German Colony. Annuisce, non  sorpresa. Lavora
come volontaria per un'organizzazione che aiuta i palestinesi
che hanno problemi legali, ma anche questo modesto spazio di
collaborazione fra le due comunit negli ultimi anni  diventato
difficile, e sempre meno frequentato. Contatti di natura puramente
sociale o intellettuale sono virtualmente impossibili. Mi
racconta la seguente storia.
Lei e il marito avevano cordiali rapporti con un decoratore
palestinese di Betlemme che aveva spesso lavorato per loro. La
moglie del decoratore era in dialisi e aveva bisogno di un permesso
per andare regolarmente a Gerusalemme per i trattamenti
all'ospedale Hadassah. Dopo lo scoppio della seconda intifada, il
trasferimento di venti minuti in auto da Betlemme a Gerusalemme
era diventato un viaggio di mezza giornata per via delle deviazioni
e di tutti i checkpoint. Poi, misteriosamente, divenne ancora
pi complicato a causa di una serie di nuovi ostacoli burocratici.
Un giorno un amico comune telefon a mia cugina con la triste
notizia: le autorit israeliane avevano reso praticamente impossibile
al marito il trasporto della moglie all'ospedale e la moglie era
morta. Inoltre il figlio era rimasto ucciso, colpito da una fucilata
mentre si trovava in un insediamento dove era andato a ritirare il
pagamento per un lavoro di falegnameria.
Dopo qualche tempo l'amico comune telefon nuovamente
a mia cugina. La morte del figlio non era avvenuta come le aveva
a suo tempo raccontato. Il ragazzo in realt era stato ucciso in
un supermercato dove era andato per far esplodere un giubbotto
esplosivo. Il padre non era riuscito ad accettare la cosa, di qui
la versione che aveva inizialmente raccontato all'amico comune,
ma questo era ci che era effettivamente successo, ed era anche
il motivo per il quale gli israeliani avevano reso impossibile alla
madre di fare la dialisi.
Se avessi scritto io la storia l'avrei fatta finire qui: un vergognoso
caso di reciproca cattiva volont. Ma la storia ha un seguito.
L'uomo si rispos e form una nuova famiglia. Dopo un
anno arriv l'esercito con i bulldozer demolirgli la casa.
La scena nel bar del giardino  conviviale; la maggior parte
dei clienti  in confidenza con il barista, Fadi, che ride compiacente
alle loro chiacchiere mentre prepara i cocktail.
Vicino a me siede una donna dai capelli grigi, secchi e il viso
bruciato dal sole, parla inglese con accento italiano a due uomini
arabi in giacca e camicia sbottonata.
Capisco, ascoltando la conversazione, che lei  una giornalista
e loro sono funzionari in qualche ufficio pubblico. Cerco di
inserirmi nella conversazione perch mi pare di poter cogliere
l'opportunit di sentire qualche reazione palestinese diretta
sulla questione della sinagoga Hurva. Ma nessuno nota i miei
gesti educati e i miei sorrisi, e non riesco a fare nulla di pi esplicito.
Allora mi metto a leggere i giornali, cercando di vederli alla
tenue luce delle candele. L'Herald Tribune riporta la storia
del tassista di New York, Ahmed Sharif, con la gola tagliata da
un cliente perch era musulmano. Su Haaretz invece c' un
articolo su un sondaggio pubblicato dal governo spagnolo dal
quale risulta che uno spagnolo su tre  antisemita e manifesta
opinioni negative sugli ebrei.
Attraverso casuali processi di associazione mi viene in mente
un altro commento di Saul Bellow dal suo libro su Gerusalemme,
secondo il quale l'equidistanza non  un atteggiamento utile
n apprezzabile in questa citt. I visitatori che giudiziosamente
osservano sempre da una parte questo, ma dall'altra quest'altro,
lo fanno infuriare. Il sostegno allo stato ebraico, secondo lui,
non vale nulla se non  frutto di una forte convinzione emotiva,
perch la logica devastante della situazione travolger ogni
atteggiamento basato sulla semplice equidistanza, logorando
tutte le argomentazioni fino a quando non sar rimasto nulla.
Meglio essere esplicitamente ostili.
Riconosco questo equivoco atteggiamento anche in me stesso.
Molto dipende da dove comincia la storia che vuoi raccontare,
che a sua volta, secondo me, dipende da chi ti piace di pi
o da chi ti irrita meno. L'esercito rade al suolo la casa del palestinese.
Ma suo figlio ha tentato di far saltare un supermercato.
Ma era un supermercato costruito su un sito illegalmente occupato
dai coloni. Ma l'area era compresa nell'antica Giudea. Ma
gli ebrei se n'erano andati dall'antica Giudea da pi di duemila
anni. Ma l'Olocausto...
Raggiungo la mia camera in una dpendance staccata dall'edificio
principale camminando al buio delle palme. L'aria 
calda, profumata dai fiori della notte. Quando raggiungo la
porta della dpendance una donna arriva da un'altra direzione.
Entriamo insieme e aspettiamo il piccolo ascensore nell'atrio
vuoto. Sembra avere circa trentacinque anni, capelli neri tagliati
corti, lisce guance rosa. Sembra un po' a disagio, sola in un
luogo deserto con un estraneo. Sorrido, cercando di far capire
che non sono pericoloso, e faccio un commento sulla bella serata.
Lei sembra rilassarsi. Non  fantastica? dice.
Nel piccolo ascensore cigolante che prendiamo insieme per
andare allo stesso piano ci scambiamo altri commenti per riempire
un silenzio che altrimenti sarebbe imbarazzante. Quando
arriviamo al nostro piano lo scambio diventa pi simile a una
vera conversazione. Sembra interessata all'articolo che sto scrivendo
e in effetti  abbonata alla rivista che me lo ha chiesto. 
qui con una ONG che svolge un servizio psichiatrico in un campo
profughi palestinese a Ramallah. Raggiunge la porta della sua
camera e io proseguo nello stretto corridoio per andare alla mia,
ma ho l'impressione che voglia continuare la conversazione e
per parecchi minuti restiamo nel corridoio, uno di fronte all'altra,
a chiacchierare nel riflesso pallido delle luci di sicurezza.
Abita ad Atlanta, dice, ma viene qui ogni anno per lavorare nei
campi profughi. Le piace farli visitare alla gente per far vedere
in quali condizioni vivono i palestinesi. Voglio dire, trovo cose
da fargli fare, persone con le quali parlare. Non  che stiano l a
guardare e basta. Sembra interessante, dico. Dovrebbe
venire, se ha un po' di tempo. Certo, mi piacerebbe.
L'albergo le cambia camera, l'indomani andr nell'edificio
principale, e mi d il numero della sua nuova stanza. Io sono
Nadia, dice aprendo la porta. Ha un vestito blu a pois bianchi.
Le dico il mio nome. Ci sorridiamo e ci auguriamo la buonanotte.
Nella mia stanza resta con me l'impressione dell'incontro,
una piacevole persistenza nella quale sono presenti l'immagine
delle sue guance rosa e del vestito a pois, tutto mescolato alla
sensazione che non dovrei perdere l'occasione di visitare uno
dei campi.
Mi scrivo il numero della stanza che mi ha dato con l'intenzione
di chiamarla in mattinata.
Sento anche, sospesa nell'aria, l'ineffabile suggestione di una
cosa delicatamente pericolosa. Mi torna alla mente la frase
zona di vacanza morale dal libro di Saul Bellow che tengo
vicino al letto. Anche Joseph Shapiro sorride beffardo dalla
copertina del libro di Singer. Ricordo come descrive la conversazione
con Priscilla in aereo, le parole palesemente arcaiche:
Sapevo benissimo che era lo Spirito Maligno che parlava attraverso di lei...
Spengo la luce dicendomi di non essere ridicolo. Solo perch
sei felicemente sposato non significa che devi comportarti come
un asceta misogino, ed essere ebreo non significa che non puoi
guardare le cose che mettono Israele in cattiva luce.
Avrei voluto passare il pomeriggio a Yad Vashem, il museo
dell'Olocausto, ma ho il coraggio di affrontare l'esperienza e
vado invece all'orto dei Getsemani a pensare a Giuda Iscariota.
L'orto  piccolo, racchiude un uliveto con sentieri in ghiaia
che raggiungono una ventina di alberi. Alcuni di questi si dice
abbiano pi di duemila anni. Sono enormi, come donne molto
vecchie e grosse, i tronchi contorti, rigonfi e cavernosi. Le foglie
verdi e argentate - tanti occhi, come notavano i Greci - ammiccano
nel vento, ed  impossibile non pensare a quello che hanno
visto quando erano giovani. Qui  dove Giuda dei trenta denari
divenne Giuda del bacio, il gesto che lo trasform da ladruncolo a grande antagonista della Passione, il traditore necessario.
In Provenza K., i ragazzi e io, camminando lungo la valle del
Levens, eravamo arrivati alla cappella di Notre Dame des
Fontaines, un piccolo edificio bianco del XV secolo lontano dal
mondo, dentro il quale si trova uno dei grandi capolavori del
Rinascimento: il ciclo di affreschi della vita di Cristo dipinto da Giovanni Canavesio.
Giuda appare nel pannello dell'Ultima Cena, dove siede di
profilo di fronte a Cristo con un mantello azzurro e marrone. 
l'unico di tutto il gruppo a non avere l'aureola, ma la sua capigliatura
rossa, spettinata, come mossa dal vento, ha un che di
romantico, e il suo profilo barbuto, in contrasto con i volti adolescenziali
degli altri apostoli, esprime un'individualit intensa e
vigorosa, le labbra piegate in un garbo quasi divertito e negli
occhi un'intrigante esuberanza. Sembra che Cristo non abbia
ancora informato questo appassionato discepolo del ruolo ignominioso
che gli  stato assegnato nel dramma che sta per iniziare.
Giuda gesticola in modo significativo, un braccio alzato a mezz'aria,
 chiaro che sta parlando di qualcosa che lo preoccupa molto.
Ges e gli altri si scambiano sguardi imbarazzati.
Un'interpretazione di Iscariota identifica Giuda come
membro dei Sicarii, un gruppo di assassini ebrei impegnati nella
cacciata dei romani dalla Giudea, ed  nota una tradizione storica
che inquadra Giuda come un insorto che aveva sperato di
conquistare Ges alla causa della rivolta armata contro le forze
di occupazione. Sicuramente Canavesio doveva sapere che
Giuda era impegnato in una campagna politica. C' anche l'incidente
riportato nel Vangelo secondo Giovanni, quando Giuda
rimprovera Ges perch lascia che Maria di Betania lo unga con
un'intera pinta di costosissimo profumo invece di ordinare alla
donna di venderlo per aiutare i poveri. Giovanni avverte subito
i lettori che questa sfuriata di Giuda non  cos nobile come
potrebbe sembrare. Secondo lui Giuda vuole solo rubare il
denaro dalla cassa comune che gli era affidata: Cos parl, non
perch gli importasse dei poveri; ma perch era un ladro, aveva
la borsa e la voleva vuotare di ci che conteneva. Il commento,
per, suona sospettosamente malvagio e puzza di revisionismo
ex post. (Non riesco a respingere il pensiero di Nasreen che
comincia ad accusarmi di furto solo dopo che si  rivoltata
contro di me.) Comunque, a giudicare dal braccio alzato di
Giuda e dagli sguardi apprensivi dei suoi amici commensali,
sembra che il pittore abbia immaginato la scena di uno scontro
di radicale ribellione.
Ma, quale che sia la causa che Giuda sta difendendo, possiamo
immaginare che non incontri alcun favore. Nel quadro
successivo lo vediamo umiliato e corrucciato mentre aspetta in
fila con gli altri mentre Ges in ginocchio lava i piedi dei discepoli.
Giuda solleva il piede per togliersi il sandalo, un gesto che
nuovamente colpisce per la sua banalit in contrasto con l'atteggiamento
di tranquilla pietas dei compagni. Sembra tormentato:
vorrebbe essere lavato, ma la cosa un po' lo irrita. Si capisce che
sente confusamente affiorare dentro di s i primi dubbi sul suo
ruolo di preordinato traditore e cerca debolmente di rimuoverli,
ma nello stesso tempo tutta questa faccenda dell'umilt (Ges
inginocchiato per terra con le maniche rimboccate) comincia a
irritarlo. A questo punto della sequenza il suo sembra il caso
dell'artista-intellettuale emotivamente instabile: inquieto,
lamentoso, bastian contrario, dominato da pulsioni contraddittorie,
uno che prima si impegna in nobili cause per poi combatterle
- l'incarnazione del principio naturale della crescita attraverso la divisione.
Nel pannello successivo inizia la sua vera metamorfosi. Un
diavolo afferra la sua borsa (Quindi Satana entr dentro
Giuda) e in rapida successione, procedendo lungo la navata, lo
si vede al Tempio di Gerusalemme trattare il suo prezzo di
informatore con i sacerdoti, mentre conta l'anticipo dei trenta
pezzi d'argento, poi lo si vede accompagnare i soldati romani
all'orto dei Getsemani e quindi mentre bacia leggermente il
volto semigirato di Ges, con una mano sulla spalla di Cristo e
l'altro braccio teso indietro a ricevere il saldo della paga. La sua
faccia comincia ora a cambiare: il tratto fino a quel momento
fiero e nobile diventa simile a quello di un lupo o di un ratto.
Sparisce per un po', salvo poi riapparire dall'altra parte della
navata. Il pannello intitolato Il rimorso di Giuda si riferisce al
passaggio nel Vangelo secondo Matteo che racconta di come
Giuda, venendo a sapere che Ges  stato condannato a morte,
si penta e cerchi di restituire i trenta denari. I sacerdoti li rifiutano,
e Giuda getta le monete per terra nel tempio e se ne va
infuriato: una rappresentazione amara e tormentata di rabbia
impotente e di ignominia, come se, al pari di Shylock, gli siano
stati rivelati il mostruoso inganno e la malvagit della trappola
nella quale lo ha condotto la sua avidit. Si tratta di un passaggio
incredibilmente poco cristiano dei Vangeli - il peccatore pentito
il cui sincero desiderio di riparazione viene seccamente
respinto - e Canavesio ne sottolinea la crudelt con un suo
piccolo tocco personale e diabolico, piazzando Ges al limite
della scena, come se si fosse fermato un attimo durante la flagellazione
per assicurarsi che al suo nemico non venga data alcuna
assistenza che lo aiuti a evitare la disperazione che fra poco
consegner la sua anima all'inferno per l'eternit.
Accanto a questo pannello, con la distaccata rapidit del
racconto evangelico (Gett i pezzi d'argento per terra nel
tempio, usc e and a impiccarsi), si trova il pannello di Giuda
suicida: appeso con una corda a un albero d'ulivo, lo stomaco
squarciato con le budella di fuori.
L'immagine riunisce due differenti versioni del racconto
biblico: il suicida ossessionato dalla sua colpa secondo Matteo
27 e il peccatore non pentito degli Atti degli Apostoli 1, che con
i soldi mal guadagnati si compra un terreno e muore in modo
puramente accidentale per una brutta caduta (come dire che la
terra stessa si solleva contro l'usurpatore): Scoppi in pezzi e
tutte le sue budella si sparsero.
 una figura terribile, non tanto per le budella e gli organi
ciondolanti quanto per la faccia, un rictus verdastro nel quale
l'agonia della vittima e la ferocia del malfattore si uniscono in
un'immagine di puro e incontenibile orrore che ricordo vividamente
(e che  andata a formare l'immagine privata di un certo
stato d'animo familiare, uno stato di rovina, come in lo roviner;
spenzolante da una forca con le interiora fuoriuscite alla
gogna del mondo): il bianco degli occhi rovesciati, incorniciati
dall'orlo rosso delle palpebre inferiori, la lingua rigida che sporge
dalle zanne storte, barba e capelli impastati come unte code
di topo, il pallore grigioverde della pelle da ghetto, il naso lungo
e adunco; tutta la fisionomia, finalmente,  chiaramente e
aggressivamente semita, o antisemita (in determinati contesti
non c' differenza fra le due cose), come se in questo gesto
catartico di autoesclusione dalla comunit degli uomini e dalla
grazia di Dio (penzola in uno strano vuoto, separato anche
dall'albero al quale  appeso da un alto muro che chiude il
paesaggio dietro di lui) sia alla fine diventato solo e soprattutto
Giuda il giudeo, l'archetipo dell'ebreo nell'immaginario medievale,
un nome che  una provocazione, una fatale convergenza
di interessi.
Chiamo Nadia. Sono trascorsi tre giorni da quando abbiamo
parlato nel corridoio, ma non l'avevo ancora chiamata. Avevo
alzato il telefono un paio di volte, ma poi ci avevo ripensato.
Questa mattina ho deciso che la cosa era diventata inutilmente
complicata per colpa mia, e che questo era un altro sintomo
dell'effetto che aveva avuto Nasreen su di me.
Riconosco la sua bella voce con l'accento del Sud quando
dice pronto.
Ciao Nadia, sono James. Ci siamo incontrati sere fa. Mi
avevi proposto di farmi visitare il campo profughi a Ramallah.
Ha sbagliato numero.
Non  Nadia?
No.
Mi scuso e attacco il telefono, molto perplesso per quello che
 appena successo. Non avevo sbagliato il numero di tre cifre, e
da quanto mi aveva detto non sarebbe partita da Gerusalemme
cos presto. Penso che mi abbia dato un numero sbagliato e che
mi sono confuso io credendo di aver riconosciuto la voce.
Ma sono quasi sicuro che fosse Nadia, e mi chiedo se non ci
possa essere qualche differenza tra quello che ho capito nel
nostro primo incontro e quello che  poi effettivamente successo,
qualche effetto successivo delle mie parole e del mio modo
di fare che le ha fatto cambiare idea sull'invito. La cosa risveglia
in me un'antica insicurezza: c' qualcosa di me che io proprio non riesco a vedere?
Colpito nell'orgoglio affondo nell'umore pi cupo, mi sdraio
sul letto e guardo su YouTube i video dei campi profughi.
Macerie e graffiti; un bambinetto guarda un carro armato di
pattuglia; una vecchia donna dice che vorrebbe morire. Nella
pagina vengono suggeriti alcuni video sulle proteste settimanali
negli insediamenti e vado a vederli. Maale Adumim, Nabi Salih,
Beit Jala, Silwan. Provocano violente, contraddittorie emozioni.
La vista dei coloni che stringono fra le mani i sacri testi per affermare
il loro diritto divino alla terra dalla quale hanno cacciato i
palestinesi  visceralmente sconvolgente. Ma nello stesso
momento in cui si accusa il colpo, si rabbrividisce assistendo a
come l'incredibile ritualit della protesta moderna richiami gli
antichi gesti e geometrie dell'antisemitismo fisico: i manifestanti
con le macchine fotografiche puntate sulle facce dei coloni
sempre pi agitati, vestiti dei loro abiti religiosi, spingendoli e
incalzandoli fino a quando non esplodono nel grido terribile - il
commento razzista, l'autogiustificazione religiosa fanatica - che
rester il loro ritratto, la loro icona, per tutto il tempo che sopravvivr
l'affresco vivente di YouTube. Alcuni video sono ovvia
propaganda anti-israeliana. Alcuni sono caratterizzati da titoli
brutalmente antisemiti. Anche dopo aver fatto tutte le possibili
concessioni a quella ideologia, anche dopo aver notato l'arroganza
compiaciuta di alcuni degli intellettuali della sinistra internazionale
che protestano al fianco dei contadini palestinesi e degli
israeliani contrari agli insediamenti, resta la forte sensazione che
su queste colline polverose si stia preparando una sciagura.
Guardo sconcertato un gruppo di giovani coloni con in testa il yarmulke, la papalina ebraica, che prende a calci e pugni una famiglia di palestinesi venuta con un'ordinanza del giudice a raccogliere le proprie olive.
Arriva l'esercito e uno pensa Bene, almeno c' questo, ma poi si vedono
i soldati che non arrestano i giovani coloni, ma i palestinesi.
Nella mente si rafforzano neri presentimenti. Ci si comincia a
chiedere se questi coloni, con i loro fucili e i loro scialli da
preghiera (Mitra e Mos  un logo molto diffuso sulle T-shirt
a Gerusalemme), non riqualifichino sotto la bandiera della
giustizia antiche pulsioni che una volta si manifestavano come ordinaria bigotteria.
Penso anche che dietro la figura di Giuda ci sia la figura di
Giacobbe, l'implacabile, tenace omonimo (il nome significa
usurpatore) che con l'inganno toglie al fratello il diritto che
gli compete per nascita, che lotta con l'angelo: Non ti lascer
andare se prima non mi avrai benedetto... e quindi viene benedetto,
dove la benedizione  vita, una vita pi lunga, senza nulla
di affascinante o di interessante: pentole, padelle, greggi di
pecore, uliveti, pietre preziose, armi, donne, un numero infinito
di figli come le stelle del cielo; terra. Uno strano profilo per
un patriarca religioso, come se proprio la fame stessa fosse la sua
teologia: lo voglio pi di quanto non lo voglia tu e per questo  mio.
Un'opera cresce come vuole e talvolta si confronta con il
suo autore come una creazione indipendente, quasi aliena...
La citazione  presa dal saggio di Freud Mos e il monoteismo,
che sto leggendo nel caff dell'Ospizio Austriaco, un edificio
suntuoso sulla Via Dolorosa che era stato una volta la residenza
del console austriaco a Gerusalemme. Adesso  un
ostello per turisti e pellegrini nella Citt Vecchia, con le scale di
pietra pulite e un caff viennese.
La teoria di Freud  che Mos, il grande architetto della religione
ebraica, non fosse affatto un ebreo, ma un egiziano seguace
di Akhenaton, il faraone che cerc di imporre al suo popolo
un austero e rigoroso monoteismo. Gli egiziani si ribellarono ad
Akhenaton come gli ebrei si ribellarono a Mos, uccidendolo.
Successivamente, spinti da un senso di colpa collettivo, inventarono
l'idea di un messia, essenzialmente lo stesso Mos, che
sarebbe tornato a salvarli. A quel tempo si erano uniti a una
trib madianita che venerava il dio vulcano Jehova (una versione
di Giove Tonante), e nel rinato affetto per il padre perduto
associarono questo collerico dio minore con l'onnipotente,
sereno spirito che Mos aveva indicato alla loro venerazione,
creando in questo modo l'ibrido Dio del Vecchio Testamento:
met maniaco brontolone e met astrazione celeste.
Gli storici hanno completamente demolito il libro (anche
Freud  entrato nel pantheon dei nomi sospetti), ma io lo trovo
molto interessante - magari pi per le strane difficolt della sua
struttura che per il suo effettivo contenuto.
Freud inizi a scrivere il libro a Vienna negli anni trenta,
sotto la protezione della Chiesa cattolica. Hitler era cancelliere
in Germania, ma in Austria la Chiesa era ancora un baluardo
contro i nazisti. Questo mise Freud in una posizione imbarazzante
in particolare per quanto riguardava la seconda parte del
suo libro, dove svolgeva idee tratte dai lavori precedenti, in cui
la religione veniva in genere considerata come un disordine
psichico delle masse.
Viviamo qui in un paese cattolico sotto la protezione di quella
Chiesa, scrive nella prima delle due prefazioni a questa parte
del libro, senza alcuna certezza su quanto potr durare questa
protezione. Naturalmente fin tanto che dura esito a fare qualcosa
che possa provocare il risveglio dell'ostilit di quella Chiesa.
L'autocensura sembra sia stata la sua unica opzione possibile:
la prefazione si chiude con la dichiarazione che ha deciso di non
pubblicare il saggio. Nel 1938 i nazisti invadono l'Austria, la
Chiesa cattolica alla fine si dimostra imbelle e Freud fugge a
Londra: Sicuro di venire perseguitato non solo a causa delle
mie opere, ma anche a causa della mia "razza", me ne sono andato...
Questa sciagura fu paradossalmente liberatoria; nella seconda
prefazione, che scrisse a Londra, si percepisce la gioia per la
liberazione dalle inibizioni:
Ho trovato la pi gentile delle accoglienze nella bellissima
e generosa Inghilterra... Adesso posso pubblicare l'ultima parte
del mio lavoro.
Eppure, caduto ogni ostacolo esterno, Freud si preoccupava
ancora per quelli che chiamava i dubbi intimi e le difficolt
interne del suo libro. Attribuiva queste difficolt al fatto di non
essere certo di aver raccolto una documentazione storica sufficiente
a dimostrare che la sua analisi generale della religione si
poteva applicare in particolare al giudaismo. Lo scrupolo dello
studioso, peraltro, non  una giustificazione convincente per i
dubbi espressi in questa prefazione: Le difficolt intrinseche
non sono state risolte dal diverso sistema politico e dalla nuova
residenza. Ora come allora sono a disagio quando mi confronto
con il mio stesso lavoro... (corsivo mio).
Una spiegazione pi plausibile la si trova nel corso del testo,
dove, quando discute della psicologia dell'antisemitismo, Freud
propone una serie di osservazioni sulle particolari caratteristiche
del giudaismo e degli ebrei. Il tono  rispettoso, anche reverenziale,
e si trovano cenni commoventi alla dimensione etica e
alla forza della visione di Mos come strumento di civilizzazione
(peraltro compromessi dalla precedente blasfema ipotesi che
Mos non fosse ebreo). Ma, allo stesso tempo, seguendo la logica
della sua analisi Freud  costretto a dire cose che devono
essere state scomode da dire e da pensare per un ebreo in quel
particolare momento storico, quando la sua gente era di fronte
alla prospettiva dello sterminio totale.
Ad esempio c' l'affermazione che la religione giudaica fosse
stata relegata alla condizione di fossile psicologico dall'avvento
del cristianesimo, che invece aveva recuperato in modo salutare
gli impulsi politeisti repressi. Poi c'era il problema della
tradizionale e consolidata abitudine degli ebrei ad autoisolarsi
culturalmente dalle societ ospiti, un argomento che porta
Freud a vedere, per un sorprendente attimo, in questa abitudine
l'ipotesi di una seria offesa: Possiamo partire da un tratto
caratteristico degli ebrei che condiziona il loro rapporto con
l'altra gente. Non ci sono dubbi sul fatto che abbiano un'ottima
opinione di se stessi, si ritengono pi nobili, su un livello pi
alto, superiori agli altri... C' quindi il ragionamento conclusivo,
di brillante connotazione psicanalitica, sul continuo e
crescente ascetismo che conferisce agli aderenti a questa religione,
almeno a quelli pi ortodossi, il loro speciale carattere. Il
passaggio inizia in modo particolarmente brillante: In un
rinnovato entusiasmo ascetico, gli ebrei si sono imposti condizioni
sempre pi severe di rinuncia e hanno raggiunto quindi -
almeno nei precetti e nella dottrina - livelli di rigore etico inaccessibili
agli altri popoli dell'antichit... Ma la conclusione 
spietata:  comunque innegabile che questo rigore etico trovi
la sua origine nel senso di colpa derivante dalla repressa ostilit
verso Dio. La caratteristica di questa  di non risolversi mai e di
non poter mai essere risolta, cosa che sappiamo determinante
nei processi di reazione-formazione delle nevrosi ossessive. 
 evidente oggi che scrivere queste cose sugli ebrei nel 1938,
l'anno della Notte dei Cristalli, debba aver dato qualche preoccupazione
a Freud - sempre cos sicuro della clinica imparzialit
delle sue osservazioni. Comunque sembra corretto freudianizzare
il maestro in questo specifico caso, e pensare che ci
fossero forti motivi dell'inconscio, diversi rispetto all'argomento
trattato, che sollecitavano in lui considerazioni di colpa e
morali e che provocavano i suoi intimi dubbi.
Ma, parlando di psicanalisi, un commento fatto dall'archivista
del Victoria & Albert Museum ha continuato a ronzarmi nel
cervello.
Avevo messo la lettera di odio scritta a mio padre in una pila
di documenti da fotocopiare. Quando l'archivista la vide sospir:
Ah, quella lettera, disse. Chiunque l'abbia scritta doveva
essere malato di mente. Questa  la mia opinione.
Quando me lo disse non diedi molta importanza alla cosa,
ma ora ho la sensazione che fosse un blando rimprovero perch
cercavo qualcosa di sensazionalistico per il mio articolo, un
vergognoso residuato che avrebbe dovuto essere lasciato marcire
in pace.
Il mio primo impulso fu di difendermi affermando che chi
l'aveva scritta sapeva cosa stava facendo e che quindi era pi che
giusto riesumarla. Ma, ripensando all'urlo delle grosse lettere,
ai pesanti sgorbi sulle pagine e alle centinaia di righe a stampa
cancellate una a una, non ne sono pi cos sicuro. E ritorno a
una domanda che mi sono posto pi volte da quando Nasreen
aveva cominciato a mandarmi le sue e-mail: era forse, molto
semplicemente, malata di mente? E, se questo fosse stato il
caso, che senso aveva dopo tutto cercare di scrivere su di lei? Il
suo comportamento, per tutto questo tempo, era stato solo il
sottoprodotto di uno squilibrio chimico e di associazioni mentali
patologiche - che richiedevano sicuramente piet e compassione,
ma che erano di fatto essenzialmente prive di significato?
Ho gi scritto degli aspetti borderline della personalit di
Nasreen. Ma probabilmente avrei potuto sostenere che il suo
messaggio arrivava da un luogo ben oltre il limite. Sembrava
che lei stessa volesse dare quell'impressione. Le sue e-mail
contenevano dozzine di riferimenti alla sua follia, psicosi,
esaurimento nervoso, pazzia e cos via, che io ho citato solo
in piccola parte. C'erano poi quei commenti paranoici sulle
forze misteriose che manomettevano il suo computer. E c'erano
molti discorsi sul suo uso di droghe. In altre parole si sarebbe
potuto sostenere che tutta la faccenda potesse essere spiegata
come un puro e semplice caso di malattia mentale aggravato
probabilmente dall'uso di droghe.
Ma per me l'ipotesi non  completamente accettabile. Prima
di tutto la malattia mentale comporta l'implicazione che chi ne
soffre non si renda conto delle possibili conseguenze delle sue
azioni e per questo non lo si dovrebbe considerare responsabile.
Ci potrebbe essere ragionevole nel caso di una vera malattia
mentale, ma, per quanto Nasreen potesse soffrire, era ovviamente,
consapevolmente e sarcasticamente cosciente delle
possibili conseguenze delle sue calcolate azioni e, per sua stessa
ammissione, pi che decisa a portarne a termine almeno qualcuna.
(Lo roviner.) Inoltre, proprio la continua proclamata
affermazione della sua follia sembra la prova evidente che
non fosse malata di mente, ma che stava usando l'idea della
follia come strumento di forza della sua manipolazione.
Peraltro, proprio mentre scrivo mi rendo conto che le mie
ragioni per farlo possono essere ambigue.  chiaro il mio preciso
interesse a sostenere che Nasreen fosse fondamentalmente
sana di mente. La voglio responsabile del suo comportamento.
Mi dico che  cos solo perch ci voglio credere, e ci credo. Ma
devo anche ammettere che, se non ci credessi, avrei probabilmente
qualche problema a scrivere di lei, non solo da un punto
di vista personale, ma anche da un punto di vista letterario. Nel
momento stesso in cui inquadri il comportamento umano come
patologico - con l'etichetta di psicotico o sociopatico, o
attribuendolo a qualche sindrome di instabilit mentale - da un
punto di vista letterario diventa meno interessante (almeno per
me). Se lei fosse un caso clinico di questo o quel genere, se avesse
la sindrome X o la nevrosi Y, ecco, non ci sarebbe un antagonista
moralmente impegnativo e quindi, per me, non ci sarebbe
dramma. L'immotivata cattiveria di Iago, nella famosa espressione
di Coleridge, mette il pubblico di fronte al mistero del
male con una forza che risulterebbe decisamente impoverita se
nel dramma arrivasse uno psichiatra a spiegare che il comportamento
di Iago  dovuto a un eccesso di monoamino-ossidasi nel
suo cervelletto posteriore.
Per questo i miei motivi per rifiutare una diagnosi puramente
medica dell'azione di Nasreen potrebbero non essere del
tutto obiettivi. Ma, anche se lo ammettessi, non potrei fare a
meno di notare (e questo non prova niente, se non l'urgenza
della mia necessit di giustificare me stesso) che, anche se queste
crisi di rabbia - l'aggressione di Nasreen e quella a mio padre
- fossero effettivamente manifestazioni di insanit mentale,
non si potrebbero a rigore giustificare solo come casi speciali,
come io pensavo. Non potrebbero invece, al contrario, essere la
prova di un qualche comportamento naturale della mente
umana, un comportamento che per definizione, per poter essere
osservato, richiede la presenza di follia, dal momento che,
nelle attuali condizioni della societ, nessuno con il cervello a
posto si comporterebbe cos?
La natura spasmodica, esplosiva dell'antisemitismo, quando
vi si assiste oggi, sembra coerente con questa congettura. Spesso
l'aggressione rabbiosa stupisce chi la commette come chiunque
altro, come se qualche vincolo o inibizione fosse stato inaspettatamente
sciolto e qualche zona della psiche fosse stata di colpo
scissa dall'io sociale e dalla sua diligente osservanza di regole e
tab. Ad esempio la faccia della corrispondente alla Casa Bianca
in quello spezzone di telegiornale, dopo che ha detto che gli
ebrei dovrebbero tornare in Germania e in Polonia: un ghigno
di attonito orrore, come se dei rospi le fossero appena usciti
dalla bocca; oppure lo stato di pesante ubriachezza nel quale
sono stati proferiti recenti sfoghi antisemiti da parte di celebrit
del cinema e della moda. Anche nella sua forma pi fredda e
cruda l'antisemitismo sembra nascere quasi involontariamente
nell'animo dei responsabili, insinuandosi in altre pulsioni prima
che la sua inequivocabile pinna si affacci alla superficie. L'indignazione
morale, ad esempio,  la giusta reazione alla cronaca
dei militari israeliani che uccidono un bambino palestinese, ma
quando un poeta scrive del ragazzo palestinese falciato dai
mitra delle SS sioniste si capisce che qualcos'altro  entrato
"nell'immagine oltre all'indignazione morale: una cattiveria
opportunistica che cavalca il legittimo disgusto, che non ha
alcuna attinenza n con il ragazzo n con i militari, che  solo il
desiderio di approfittare della rara occasione per chiamare nazisti
gli ebrei. La parola avvelenata sionista  solo un alibi per il
poeta (Non sono contro gli ebrei, solo contro i sionisti), ma la
scelta del termine ingiurioso SS lo denuncia (come chiamare
mercante di schiavi o membro del Ku Klux Klan un soldato
afroamericano che uccide un bambino). L'urgenza di condannare
coloro che sbagliano cede subito il posto al desiderio di
marcarli come ebrei, prima ancora che vengano formulate le
parole o che si emetta il fiato. La facilit con la quale il giudaismo
provoca, anche dopo l'Olocausto e anche in persone istruite,
questo tipo di arcaica e bruciante reazione sembra una caratteristica
intrinseca del suo curioso eterno effetto. O meglio, c'
qualcosa di incredibilmente adattivo nell'antisemitismo: il
modo in cui si pu nascondere, insospettato, anche nelle menti
pi aperte.
Nei primi giorni di Israele, gli ebrei rigorosamente ortodossi
erano contro i sionisti. Rifiutavano la posizione sionista sulla
base del precetto Midrash di non forzare la volont di Dio per
creare la terra del popolo ebraico. Il contrasto venne in parte
risolto dagli insegnamenti del rabbino Avraham Kook, che
sostenne che il sionismo poteva essere considerato come un
inconscio strumento della volont di Dio; l'azione dei sionisti,
che loro lo sapessero o meno, faceva parte del disegno divino di
ricostruire la Casa di Davide in Israele.
Dopo la morte del rabbino Avraham Kook, suo figlio, il
rabbino Zvi Yehuda Kook, elabor ulteriormente la teoria del
padre, allineandola sistematicamente con la politica corrente
del giovane stato. Alcuni gruppi ortodossi continuarono (e
continuano ancora oggi) a respingere la nozione di uno Stato di
Israele creato dagli uomini, ma per Kook e i suoi seguaci la
volont divina e quella terrena si affermavano sempre pi chiaramente
come sinergiche. La convergenza finale venne confermata
dalla Guerra dei sei giorni. Quale migliore e stupefacente
prova della volont di Dio ci sarebbe potuta essere di quelle
fulminee vittorie? Per la mente religiosa attenta a vedere segni
anche nelle occasioni pi banali della vita quotidiana, questi
eventi miracolosi erano la prova del favore di Dio per il progetto
sionista. L'Onnipotente ha la sua agenda politica secondo la
quale viene diretta la politica qui in terra... fu l'esultante
proclama di Kook. Nessuna azione politica terrena la pu
superare. Quindi l'istituzione della Terra di Israele doveva
essere considerata come un precetto divino, una mitzvah.
...
NOTA: Uno dei 613 comandamenti divini dati dalla Torah, ai quali si aggiungono 7 comandamenti rabbinici per un totale di 620 comandamenti. FINE NOTA.
...
Nacque cos il movimento dei Coloni Religiosi.
Un altro membro della famiglia Kook, Simcha HaCohen
Kook, era stato nominato rabbino della nuova sinagoga Hurva
qualche mese prima della mia visita. La nomina aveva sollevato
controversie anche nel quartiere ebraico. Il capo dell'istituto
statale responsabile del progetto (la Jewish Quarter Development
Company) si era rifiutato di presenziare alla cerimonia di investitura
del rabbino. Per molti giorni ho cercato di organizzare
un'intervista con il rabbino. La JQDC, che gestisce la sinagoga, si
 offerta di mettermi in contatto con lui, ma fino a oggi non 
successo nulla. Poche ore fa sono venuto a piedi qui in piazza
Hurva, dove mi trovo in questo momento per tentare personalmente
l'impresa. Un giovane bene educato armato di pistola ha
preso il mio numero di telefono dicendomi che presto mi avrebbe
chiamato qualcuno, ma sto ancora aspettando.  venerd,
presto inizier lo Shabbat e il rabbino non potr usare il telefono.
Mi sto chiedendo se seguire per il mio articolo una linea critica
che affronti le implicazioni filosofiche del concetto di replica.
Se si replica l'apparenza di qualcosa, si replica anche il suo significato?
Questo edificio  la stessa cosa, in qualche modo significativo,
dell'originale ottomano del quale  replica? Se no,
perch no? Se dovessi seguire questa idea, vorrei inserire in
luogo opportuno la storia di Borges sullo scrittore che ricrea,
parola per parola, il Don Chisciotte, senza copiare, ma immergendosi
totalmente nel contesto della creazione originale al
punto da essere capace, come ha dimostrato, di farla nascere per
la seconda volta. Pu forse essere che lo stesso libro e le stesse
parole possano avere un significato completamente diverso? Da
qui la mia idea sarebbe di spostarmi sulla politica, in particolare
sul tema dell'apartheid. Se le caratteristiche esteriori dell'apartheid
del Sudafrica si sviluppassero in un'altra societ, ma se ci
avvenisse attraverso un processo storico diverso e per motivi
diversi da quelli che hanno caratterizzato il fenomeno sudafricano,
avrebbero lo stesso significato e si dovrebbero chiamare
con lo stesso nome? Sarebbe giustificato lo stesso viscerale rifiuto,
oppure la critica dovrebbe tenere conto delle differenti cause
che hanno sotteso il fenomeno? Pu essere vero che la brutalit
e l'umiliazione sono quello che sono, indipendentemente dalle
loro cause, o c' una differenza tra dire questo  sbagliato e
questo  apartheid? Cio che la prima  una giusta reazione
morale, mentre l'altra  denigrazione?
Una loggia chiusa da una cancellata protegge una delle entrate
principali nella sinagoga, mentre una scala chiusa da una
porta blocca l'altra entrata.  chiaro che la sicurezza in questa
citt  una cosa seria, ma ho notato che si pu entrare liberamente
nelle sinagoghe sefardite restaurate pi avanti nella strada,
mentre qui i visitatori sono vigorosamente scoraggiati.
Forse si tratta solo di un mio pregiudizio letterario, ma ho
l'impressione che dentro di me stia crescendo una certa antipatia
per questo liscio, pallido sosia architettonico. I suoi cancelli e le
sue inferriate sono opprimenti. La vista di giovani uomini in
cappello nero e abiti da ufficio che vanno e vengono dalle porte
laterali che si aprono solo dall'interno quando qualcuno bussa e
si chiudono immediatamente dietro di loro aggiunge un'aria di
segretezza all'effetto generale. E non aiuta venire a sapere, come
mi  successo stamattina, che uno dei due donatori che hanno
pagato per la costruzione, un uomo d'affari ucraino,  stato indicato
dall'FBI come soggetto legato al crimine organizzato. (Ma
forse non  vero, forse  la sua Nasreen che lo calunnia su Internet.)
Il pomeriggio avanza e le strade cominciano a riempirsi.
Turisti e gruppi di studenti di yeshiva, la scuola ebraica per l'insegnamento del Talmud e della Torah, si avviano verso il Muro occidentale. I residenti si affrettano per le ultime commissioni prima dell'inizio di Shabbat.
E anche il giorno di Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico, quindi immagino che il rabbino Kook
sar impegnato per tutto il weekend. E subito dopo io ritorner negli Stati Uniti.
Mi rendo conto di aver cominciato tardi a cercare di contattarlo,
e mi domando se questo non sia dovuto al fatto che in
realt non ho voglia di parlargli e, se cos fosse, questo non sia
perch temo che le sue opinioni siano vicine a quelle del suo
illustre parente Zvi Yehuda Kook, e quindi comportino una
sensazione ancora pi scomodamente pericolosa nel mio atteggiamento
di ostilit nei confronti della sinagoga. Oppure, al
contrario, temo che lui sia cos moderato e sensibile che i miei
presentimenti sull'edificio, la vaga sensazione che mi sono andato
formando che sia una specie di creatura ciclopica che guarda
preoccupata al Monte del Tempio con l'occhio fisso della sua
cupola, si possano dimostrare frivoli e sensazionalistici.
Passa un'ora. Sembra che non avr notizie dal rabbino. Mi
alzo dalla panchina e mi unisco al lento flusso di persone che
muove verso il Muro occidentale. Lo scorso venerd ero occupato,
quindi oggi  la mia ultima opportunit di fare ci che
avevo progettato: sostare davanti al Muro al tramonto di
Shabbat e meditare.
Ci sono famiglie che si avviano alla preghiera, le numerose
famiglie degli ultraortodossi con sei, otto, dieci figli - la comunit
religiosa caratterizzata dalla crescita pi rapida sul pianeta.
Quello che un osservatore esterno nota di loro  sempre l'assoluta,
radicale autodifferenziazione, la loro diversit fisica da
ogni altro gruppo sulla terra.
La maggior parte degli abiti tradizionali ha una relazione con
la condizione naturale che si afferra intuitivamente, anche se
non si  in grado di descriverne in modo dettagliato le caratteristiche
specifiche. Ma la sola intuizione potr solo prendere atto
che gli Haredim sono strani e quindi in qualche modo estranianti.
Anche per farsene una grossolana opinione bisogna
avere una minima conoscenza di questioni piuttosto esoteriche.
Lo shtreimel, ad esempio, il largo cappello a cilindro fatto con
coda di volpe grigia o coda di zibellino, la forma e la dimensione
di un'enorme torta, molto diffuso fra gli ebrei Ashkenazi di
Gerusalemme,  un magnifico eppure misterioso copricapo per
lo Shabbat, diverso da ogni altro cappello. Il fatto che venga
sempre portato sopra un altro copricapo, il piccolo yarmulke,
aumenta ulteriormente l'effetto criptico. Se non sapete nulla
delle tradizioni relative alla sua origine e al suo significato
simbolico - il decreto che obbligava gli ebrei ad avere una treccia
sul capo, la trasformazione di un oggetto umiliante in un simbolo di dignit, la gematria, il sistema tradizionale ebraico di associazione di numeri a parole e frasi, o il significato numerologico del numero di trecce e la relazione di questo con il tetragrammaton
(il nome di Dio), il particolare merito spirituale di portare
due cappelli, l'allusione alle regole dello shaatnez nella Torah
che proibiscono certi impieghi della lana, l'avvolgimento a
spirale in senso orario della pelliccia per emulare e invocare
l'illuminazione della Divina Presenza, la generale intenzione di
onorare non chi porta il cappello ma la santit del Shabbat - se
si ignorano tutte queste cose  probabile che il copricapo vi
sembri solamente un oggetto stravagante, inspiegabilmente
suntuoso, e vi chiederete per quale bizzarra, eccentrica presunzione
un uomo trovi necessario incoronarsi in questo modo. Ci
che questo cappello sostituisce, i tefillin o filatteri, indossati
quando non  Shabbat,  ancora pi enigmatico. Che cosa potr
pensare l'osservatore non informato di una scatoletta di cuoio
nero legata al centro della fronte, come la lampada di un minatore
che manda una luce invisibile, e di una seconda scatoletta
legata al braccio e rivolta verso il cuore, dove le stringhe di cuoio
sono legate secondo una precisa modalit inequivocabilmente
piena di significati indecifrabili con un processo deduttivo naturale?
Quest'osservatore disinformato penser la stessa cosa per
qualsiasi altro aspetto di apparenza esteriore: senza una precisa
conoscenza del complesso gioco interattivo di storia e scritture
sacre, del decreto zarista e dell'obbligo talmudico, ogni cosa - le
parrucche e le reticelle di contenimento dei capelli, la prevalenza
della seta, la cintura alla vita che separa il cuore e la mente
dagli organi sessuali, i riccioli lunghi sulle tempie, la giacca
abbottonata con il lembo destro sopra quello sinistro, le scarpe
del Shabbat senza lacci, la bekeshe di raso, il soprabito che
sembra cos lussuoso mentre invece  concepito per significare
modestia, i pantaloni al ginocchio per evitare il contatto dei
vestiti con la terra impura, gli orli decorati e cos via - ogni cosa
apparir quasi intenzionalmente aliena, straordinaria, non
domestica. Ma anche con queste conoscenze rester nel non religioso
qualcosa di inconcepibile, un tenace residuo di mistero
per l'idea istintuale che ognuno ha dell'abbigliamento umano.
Ricordo un'altra scena del romanzo di Singer. Cambiando
aereo a Roma, Shapiro rivede l'uomo con il vestito ortodosso
che ha visto prima sul volo da New York, questa volta seguito
da un gruppo di giovani studenti di yeshiva tutti vestiti come lui.
Li osserva mentre aspettano il volo per Tel Aviv. Come hanno
fatto a diventare quello che sono? si chiede, notando la loro
indifferenza agli sguardi ironici dei passanti, lo sguardo di
passione nei loro occhi, l'ansia di servire Dio, di applicare i
suoi comandamenti e di assumersi sacrifici e impegni ancora pi
rigorosi... Si ricorda di un verso della Torah, il comandamento
di essere altri, diversi, non conformi: Non farete quello che si
fa nella terra d'Egitto. Come l'Egitto cambia le sue mode e le
sue vanit, afferma, cos il vero ebreo deve costantemente assumersi
nuovi impegni e nuova rigorosa disciplina... Ci che
Freud attribuisce al sempre pi nevrotico senso di colpa edipico
per l'uccisione di Mos, Shapiro lo spiega come una gara fra
mondanit e pietas, che si spingono a vicenda verso espressioni
pi elaborate di se stesse. Mi ricordo la sua immagine del soldato
- Un soldato al servizio di un imperatore deve avere un'uniforme
- e vedo queste figure proprio come soldati, nonostante
la volatile instabilit del mio punto di vista le faccia subito oscillare
tra quell'immagine e la controimmagine di Freud dei
discendenti di un popolo massacrato da un insaziabile senso di
colpa che li costringe a rendere i loro precetti religiosi sempre
pi severi, pi intransigenti, ma anche pi meschini, e la spietata
osservazione secondo cui la caratteristica di questo  di
non risolversi mai e di non poter mai essere risolto, cosa che
sappiamo determinante nei processi di reazione-formazione
delle nevrosi ossessive...
In cima alla scala che porta al Muro occidentale una grande
menorah d'oro in una teca di vetro  pronta per essere installata
nel Terzo Tempio quando verr il suo momento. L'iscrizione
sotto recita: Che possa essere ricostruito presto e ancora
durante la nostra vita. Era stata realizzata dall'istituto del
Tempio e pagata da uno degli sponsor della sinagoga Hurva,
l'uomo d'affari ucraino con presunti legami nel crimine organizzato.
In un primo momento la menorah era stata collocata pi
lontano dal Muro, nel Cardo, sull'antico tracciato romano di Gerusalemme oggi nel cuore del quartiere ebraico, ma l'avevano recentemente portata pi vicino.
Da qui si vede il grande spiazzo gi brulicante di gente, pi
fitta vicino al bastione del Muro. Un uomo con le spalle alla
gradinata sta slacciando il filatterio dal braccio sinistro. I suoi
movimenti sono precisi, svolti con la calma prescritta dal cerimoniale.
Ci sono regole complesse relative a ogni aspetto della
fabbricazione e dell'uso di questi oggetti, dalla tintura alla cucitura
delle scatolette di cuoio al tono di voce con il quale recitare
le benedizioni quando li si indossano. Le scatolette contengono
versetti della Torah. Sono indossati, o posati, come simbolo in
memoria - della mano di Dio che guid gli ebrei fuori dall'Egitto
- e hanno anche acquisito il significato di talismano, amuleto
protettivo (il greco phylakter significa guardiano). Non vengono
indossati nelle ventiquattro ore dello Shabbat perch si tratta
di un periodo santo e quindi gi protettivo in s. Indossarli
sarebbe un gesto blasfemo, una misura superflua di autoprotezione
che avrebbe una implicazione di dubbio pi che di fede.
Dopo esserseli tolti con cura, il pio uomo scende la scala per
presentarsi all'Onnipotente. Qualcuno suona un corno di
montone, lo shofar, per salutare il primo giorno del nuovo anno,
che  anche il Giorno del Giudizio, e gli risponde da tutto intorno
un coro di suoni di corno, che riecheggia sulla grande parete grigio-dorata del Muro occidentale.
Lo seguo entrando nella grande spianata attraverso il controllo di sicurezza. Vicino al Muro c' un divisorio che separa la
parte degli uomini da quella molto pi piccola riservata alle
donne, ma nella piazza sono tutti insieme, uomini, donne, turisti
e fedeli. C' un'aria di carnevale con lo strombazzare belante
degli shofar, gente che grida sharia tova, l'augurio per il nuovo
anno, gruppetti di persone si uniscono a gruppi pi numerosi
che si danno la mano in grandi cerchi per poi sciogliersi di nuovo
a caso uno per uno. Alcuni tengono uno scialle da preghiera teso
sulla testa, un tallith, raccolti in una preghiera privata, ognuno
sacerdote di se stesso. Ci sono ragazzi, uomini d'affari, gruppi di
turisti, soldati dell'esercito israeliano in tenuta militare e soldati
Shapiro/Freud nevrotici con i loro paramenti. Pregano, chiacchierano,
leggono, recitano salmi, meditano in trance. In un
angolo della piazza, un'ottantina di giovani uomini in camicia
bianca, studenti di yeshiva, danzano in cerchio uniti dalle mani
sulle spalle. In mezzo a loro c' un uomo pi anziano con la
barba grigia, la bella testa piegata indietro in un modo che rende
splendidamente sereno il sorriso sul viso dai forti lineamenti. C'
qualcosa di pi convinto in questo gruppo rispetto a tutti gli
altri, la consapevolezza del loro effetto sulla folla intorno a loro.
Mi spingo verso il Muro. Nell'area riservata agli uomini i
gesti, la recita dei salmi e le preghiere sono pi intensi. La folla
 compatta. Davanti a me un gruppo di uomini in shtreimel di
pelliccia e calze di seta parla con l'accento di Brooklyn. Vista da
vicino, la massa spessa della lucida pelliccia ha una pesantezza
materiale che per un attimo nasconde ogni pensiero sul suo
significato religioso e storico, e mi sorprendo di nuovo a cadere
nel mio vecchio, ignorante equivoco di autocompiacimento.
Dall'altra parte della piazza gli studenti abbracciati si sciolgono
e si riuniscono in una serie di corte file uno dietro l'altro. Le
mani sulle spalle del compagno davanti, si avviano con passetti
di marcia e di danza verso l'area degli uomini. L'uomo con la
barba grigia  al centro della prima fila, con la testa sorridente
gettata all'indietro mentre guida i suoi accoliti verso il Muro.
Tutti sorridono; la loro gioia  palpabile, e sono colpito dal fatto
che anche questo elemento, questa falange danzante che avanza
verso il Muro,  una di quelle immagini che pu essere capita
con significati opposti a seconda di dove si voglia far cominciare
la sua storia. La si pu definire semplicemente come la cerimonia
dell'attraversamento di uno spazio vuoto verso un luogo
sacro. Oppure si potrebbe cominciare da un momento precedente,
quando la piazza non era vuota ma comprendeva il
vecchio quartiere marocchino, pieno di case che arrivavano
quasi fino al Muro, e allora si dovrebbe raccontare di come gli
israeliani rasero al suolo le case subito dopo la Guerra dei sei
giorni, e questo darebbe allo spazio vuoto significati che potrebbero
disturbare o meno, ma che sicuramente avrebbero conseguenze
sul modo di vederlo e sul modo di interpretare l'impulso
di marcia e danza che sembra ispirare. Oppure si potrebbe
andare ancora pi indietro, fino alla Guerra d'indipendenza, la
ritirata finale delle forze ebraiche dalla Citt Vecchia dopo la
distruzione della Hurva, che usavano come piazzaforte, e lo
strano vanto dei comandanti giordani secondo cui perla prima
volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico.
Non resta in piedi nemmeno un edificio. Questo render impossibile
il ritorno degli ebrei in questa zona, cosa che darebbe al
luogo e alla danza un altro aspetto ancora. E cos via.
Senti bussare alla porta. Lasci entrare lo straniero, accetti la
sfida, ti butti nell'avventura, e un anno dopo ti trovi a dover
mettere a nudo il tuo collo e ad esporlo al colpo mortale di una
scure appena affilata. La scure si ferma a mezz'aria una volta,
due volte, ma la terza volta cala fino in fondo. Con sollievo e
stupore scopri che provoca solo un graffio sul tuo collo, facendo
cadere poche gocce di sangue sul terreno coperto di neve.
Il giorno di Capodanno - non quello ebraico ma quello cristiano
-  anche il giorno della scena madre in Galvano, quando il
giovane cavaliere finalmente affronta la sua nemesi. Si alza presto
e veste l'armatura: il mantello con la stella a cinque punte simbolo
di purezza, ma anche la cintura magica, il suo non-cos-puro
talismano contro la morte, che avvolgerete due volte attorno alla
vita. Un uomo del castello lo accompagna fino a un profondo
dirupo da dove parte un sentiero che conduce alla Cappella
Verde e qui lo lascia, per paura di avvicinarsi troppo. Da solo
Galvano percorre il sentiero fino alla stretta valle sotto il dirupo.
Non c' nulla intorno che sembri una cappella, solo una liscia
collinetta verde, di lato. Ci sale con il cavallo e vede che nasconde
un avvallamento, come una tomba, un tumulo quadrato,
vuoto, con porte sui quattro lati. Questa, capisce,  la Cappella
Verde, la desolata porta tra il mondo dei vivi e il mondo dei
morti. Improvvisamente sente il rumore di una lama che viene
affilata nell'aria sopra di lui: Shabam! Un colpo risuona sul
dirupo... Il Cavaliere Verde  da qualche parte lass, nascosto
nel dirupo come la Shechina, la Divina Presenza, qui nel Muro
occidentale. Ma dopo un attimo appare in piena vista e si avvicina
a grandi passi verso Galvano, la testa ben piazzata sulle spalle.
 proprio Sir Bertilak, naturalmente, che tiene in mano la
grande scure pronto a decapitare Galvano e a porre fine al gioco
che aveva iniziato un anno prima.
I due colpi rimasti a mezz'aria sono per le due sere nelle quali
Galvano era stato sincero nello scambio delle conquiste e aveva
riferito dei baci ricevuti dalla signora. Ma per la terza, be', qui
non sei stato proprio all'altezza, Sir... Ma anche quello era stato
solo un colpo simbolico, una piccola sberla la chiama Sir
Bertilak, perch la cintura gli era stata nascosta ma, riconosce,
non per intrigo lascivo, bens per il naturale attaccamento alla
vita: Perch amavi la tua vita...
Tutto questo Sir Bertilak lo spiega sotto il dirupo con molto
buon umore e con una schietta risata, elogiando Galvano per la
lodevole condotta generale nel gioco, e insiste perch tenga la
cintura come ricordo della sua avventura, assicurandolo che
adesso  completamente perdonato per ogni sua mancanza. Lo
invita inoltre al castello per riappacificarsi con la signora e per
incontrare la fata Morgana, sorellastra di Art e zia di Galvano.
 stata lei, continua Bertilak molto divertito dalla faccenda, a
essersi inventata fin dall'inizio tutto l'affare della decapitazione
e a mandarmi a Camelot per pura e semplice malizia, per farti
impazzire. Ma per quest'uomo di insuperabile buon animo 
tutta acqua passata e non c' ragione di rimuginarci sopra. Torna
al castello a salutare tua zia, chiede con insistenza a Galvano
come se, alla fine di tutto, non fosse successo nulla di grave.
Vieni a rallegrarti a casa mia...
Ma Galvano non  in vena di allegria. Smascherato per il suo
piccolo inganno, non  pi capace di ignorare la distanza fra
l'immagine di se stesso impossibilmente pura e l'inadeguatezza
della realt che gli  stata buttata in faccia. Lo travolge la vergogna,
amara e insanabile. La paura mi ha fatto tradire il mio
carattere: la generosit e la lealt dei cavalieri. Ora sono falso e
svergognato. Di tornare al castello non se ne parla nemmeno.
Per quanto riguarda la cintura magica (forse non cos magica,
perch sarebbe stato forse pi sicuro se non l'avesse indossata)
lo terr, ma solo come segno della sua colpa. Avvolgendola delicatamente
attorno al collo e alle spalle fissa la fascia sotto il
braccio sinistro, tenendo il nodo vicino al cuore, e si avvia verso
Camelot, soldato nevrotico medievale di nuovo conio. Cavalca
verso casa, verso la sua fortezza.
Anche qui  accolto dall'allegria, dalla gioia per il suo felice
ritorno, ma anche qui non pu prendervi parte, prigioniero di
un'insopportabile delusione. Come un fantascientifico viaggiatore
nel tempo,  andato troppo lontano ed  invecchiato nello
spazio di un anno. Disperato e depresso confessa tutto ai suoi
vecchi compagni: mostra la cicatrice sul collo e la cintura magica,
simbolo di slealt, e dichiara l'intenzione di portarla fino
al giorno della sua morte. Lo ascoltano ma non riescono a capire
la ragione di questa disperata autoflagellazione, e lui non
riesce a spiegarla.  finita, sei vivo, qualunque errore tu possa
aver commesso te ne sei pi che riscattato; non c' nient'altro di
cui preoccuparsi. Di nuovo la corte risuona di incontenibili risate.
Lo stesso re cerca di consolare Galvano. Qualcuno ha la bella
idea che tutti portino una cintura verde, che da quel momento
in poi diventer lo speciale simbolo dell'onore e della fama della
Tavola Rotonda. Si pu solo immaginare quale stretta di impotente
disperazione e angoscia questo provochi in Galvano,
perch la storia si conclude con l'immagine di un uomo perdonato
di tutto da tutti meno che da se stesso, con la certezza che
non ci sia nulla da perdonare.
Quanto a me, invece, nulla  finito e non molto  cambiato,
almeno in superficie. Le e-mail di Nasreen continuano. Blocco
gli indirizzi del mittente, ma ne spuntano continuamente altri al
loro posto. Ogni tanto ci sono lunghi periodi di silenzio, altre
volte riprendono le vecchie rapidissime raffiche. Per circa un
anno i messaggi sono stati pi ambigui, meno smaccatamente
minacciosi, talvolta nemmeno particolarmente cattivi. Un po' di
tempo fa c'era un link a un lungo pezzo, una specie di sincera
confessione, intitolata A Sir, con amore: Lo chiamavo Sir
perch suo padre era stato nominato Sir dalla casa reale inglese,
come consolazione per l'insigne architettura che la monarchia,
alle sue spalle, disprezzava... Sir aveva bei denti, labbra piene,
peli ricci da ebreo, una buona dose dei quali, sessualmente
provocante, spuntava dal colletto delle sue camicie mai stirate. Il
suo aspetto era trasandato, non professorale e superprofessorale
al tempo stesso. Mi piaceva chiamarlo Sir. (Non che importi
molto, ma un occhio pi obiettivo non avrebbe potuto vedere un
gran che in termini di peli ricci da ebreo sia sulla mia testa che
sul mio petto.) La mia persecuzione di Sir cominci solo pochi
giorni dopo che avevo incautamente mandato in giro un manoscritto
non finito di un romanzo che stavo scrivendo... L'ex
amante di Sir, Elaine, mi fece innamorare di Sir. Mi innamorai
del modo in cui mi vedeva Sir o del modo in cui Sir vedeva la
musa femminile dietro il suo scritto, musa che Elaine mi fece
credere fossi io e che io volevo credere che fossi io (sono io!)...
Nel maggio 2011 andai a Los Angeles per tenere una conferenza.
Era stata annunciata negli eventi di Los Angeles e
Nasreen, che era stata tranquilla per un po', si scaten in una
nuova frenesia di messaggi. Sapevo che viveva da qualche parte
vicino a Los Angeles, e con l'avvicinarsi della giornata cominciarono
ad arrivare le sue richieste per sapere dove sarei stato
con rinnovate dichiarazioni di odio e di amore insieme a tutto il
resto (anche una foto vagamente oscena di se stessa). Cominciai
a chiedermi se sarebbe venuta alla conferenza a provocare qualche
incidente.
Il giorno prima del volo, casualmente, fu il giorno dell'uccisione
di Osama bin Laden. In considerazione dell'identificazione
di Nasreen con lo spirito del terrorismo (per non parlare
della sua affermazione secondo cui ero io il motivo del terrorismo),
non potei fare a meno di pensare che la coincidenza
temporale fosse particolarmente pericolosa e che, a questo
punto, avrei dovuto avvertire gli organizzatori dell'evento. Li
chiamai: Ehm, c' qualcosa che vi devo dire... Mi sentivo
come il Vecchio Marinaio di Coleridge, condannato a raccontare
la sua folle storia a ogni nuova persona che incontra girando
per il mondo. Ho tenuto la mia lezione sotto scorta, con una
squadra di sicurezza in sala e la polizia di Los Angeles a pattugliare l'esterno dell'edificio.
Ci furono parole di tenerezza: Ti amo ancora, ti amo ancora
molto... un invito ad andare con lei a un ritiro yoga in Australia;
alcune inquietanti fotografie fatte al volo con il telefonino per
strada (mandate a me come se fossi stato temporaneamente
riqualificato da eterno nemico ad aiuto affidabile, amico o
maestro); e addirittura, nello spirito con cui Sir Bertilak invita
Galvano al castello come se nulla fosse accaduto, un invito a
incontrarsi per prendere un caff.
Ma continua anche il vecchio, folle odio. Recriminazioni per
il romanzo incompiuto:  Voglio tutto il trattamento ebreo...
ripulitelo, fatelo diventare bello, fottuti animali; richieste di
pagamento per il furto del suo lavoro: Pagami o continuer
la musica; nuove provocazioni sull'Olocausto: Vorrei che
Hitler avesse finito il lavoro; un link al video di Kate Bush che
canta James and the Cold Gun con il testo comodamente riportato:
Sei un vigliacco, James! Stai fuggendo dall'umanit...
Dalla mia visita a Los Angeles queste dichiarazioni di odi et
amo sono diventate sempre pi essenziali: James, ho bisogno
di te un giorno; Voglio che tu sia bandito dalla terra il giorno
dopo. Allude a una storia che  andata male - Anche lui  un
violentatore... Nella lista dei cattivi aggiunge la sua famiglia:
Mio fratello, mio padre, mia madre, mio zio e la maggior parte
dei miei fratelli sono tutti delle merde. La presentazione di se
stessa come vittima assoluta diventa pi acida ed enfatica: Sono
solo una sporca, scura ragazza musulmana... mentre la sua
immagine del mio ruolo nel mondo cresce in parallelo fino al
surreale: Oh, ma ti piace la beneficenza e ti piace fare beneficienza come celebrit superstar...
Intanto la macchia della diffamazione continua a espandersi.
Nell'estate del 2011 Nasreen lanci una campagna su Facebook
cercando di diventare amica di gente in rapporto con me e
postando tutta la litania delle sue accuse contro di me su diversi
profili. Voci di Google con il mio nome cominciarono a elencare
link a queste accuse, che adesso comprendevano l'averla drogata
e violentata negli uffici della rivista dove lavorava. Da Facebook
pass poi al Guardian, dove, nell'edizione online, sotto una
recensione a un libro che avevo scritto inser questo post:
Trovo ridicola questa recensione, essendo scritta da James
Lasdun, anche lui scrittore mediocre, il cui ultimo libro  sessualmente
adolescenziale. Almeno l'autore non ruba il materiale dei
suoi studenti per darlo ad altri della stessa razza. Signor Lasdun,
la tua vita privata  un brutto film porno e mi dispiace perch non
sono andata a letto con te e allora mi hai fatta violentare e hai
dato il mio lavoro alle bambine dell'AIPAC, il comitatato americo-ebraico, in cambio di denaro.
Vedo che sei ben piazzato al Guardian. Le donne americane
vorrebbero che tu te ne andassi in Inghilterra - Nasreen, un'ex studentessa.
Seguivano altri commenti dello stesso tono. Diversamente
dalle voci su di me di Wikipedia, gli articoli del Guardian e i
commenti vengono letti da un gran numero di persone. Non
provare nemmeno a riparare la tua rep., aveva scritto un paio
di mesi prima (ritengo che con rep. intendesse reputazione),
e a questo punto sembrava proprio che quell'articolo cos
fatto a pezzi fosse irreparabile. Cliccai il tasto report e i
commenti vennero rapidamente tolti, ma ero veramente sconvolto
(stavo letteralmente tremando). Per quanto tempo erano
rimasti l? Quanti altri ne erano stati pubblicati e poi tolti? Cosa
avrebbe mai potuto impedirle di metterne ancora? Scrivo regolarmente
per il Guardian: avrei dovuto controllare le mie
pagine online ventiquattro ore su ventiquattro? O avrei semplicemente
dovuto accettare che questa cosa adesso sarebbe diventata
parte della mia vita, che la mia figura pubblica cos come'
sarebbe stata oggetto di questo strano sfregio in ogni posto nel
quale sarebbe apparsa? E in tal caso c'era forse qualche diverso
atteggiamento che avrei dovuto tenere, qualche modo per non
lasciarmi deprimere dall'essere pubblicamente accusato di
stupro e di furto?  umanamente possibile una cosa del genere?
Abbandonando la sua iniziale prudenza, Nasreen cominciava
ora a fare esplicite minacce. Richieste che io metta a posto il
fottuto libro si mescolavano con quelli che sembravano tragici
avvertimenti su cosa sarebbe successo se non l'avessi fatto:
Sarai responsabile di morti innocenti...
Cominci anche a prendere di mira mia figlia, cercando di
farsela amica su Facebook, avvertendomi, Tua figlia  fottuta
e proclamando Io faccio il voodoo. Vedrai. Dovr passare l'inferno
per quello che hai fatto a me... Quando mi inform
brutalmente che la tua famiglia pagher se non rimedi ai tuoi
errori, mi resi conto che era tempo di chiamare di nuovo la
polizia. Vai, chiama i poliziotti... scrisse come una chiaroveggente,
"... fammi avere dei guai e sei fottuto, dammi tutto quello
che hai e vai a ucciderti... Chiamai di nuovo l'FBI ad Albany
(avevo letto un avviso nel quale sollecitavano di segnalare i delitti
online) e mi ascoltarono educatamente, ma poi mi indirizzarono
a un loro ufficio locale, dove una segreteria telefonica ripeteva:
Questa segreteria  completa e al momento non prende
messaggi. Per cortesia riprovate pi tardi. Lasciai molti
messaggi urgenti sulla segreteria del detective Bauer, ma non mi
rispose mai. Da Janice, peraltro, appresi che Bauer continuava
a ritenere che il procuratore non avrebbe estradato Nasreen
nemmeno a seguito delle minacce pi esplicite che adesso stava
facendo. Per disperazione chiamai la polizia locale della mia
cittadina, che comunque non ritenevo sarebbe stata in grado di
fare molto nella specifica situazione. Ma si diedero subito da
fare, chiamando Nasreen e avvertendola che sarebbe stata arrestata
se avesse continuato a perseguitarmi. Non posso dire di
sperare in qualche risultato durevole nel tempo (aveva gi
mancato alla promessa di non contattarmi pi), ma anche solo
essere preso sul serio era gi consolante.
Era stato il detective Bauer a dirmi di continuare a leggere le
e-mail nel caso fossero diventate abbastanza violente da qualificarsi
penalmente. Ma se la qualifica di delitto penale era cos
difficile da raggiungere perch dovevo subire la tortura di leggere
quei dannati messaggi? Cominciai di nuovo a bloccarli, in
modo intermittente, concedendomi il lusso di qualche settimana
di silenzio, prima che un dubbio di qualche genere mi assalisse
e riaprissi il flusso. (Avevo mancato qualche allusione a
post online dal contenuto particolarmente deleterio o, peggio,
a qualche cruciale avvertimento di imminente violenza?)
E allora avanti, avanti e ancora avanti. Suppliche e imprecazioni
che scoppiavano e morivano come la febbre di una malattia
ricorrente. Minacce, scherzi malevoli con indirizzi e-mail
rubati. (Ne ho aperto uno giorni fa proveniente dal British
Council, sperando di trovare l'invito a una manifestazione letteraria,
solo per leggere, sotto l'intestazione ufficiale: La tua
famiglia  morta, schifoso ebreo. ) Anche chiamate telefoniche,
in seguito, con lunghi messaggi osceni di richiesta di denaro,
con la promessa che avrebbe continuato a perseguitarmi fino a
quando non avessi pagato e che avrebbe detto a mia moglie che
avevo dormito con tutte le mie allieve (meno che la stessa
Nasreen), tutti con una voce bizzarra, cantilenante, piena di
sarcastiche allusioni alle cose che fanno gli ebrei. (Lo so che  scritto nella Torah, lo so che  scritto nel Talmud, che dovete
stuprare i gentili, rubar loro i soldi...)
Cerco di non prestarvi attenzione come non presto attenzione
alle voci che sento nella mia testa di notte, e che certe volte
sono molto simili. Certe volte ricado nella mia vecchia angoscia
Inca, contorcendomi esausto sul sof. Pi spesso, ora che la saga
 entrata nel quinto anno e ho smesso di aspettare che finisca,
mi scopro a desiderare di capirne il senso. Perch succede? Che
cosa significa? Voglio capire questa mia torturatrice che conosce
cos intimamente il funzionamento del mio cervello e lo
sfrutta cos abilmente per farmi soffrire. Voglio, come disse
Sant'Agostino, comprendere chi mi comprende. Voglio sapere
cosa crede di fare. Deve sapere, a qualche livello di coscienza,
che non ho rubato il suo lavoro e che non l'ho venduto attraverso
una rete di nefasti ebrei alle sue rivali letterarie (non ha mai
nemmeno provato a descrivere cosa pensa che queste scrittrici
abbiano rubato da lei), che non l'ho n drogata n violentata
negli uffici della rivista dove lavorava. Perch, allora, investe
tante energie nell'elaborare e nel lanciare queste accuse? Cos'
successo fra noi - oppure solo a lei - per rendere la mia banale
esistenza cos importante per lei?
Gran parte del processo di comprensione di qualcosa consiste
nel trovare delle analogie. Com'? A quale altra situazione
assomiglia? Per me, essendo io quello che sono, le analogie che
mi vengono in mente derivano da cose che ho letto. Galvano,
Macbeth, i romanzi di Highsmith e Singer, le lettere di Emily
Dickinson: tutti questi scritti mi hanno fatto capire qualcosa.
Ultimamente ho anche guardato le poesie di Sylvia Plath, e in
particolare Lady Lazarus, il piccolo capolavoro di maledizione
grottesca. E una poesia scritta in forma di lettera d'odio (o cos
mi sembra ora), con tanto di destinatario nazificato: Herr Dio,
Herr Lucifero... Oh mio nemico. / Faccio paura? Lady Lazarus
domanda a questo personaggio sfortunato, e subito mi viene in
mente la sarcastica e minacciosa grandiosit di Nasreen. Io
sono la tua opera, dichiara Lady Lazarus (che sembra stia per
accusare il suo destinatario di plagio); Io sono la tua preziosa,
/ Pura creatura d'oro... E anche lei, nella sua ricerca di parole
ancora pi dure per evocare il proprio dolore e la propria rabbia,
giunge all'Olocausto: la pelle di lei luminosa come un paralume
nazista, la sua faccia come lino ebraico.
Che cosa imparo da queste metafore? Tra le altre cose, mi costringono a considerare (tenendo presente il destino di Plath, la poetessa americana morta suicida) la profondit della disperazione contenuta nell'esplosiva e disinibita aggressione di Nasreen: la sua probabile associazione
a qualche forma di insopportabile sofferenza. E questo, di
tanto in tanto, mi fa provare compassione per lei.
O ancora: c' un gesto ricorrente nella mitologia classica che
si potrebbe qualificare come il gesto della donna offesa. Consiste
nel gettare dell'acqua o qualche altro liquido sul viso del
trasgressore, con conseguenze drastiche. Cerere, irrisa da un
ragazzo perch beve con gusto poco femminile dalla coppa
delle sue mani, spruzza l'acqua sul ragazzo, che si raggrinzisce
in una piccola lucertola serpeggiante. Quando il cacciatore
Atteone incontra per caso Diana nuda in un laghetto, la dea,
irritata, lo bagna con l'acqua e lo trasforma in cervo (e i suoi cani
poi lo sbranano). Proserpina schizza l'acqua di un fiume sotterraneo
sul viso di Ascalafo quando lui svela che lei ha violato le
condizioni per la sua liberazione dagli inferi. L'acqua lo trasforma in una civetta.
Nella mia (crudamente freudiana) lettura di queste storie, il
liquido rappresenta il desiderio femminile eccitato dall'attrazione
e quindi subito trasformato in arma dall'orgoglio ferito; il
delitto dei maschi consiste essenzialmente nell'umiliazione
dell'autostima sessuale, vuoi con l'irrisione, con la goffaggine o con il tradimento.
In termini pagani, il rifiuto dell'offerta d'amore di una
donna  un peccato contro la natura, il cui unico imperativo 
la procreazione, e viene sempre punito. Ci sono storie che si
riferiscono esplicitamente all'atto di rifiuto sessuale, e queste
non hanno bisogno di un simbolico schizzo di acqua (anche se
si capisce come l'immagine possa essere una loro emanazione):
ad esempio quando il timido giovane Ermafrodito respinge le
avance della ninfa Salmace nella sua sorgente e lei avvolge i suoi
lombi in un liquido abbraccio che unisce i due corpi in uno
solo, creando l'originale ermafrodito. Lo spruzzo d'acqua mi
piace, in ogni caso; l'immagine che propone di elementare e
appassionata espressione del proprio io, la manifestazione
esplosiva dell'animo profondo della dea. Questa, per me, ha
una connotazione di grande creativit e allo stesso tempo di
totale dissoluzione. Entrambi gli aspetti mi sembravano presenti
nello spruzzo di Nasreen, lo tsunami elettronico che scaten
come risposta a quello che lei ritenne il mio insulto. C'era la
distruttivit allo stato puro del terrorista verbale sui generis.
Ma c'era anche qualcosa di chiaramente creativo nella sua inarrestabile
produttivit, una vitalit che non potevo fare a meno
di invidiare.
Dietro la mia costante preoccupazione di dovermi confrontare
con i ristretti limiti della mia abilit c', pi sfumata e
discontinua, la sensazione di aver posseduto, una volta in un
passato vero o immaginario, un'abbondanza di forze. (Sospetto
che molti scrittori abbiano questa sensazione.) Adesso cominciavo
a pensare alla sensazione opposta. Era soltanto una pia
illusione o aveva una base reale? Se era vera questa seconda
possibilit, come si erano perse queste forze? Potevano venire
distrutte da un uso inconsulto? Abbandonate perch si era fatto
o mancato di fare qualcosa? C'era qualcosa che si poteva fare
per recuperarle? In un modo oscuro, certe mie radicate abitudini
- decisioni prese, coscientemente o in modo inconscio;
posizioni che avevo assunto su questo o quell'aspetto della vita
o del lavoro - cominciarono a emergere dalla memoria e ad
addensarsi intorno a queste domande, come se fossero state
rievocate per essere riconsiderate.
Quello che voglio dire  che, senza rendermene completamente
conto, avevo assunto Nasreen come guida per aiutarmi
ad attraversare la crisi che lei stessa aveva provocato. O quantomeno
l'immagine che mi ero fatto di Nasreen, perch la vera
Nasreen, lo capivo bene, non assomigliava a Diana, Cerere o
Proserpina (o a Lady Lazarus, a Emily Dickinson o alle Tre
Streghe) pi di quanto io non assomigliassi ad Atteone, a Sir
Galvano o a Joseph Shapiro. Ma in un modo o nell'altro questo
essere multiforme, quasi fantomatico, avvolto nella rete dei suoi
imbrogli di rabbia e follia, era diventato parte del mio sistema
di navigazione personale; un Fluchthelfer, per usare di nuovo
quella parola, un aiuto alla fuga da quella che una volta lei aveva
definito, con cosciente anticipazione (nel suo particolare modo
idiosincratico), la mia mezza et. Si potrebbe dire che mi ero
imbattuto in un modo di applicare la mia forma preferita di
resistenza: la debolezza come forza, incassare il colpo piuttosto
che opporvisi. In termini pratici ci non migliorava la situazione,
ma la rendeva un po' pi sopportabile. Era sicuramente
l'unica forma di resistenza che mi facesse star bene.
Ed eccomi qui al Muro. Naturalmente, avendolo costruito
nella mia mente come una specie di grande possibile rivelazione,
di colpo mi sento svuotato. Le pietre sono impressionanti.
Quelle dei corsi inferiori sono incorniciate da uno scuretto
lungo il perimetro di giunto. Risalgono al tempo di Erode,
quando costituivano il muro di mantenimento che sosteneva il
Secondo Tempio, distrutto nel 70 d.C., quando gli ebrei andarono
in esilio. I corsi superiori sono pi lisci, ma ugualmente
massicci. Qua e l dalle crepe spuntano erbacce, verdi e ispide.
Mi chiedo se sarebbe di cattivo gusto descriverle nel mio articolo
come di aspetto rabbinico; potrei forse, in qualche modo,
infilarci anche Galvano, una battuta, Sir Galvano e il Rabbino
Verde... La verit  che non so bene cosa mi aspettassi di trovare,
di provare o di imparare qui.
Oppure no, non  proprio questa la verit. In effetti avevo
pensato di fare di questo momento il nodo centrale della mia
inchiesta da privato dilettante sulle origini dell'antisemitismo.
Con tutto il disagio derivante dall'esporre se stessi, questo avrei
fatto: avrei tolto il coperchio dal mio stesso cervello qui, in mezzo
a questi fedeli, per trovare il piccolo, malvagio meme annidato l
dentro, l'ultimo incontrastato insulto all'umanit che esiste
dentro di noi e renderlo, come dice Fanon, esplicito.
Ma non mi sembra di avere il cuore, il desiderio, il coraggio
o qualsiasi qualit necessaria per completare questo processo di
autovivisezione psicologica.  possibile che, molto semplicemente,
io non possieda quel meme (anche se per motivi professionali
odio esimermi da qualunque tratto umano, buono o
cattivo che sia), e che la mia semielaborata teoria della sua origine
fisiologica e della sua conseguente latente universalit sia
ineluttabilmente sbagliata. O forse, semplicemente, quelle voci
di Brooklyn che avevo sentito prima mi avevano ricordato l'altra
famosa osservazione fatta dall'autore di quella poesia Sionista
SS: che i coloni nati a Brooklyn ...li si dovrebbe fucilare. Penso
che siano nazisti, razzisti, per loro provo solo odio... e sto solo
rifiutando per il disgusto tutto questo esercizio.
Il poeta  molto sicuro di non essere un antisemita. Un antisionista
s,  contro il diritto di esistenza per Israele, ma non 
un antisemita. Sembra che sia importante per lui non essere
considerato un antisemita. Quelli che lo hanno accusato di antisemitismo
stanno solo giocando la carta della razza: Usano
questa carta dell'antisemitismo. Riempiono i giornali con lettere
di odio. Gente inutile. Anche Nasreen era sicura di non essere
antisemita. Sembro antisemita ma non lo sono, scrisse in un
suo messaggio, e di conseguenza ritenne importante denunciare
ogni accusa del contrario.
Tutto ci solleva una questione: si pu essere antisemiti pur
negandolo categoricamente?  qualcosa che puoi decidere da
solo se lo sei o se non lo sei, come essere vegetariano, o  qualcosa
che trascende la volont, come l'orientamento sessuale, una
cosa che nessuna decisione, desiderio o negazione pu cambiare,
e che pu essere pi chiara agli altri che a te? In questo caso, la
domanda successiva potrebbe essere se la societ continuer a
rifiutare l'antisemitismo o se gradualmente lo accetter; in altre
parole se le cose andranno nella direzione della pedofilia o, al
contrario, dell'orgoglio gay. In tal caso allora... allora cosa? Il
pensiero si dissolve prima che io riesca ad arrivare alla sua
conclusione. Ora che mi trovo qui non mi sembra di essere tanto
interessato a questi problemi quanto avevo immaginato.
E c' qualcosa che mi distrae: un uomo anziano, in piedi di
fronte al Muro, si dondola sui tacchi, perso, a giudicare dal suo
viso, in quello che sembra un angoscioso stato di preghiera e
supplica. Porta una yarmulke grigia sui capelli grigi, lunghi,
spettinati e non molto puliti. La barba  arruffata e la giacca
marrone molto malandata, consunta e con le tasche strappate.
 la prima persona trasandata che vedo a Gerusalemme, e non
posso fare a meno di chiedermi quale possa essere la sua storia,
attribuendogli ogni sorta di riflessione sentimentale: la pietas di
Shapiro, una certa semplicit da shtetl, da piccolo villaggio ebraico del vecchio mondo, la
reietta cenciosit dell'Ebreo Errante stesso, poi mi accorgo,
mentre volta la testa, da un lampo del bianco degli occhi rovesciati
(e dal modo eccessivo in cui ondeggia e si lamenta) che
dev'essere solo un po' fuori di testa.
Ma quello che mi interessa veramente di lui, pi che l'ondeggiare
e il pregare,  che sta cercando di inserire nel giunto fra
due pietre un pezzo di carta appallottolato. Mi rendo conto di
essermi completamente dimenticato di questo aspetto del
Muro, la cosa che probabilmente viene subito in mente alla
maggior parte delle persone quando ci pensano: il Muro  il
luogo in cui si viene per inviare messaggi all'Onnipotente.
Avvicinandomi al Muro, vedo che pezzetti di carta piegati o
appallottolati sono stati ficcati o pigiati in ogni giunto: non solo
nei sottili giunti fra le pietre, ma anche in ogni crepa e fessura
delle pietre stesse e in ogni minima piega delle loro superfici. La
massa accumulata e la densit di questi piccoli gesti  un segno
forte; si percepisce l'estrema urgenza del bisogno di comunicare
che questa monumentale superficie sacra risveglia.
Durante la nostra ultima passeggiata in Provenza ci siamo
arrampicati nelle selve del Mercantour, nelle alte valli sotto il
Monte Bego, per vedere le iscrizioni sulla roccia che risalgono
all'Et del bronzo. Si pensa che Bego fosse un dio toro e un dio
tempesta, patrono delle trib di pastori che vivevano l nell'Et
del bronzo e che avevano ricoperto con le loro pitture le superfici
lisce dei grandi massi. Un cartello nel punto pi alto del sentiero
indica il luogo dove si trova la pi importante concentrazione
di incisioni, una specie di lunga, massiccia parete inclinata levigata
dal ghiacciaio e conosciuta come Voie Sacre, la Via Sacra.
Ci penso adesso a quelle grandi, piattapagine rocciose rivolte
al cielo, e ai misteriosi messaggi lasciati sulle loro superfici
dalle mani dei pastori con i loro nuovi utensili di bronzo. Corna
che diventano spade, spade che diventano colpi di fulmine.
Figure armate di scuri. La testa di un toro che cade. Tempeste
disegnate come spesse incisioni sulla patina arancione degli
scisti. Corna serpeggianti che diventano fiumi che bagnano il
reticolo rettangolare dei pascoli.
Che cosa raccontano tutte queste cose, quelle immagini e
questi testi appallottolati qui sul Muro occidentale? Nessuno lo
sa, ma forse non  poi cos difficile da immaginare. Manda la
pioggia. Manda l'amore. Ti amo veramente e sono innamorato
di te. Mi dispiace se sono stato villano con te. Non mi ami pi.
Vorresti vedermi velata, signore? Il tuo silenzio mi fa paura,
signore. Sei superficiale. Non hai piet. Di' qualcosa. Dammi le
tue cazzo di chiavi. Ti dai arie di intellettuale ma sei un ladro
corrotto. Mi piaci. Mi piaci veramente. Signor Dio Cornuto,
cos laido. Bene, continua a rimanere in silenzio. Mi dispiace se
ti ho offeso. Hai bisogno di un giardino pieno di me. Cercati un
parrucchino. Mi dispiace se ti ho accusato di tutte queste cose.
Voglio tutto fino all'ultimo centesimo. Vecchio merdoso.
Ambiguo psicotico. Dammi tutto quello che hai. Sono ancora innamorata, tanto innamorata. Ci prendiamo un caff?
 difficile dire se quello che colpisce di pi sia la convinzione e l'energia dello sforzo o il peso del silenzio che lo circonda. In qualche modo sono una la misura dell'altro.
...
.
...
FINE.